Quando si è in India spesso non c’è il tempo e il modo di fermarsi a riflettere: l’India ti assorbe, ti divora. Ma a volte può essere una fotografia a riportarci in India e a farci soffermare sui nostri ricordi.

L’autrice dell’articolo è Teresa Pisanò, salentina di origine, ma zingara di fatto.  Appassionata di yoga e fotografia, vive a Taiwan, dove insegna italiano. Innamorata dell’Asia, scrive il blog  Asia Mon Amour, dove racconta le sue storie e i suoi viaggi.

Articolo tratto dal blog Asia Mon Amour e disponibile a questo indirizzo.


“Vi sono cento porte per entrare in India, ma nemmeno una per uscirne”

(Ferdinand de Lanoye)

Non posso che confermare la veridicità di questa frase.

Paradossalmente te ne rendi conto quando ci esci, quando vai via, perché l’India va digerita e questo processo digestivo è un po’ come quello del cammello, lentissimo.

Quando sei lì non hai tempo per pensare, per rielaborare, per cristallizzare i pensieri, perché i tuoi occhi sono impegnati a guardare, il tuo naso a odorare, la tua bocca a gustare, le tue orecchie a sentire, le tue mani a toccare. Tutti i sensi sono occupati in questo vortice di sensazioni.

L’India è un viaggio sensoriale. L’India si sente.

Si sente come uno schiaffo tirato all’improvviso, perché stordisce. Si sente come una carezza che lenisce. Ma quando sei lì non lo sai, perché schiaffi e carezze arrivano inaspettatamente con una velocissima alternanza che ti lascia inebetito.

L’India ti rilassa, ti calma. L’India ti stanca, ti succhia le energie e poi te le restituisce moltiplicate.

E quando te ne vai sei quasi sollevato di tornare alla tua normalità fatta di cose scontate, di immagini e sensazioni che conosci.

Fino a che non la digerisci.

Di solito questo succede quando sei già tornato. Ed ecco che è troppo tardi.

Io sono impigliata nelle sue reti. E’ il canto delle sirene che ammalia, è una dolce e piacevole nostalgia.

Ed è difficile tradurre razionalmente quello che ho provato, perché è troppo, troppo intenso, tutto insieme. Forse ho bisogno di tempo per ricomporre il puzzle delle mie impressioni, che sono sparpagliate da qualche parte nella mia mente senza un senso apparente.

Mi ritrovo spesso a pensare all’India.

Sfoglio le foto scattate durante il viaggio, chiudo gli occhi e cerco di sentirne le voci, la musica per strada, gli odori e gli umori, così mi sembra di essere più vicina.

Ieri, spulciando tra le migliaia di foto, ho trovato questa. Scattata a Pushkar, è uno scorcio dei palazzi che si specchiano nelle acque del lago sacro, dove nuotano petali di fiori gettati come offerta.

Foto_1

Io ho girato la foto al contrario e trovo che vista da quest’altra prospettiva rifletta un po’ la mia immagine personale dell’India. Sfumata.

Liquida.
Fluttuante.
Intensa.
Fragile.
Effimera.
Immaginaria.
Dolceamara.

Non l’ho scattata io, ma è a mio marito che va il merito, il quale, ignaro o consapevole, ha colto un’immagine di estrema bellezza, delicatezza e poesia.


Immagini tratte dall’articolo originale