Su Indian Express, Chiara ci aveva raccontato gli avventurosi preparativi per il suo grande sogno: l’India.

Chiara ci ha poi raccontato come è andato il suo viaggio nella terra che tanto aveva sognato.

L’Indian Express, un treno metaforico di sogni e aspettative, è pronto a tornare indietro.

Ma c’è ancora un’ultima cosa che Chiara ci vuole raccontare: il suo ultimo giorno in India.

 


 

Mumbai. Ultimissimo giorno in India.

Sono le 14:30 del pomeriggio e tra poco più di un’ora dovremo trovare una macchina che ci porti in aeroporto.

Tutto è pronto. Chiudo le valigie, ma non me la sento di riposare anch’io prima di partire.

Decido allora di approfittare di questa mezz’ora per andare a fare qualche ultimo scatto e prendere un tè.

Come lo stile coloniale contrasta con i palazzi “popolari” in questa zona, così sono le mie emozioni: disarmoniche, burrascose.

Fa troppo caldo per continuare a bighellonare. Decido così di sedermi su una panchina dell’Oval Maidan Park, un parco frequentato per lo più da giovani che giocano a cricket.

Il mio abbigliamento è piuttosto occidentale: jeans, sneakers, t-shirt, occhiali da sole e reflex al collo. Come consuetudine famiglie, donne, bambini passandomi vicino cercano di attirare l’attenzione per un saluto o una foto.

Rispondo cortesemente a tutti, quando improvvisamente mi sento osservata da una silenziosa presenza.

Un signore, credo sulla settantina, vestito con un kurta e un (credo…) dhoti, entrambi di un candidissimo bianco, con i capelli lucidi di brillantina e i baffi all’insù, mi osserva con le mani incrociate dietro la schiena e uno strano sorriso emblematico.

Sono una ragazza sola, seduta su di una panchina all’ombra di una palma con un uomo che mi fissa con una espressione alla Monna Lisa; eppure neanche io riesco a distogliere lo sguardo da lui.

Mi colpisce il colore dei suoi occhi non neri, non verdi, non marroni… due nocciole iridescenti e vispe contrastano con il colore della pelle e il bianco di baffi e capelli.

Un paio di minuti in stile Far West di Sergio Leone, quando il tizio in questione comincia ad avvicinarsi. Senza spostare mai gli occhi da me, si siede all’estremità opposta della mia panchina.

Lo spirito curioso, socievole e sempre propositivo comincia ad abbandonarmi, per trasformarsi in inquietudine. Lentamente, con timidezza, mi sposto più in là. L’uomo non si scompone minimamente e, anzi, continuando a sorridermi, comincia a parlarmi in hindi: “sei arrivata“.

Imbarazzata, mostrandogli la reflex in mano gli faccio notare che sono una turista e non parlo la sua lingua, ma che se desidera possiamo conversare in inglese.

Improvvisamente, per un decimo di secondo, vedo un’ombra scura velare i suoi occhi nocciola. L’espressione seria, quasi di rimprovero, anche se di un solo secondo a me è arriva dritta allo stomaco come un pugno: “bugiarda”…

Tornando a sorridere, continua testardamente nel suo hindi: “sei arrivata finalmente… tardi, ma sei arrivata“.

Come quando sei sott’acqua da troppi minuti e uscendo sputi l’aria rimasta nei polmoni per poi ricominciare a respirare. Così, sento il cuore in petto cominciare a battere all’impazzata, le pupille rimpicciolirsi negli occhi sbarrati e un calore fortissimo dall’interno, diffondersi sulla faccia e le mani.

Un misto di vergogna, shock, rabbia: mi alzo di scatto dalla panchina.

Attenta a non incrociare il suo sguardo, mi congedo farfugliando che è si è fatto tardi.

Spalle curve, faccio un passo. Quando… la macchinetta fotografica! Mi giro subito per prenderla, ma è lui ad averla già tra le mani protese verso di me. Qualcosa di simile a un senso di colpa, forse, mi assale.

La mia e la sua mano tese, si contendono l’oggetto rimasto in sospeso. Alzo lo sguardo in un timido “grazie”, lui in tono paterno: “perché scappi? Non devi avere paura“.

Poi, serio continua: “La tua storia non comincia da dove pensi tu. La tua storia è incompleta. E la tua anima lo sa, lei…”, ma non ho capito come terminasse la frase.

Sorridendo di nuovo, si avvicina con la testa e guardandomi negli occhi dice: “Tornerai. Tu tornerai“.

Avrei potuto rimanere ore a perdermi in quegli occhi, ma il tumulto interiore ha preso il sopravvento.

“No! Tu sei pazzo”, le uniche parole che ho saputo dire…

Idiota. Maleducata. Stupida. Quante me ne sono detta, e ancora me ne sto dicendo. Ma provate anche voi a mettervi nei miei panni. E’ tutto troppo al limite dell’assurdo!

Dopo aver dato del matto a un povero sconosciuto, dunque, mi sono girata.

Con la testa bassa, un brivido scuotermi la spina dorsale, la pelle d’oca e gli occhi lucidi per il vento (sì certo, come no) comincio a correre verso l’albergo. Avevo la mente completamente vuota.

Gli occhi bruciavano di lacrime e mi sentivo ardere di un calore interiore insopportabile. Pensavo solo a correre. Avrei corso per ore, ma dopo circa venticinque minuti arrivo in albergo.

Entro in camera sconvolta, sveglio Giordano e lo incito a scendere visto l’orario.

Come se non fosse accaduto nulla, con sguardo perso ho osservato per l’ultima volta i motorini sfrecciare nel traffico, i grattacieli, l’Haji Ali (la moschea sul mare), i tetti blu degli slum, i bambini giocare sulla spiaggia, il mare… il sole enorme arancione nel cielo rosa del tramonto.

Salita in aereo, cerco inutilmente di dormire. Per ore e ore ho avuto davanti quell’uomo, con le sue parole ripetersi continuamente nella testa.

Ho cercato conferme nel piccolo dizionario hindi che avevo portato con me; ho cercato motivazioni, possibili differenti traduzioni. Tutto combaciava con quello che avevo capito. Avevo ascoltato centinaia di volte canzoni che contenevano quei termini.

Al diavolo! Insomma. Poteva benissimo essere un signore non sano di mente, o uno che si divertiva a beffarsi di me; un maniaco, un drogato, un impostore… nah.

Oppure potrei essere benissimo fuori di testa io… non mi meraviglierei e nessuno si stupirebbe!

Ma non sono ancora riuscita a togliermi dalla testa le sue parole.

Tornerai. Tu tornerai“.


Immagine articolo tratta da latitudeslife.com