“Un viaggio in Ladakh, un passaggio in autostop e la storia di un’amicizia nata per caso sulle polverose strade dell’Himalaya.

In uno dei miei viaggi in India, una famiglia di camionisti Sikh in viaggio da Leh a Jammu ci ha dato un passaggio, e molto di più: un’occasione di fare amicizia, di parlare di religione, di vedere come si vive su un camion indiano.”

Ecco la prima parte del racconto di viaggio di Silvia Merialdo verso il Ladakh!


 

Suono dunque sono.

Sembra essere questo il motto dei camion indiani.

Non solo quello dei camion, in realtà, ma di ogni mezzo a quattro, tre o due ruote che si aggira per le strade dell’India.

Anche in questa parte un po’ tagliata fuori dal resto del mondo, in Ladakh, sui monti dell’Himalaya a 3500 metri sul livello del mare.

Tutti i mezzi di trasporto suonano il clacson in continuazione. Sembra più che altro che vogliano dire “eccomi, ci sono”, quasi a dare un segnale concreto e sonoro della loro presenza sulle strade polverose.

Ma sono soprattutto i camion che attirano la nostra attenzione, enormi, potenti, capaci di vita e di morte su queste strade di altissima montagna.

Numerosi i camion militari, carichi di soldati destinati a difendere il pericoloso confine con il Pakistan, ma soprattutto i camion da trasporto: bellissimi, con una cabina intarsiata e colorata, sul retro hanno la scritta blow horn, suonare il clacson e spesso più sotto è precisato: use dipper at night, usare i fari di notte.

Ne passano parecchi, anche su questa stradina dimenticata da Dio di Saspol, un paesino a qualche chilometro da Alchi, uno dei monasteri buddhisti più antichi del Ladakh.

Io e il mio compagno siamo qui ad aspettare un autobus che ci porti al paese di Lamayuru.

Intanto ci passano davanti questi camion enormi, osservo che alcuni di loro, sui lati, hanno la scritta: work like a coolie, live like a prince (lavora come uno schiavo, vivi come un principe). Vita da camionisti che percorrono migliaia di chilometri.

Sono ore che aspettiamo e l’autobus non arriva.

A un certo punto arriva un camion, si ferma lungo la strada. Insieme all’autista, intravediamo una presenza femminile nella cabina. Confortati dal fatto che c’è una donna, chiediamo all’autista se per caso vanno a Lamayuru.

Un attimo di indecisione da parte loro, un attimo di panico da parte nostra. Scende un ragazzino, ci prende gli zaini e li mette nel retro. Ci vanno.

Saliamo in cabina, sembra di arrampicarsi sull’Himalaya, da quanto è alta. Ma dentro non è una semplice cabina, è un vero e proprio salotto, comodissimo e accogliente.

Ci accolgono l’autista, una signora sorridente e due ragazzini. L’autista ha una lunga barba e il turbante in testa e i ragazzini, ancora imberbi, hanno solo il turbante che probabilmente nasconde lunghissimi capelli. Sono sikh.

La signora è molto estroversa e inizia a intavolare una discussione in un inglese un po’ incerto, ma il suo entusiasmo riesce a superare ogni barriera linguistica.

Dentro il camion in Ladakh

Si chiama Rano e ci racconta dei suoi figli, del suo matrimonio all’età di 17 anni, del marito che fa il camionista, della sorella che si sta per sposare: in poco tempo tutta la sua vita. È la sorella dell’autista e i due ragazzini suoi nipoti, sono una famiglia di camionisti sempre in giro per le strade dell’India.

Vivono a Jammu, near airport, la capitale invernale dello stato di Jammu & Kashmir. Parlano il punjabi come lingua madre, ma usano l’hindi per comunicare in giro per l’India.

Rano coglie al volo l’occasione di invitarci a casa sua a Jammu. Subito, così, viaggiando con loro per alcuni giorni fino a Jammu.

Le spieghiamo che non possiamo, perché è troppo lontano e fra una settimana abbiamo il nostro volo di ritorno per l’Italia. Non è molto convinta della nostra motivazione e ci lascia comunque il suo indirizzo: magari cambiamo idea.

Per fortuna l’autista è coscienzioso. Anche lui suona pesantemente il clacson, ci accorgiamo che in effetti è indispensabile suonarlo in ogni momento per segnalare la propria presenza.

A guidarci è la scritta sul camion davanti a noi, blow horn, use dipper at night.

Penso a questa famiglia che viaggia in continuazione per queste strade sterrate e che lo fa come se fosse nata per farlo. Non si fanno tante domande: bisogna guidare un camion per vivere, proprio come bisogna mangiare e dormire.

Work like a coolie.

Ci fermiamo a prendere qualcosa da bere. Scende l’autista e torna con un vassoietto e tre bicchieri di Coca Cola. Beviamo con Rano, che dopo aver finito di bere tira dei rutti roboanti.

Per lei è naturale: non cerca di trattenersi, ci rutta tranquillamente in faccia, in India è normale.

In effetti ha ragione: la Coca Cola è gasatissima e io, invece, mi trattengo.

Prendiamo il vassoio e lo restituiamo al baretto dove l’ha preso l’autista. Per questo gesto, il povero ragazzino viene rimproverato dallo zio camionista, non capiamo le parole in punjabi, ma il senso è questo: “Imbecille! Non hai visto che avevano finito? Non potevi riportarlo tu? Li hai fatti alzare, ma ti sembra il modo di comportarti con gli ospiti?”

Noi non ci avevamo neanche pensato. Ci ruttano in faccia ma hanno una nobiltà nell’animo da invidiare.

Live like a prince.

Ripreso il viaggio, Rano rinnova con sempre più insistenza l’invito a casa sua. Diciamo che purtroppo ora dobbiamo tornare a casa, sarà per un’altra volta, la prossima volta che veniamo in India. Ma la prossima volta quando?

Sappiamo che è inutile raccontare a noi stessi la storia che noi siamo viaggiatori e non turisti.

Ok, zaino in spalla, fai da te e tutto quanto, ma tutti seguiamo la stessa Bibbia, la Lonely Planet, queste sono le nostre vacanze e il 20 agosto si torna a casa.

Ma come spiegarlo a Rano, che può tornare a casa quando vuole?

A lei che non deve timbrare cartellini, che può permettersi di fermarsi un giorno o due in più in Ladakh, prima di tornare a casa?

Alla prossima puntata!


Foto dell’autrice