Scrivendo queste righe, a pochi giorni dal mio arrivo a Udaipur, mi sono sentita un po’ come gli impressionisti, che trascrivevano di getto con le loro pennellate di luci e di colori le loro “impressioni” sulla tela.

Con questo flusso di coscienza, ho provato a cogliere la bellezza attorno a me, in un vortice di vita che mi ha coinvolta e mi ha fatto innamorare di questa stupenda città e delle sue persone nel corso dei mesi in cui vi ho soggiornato.

 


La chiamano “la Venezia dell’est”, “la città dei laghi”. Udaipur è una città di quasi 500 mila abitanti, situata nella regione meridionale del Rajasthan, nel nordovest dell’India.

Il Rajasthan, letteralmente “la terra dei re”, è uno degli stati più grandi e più turistici del subcontinente indiano, che accoglie senza discriminazione giovani europei in cerca di un’irraggiungibile pace interiore e comitive di turisti attratti dalle pagine di qualche rivista di viaggio che promette loro di essere testimoni delle meraviglie dell’Oriente.

Il Rajasthan è una terra calda, tradizionale, prevalentemente rurale, radicata nel suo glorioso passato: per secoli è stata l’orgoglio dei Maharaja, dei grandi re, i quali hanno impreziosito questa terra di sontuosi palazzi regali.

I vari clan che si sono succeduti nella storia, i Rajput, sono stati una stirpe di guerrieri che ha posseduto grandi territori che solo nel secolo scorso sono stati unificati sotto il nome di Rajasthan.

Panoramica di Udaipur

Udaipur si distingue dalle altre città della regione perché i suoi sovrani, unicamente chiamati con il titolo di “Maharana”, grandi guerrieri, mantennero l’indipendenza sia dai Moghul, contro i quali combatterono a lungo con grande rispetto e dignità, sia dalle grinfie del colonialismo.

Il dominio dei Maharana assicurò per secoli una relativa tranquillità e un clima di pace che favorì il proliferare di un senso di appartenenza comune, di una civiltà e di una cultura antica, custodite sotto la volta celeste di alcuni dei e del potere del re.

L’induismo rimase la religione prevalente, mentre l’Islam, fortemente radicato in altre zone dell’India del nord, rimase quasi completamente escluso dalla terra dei re.

La città dei laghi non fu solo risparmiata dalle intemperie della storia, privilegiata da un passato relativamente pacifico e felice. E’ come se Brahman, il creatore dell’intero universo, avesse deciso molto tempo prima dei re di benedire questo scorcio di terra con un clima favorevole.

Lontano dalle dune e dalle zone desertiche che occupano impietosamente il nord del Rajasthan, Udaipur è avvolta da un clima mite. Alcuni Maharana, tra cui Udai Singh, da cui la città prese il nome, fecero costruire due bellissimi laghi, Fateh Sagar e Pichola, diversi secoli fa.

I laghi ancora oggi costituiscono il fascino più grande della città, conferendole un’ aura romantica e serena.

 

Pichola Lake

Attorno ad essi si costruisce la città, protetta dalle montagne circostanti, brulle e spigolose, sulle quali troneggiano alcuni templi.

Sui laghi si affacciano case, templi, palazzi e hotel, dai quali tetti, sedi di fortunati ristoranti, è possibile ammirare la bellezza circostante della città.

Guardia davanti al Pichola Lake

Il marmo bianco del City Palace, il palazzo reale costruito sulle sponde del lago Pichola, risplende fiero nella luce calda del sole, o viene rischiarato dolcemente dalle carezze della luna.

Le montagne e i laghi si fondono silenziosamente dando vita a un paesaggio armonioso dove si fondono il bianco, l’azzurro e il dorato. Udaipur, città della pace, dell’armonia, della tranquillità, della natura pacata, silenziosa e riservata.

Udaipur 6

Ma la vita scorre impaziente e vivace in ogni strada, ai bordi di ogni vicolo, dietro ogni angolo. Neanche il calare del sole interrompe questo flusso vitale.

Spesso, nel cuore della notte mi sveglio per un qualche diverso motivo. Una notte l’ululato di un gruppo di cani randagi, un’altra il richiamo alla preghiera della vicina moschea, un’altra ancora una musica ritmata in lontananza dove si festeggia il matrimonio con luci, cammelli, cavalli, balli e cortei fino alla luce del mattino.

Guardia davanti al City Palace

Prima di dormire, amo ascoltare i grilli che accompagnano le ore che scorrono lente, e il loro ritmo cadenzato è qualche volta interrotto da un muggito di una mucca che non si è ancora addormentata.

Il cielo di Udaipur è cosparso di stelle che in qualche modo mi fanno sentire vicina a casa. Sono le stesse, ma brillano di una luce diversa. Forse perché l’aria è più densa, fitta, speziata, puzzolente e pesante, polverosa e ricca di profumi che si mescolano, di cibo e di incenso.

Scorcio

Sulle strade dissestate di Udaipur le donne sfilano avvolte dai sari o da altri vestiti tradizionali del Rajasthan, coperte da lunghi veli che avvolgono il corpo lasciando intravedere appena un po’ di pelle bronzea là dove il tessuto si fa più rado.

La bellezza scivola tra le pieghe dei loro vestiti che brillano di migliaia di colori, e il loro sorriso risplende sulle labbra, intenso e sfuggente.

E’ una bellezza riservata, timida: una bellezza che non risiede solo nel sorriso, bensì negli occhi, nell’eleganza del portamento, nella durezza dei lineamenti, nella fatica del corpo intento a trasportare paglia, acqua o verdura posate delicatamente sulla testa e trasportati con un portamento fiero.

Gli anziani siedono sulle panchine davanti ai vari banchetti o negozi, vestiti di bianco, coronati da turbanti coloratissimi, e dopo averti attentamente osservata, rivolgono un sorriso a te o a qualche dio che in te risiede dicendo: “Ram Ram!”.

Ogni cosa ha la sua stagione, la sua storia, il suo posto, in India. Ad ogni età corrisponde qualcosa. Non c’è l’ansia di aggrapparsi alla vita che fugge, di voler rimanere giovani.

A Udaipur, in India, ci si abbandona semplicemente alla naturalità del fatto di nascere, di crescere, di invecchiare, senza nessuna pretesa.

Udaipur

Vorrei quindi riportare una piccola curiosità.

In India, kal significa sia domani che ieri. Potrà essere un caso, ma fa riflettere molto sul fatto che per molti indiani la storia (oltre al solito concetto della circolarità opposto alla nostra linea del tempo) è un ciclo in cui tutto si perde e torna.

Non è importante l’evento in sé. Le gioie, le perdite, i dolori passeranno, torneranno, moriremo e rinasceremo.

Quindi, se tutto è temporaneo, se tutto è passeggero, se tutto ritornerà o è già stato, che importanza ha il distinguere il domani da ieri? Forse questa convinzione è passata anche nella lingua… Kal. O forse il mio è un paragone troppo azzardato.

In ogni caso, quale sia il motivo di questa coincidenza, nessuno in India ha mai saputo spiegarmelo. O forse nessuno ha mai dato troppa importanza a una possibile riposta.

In fondo, anche questo è un pensiero che passa…

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