Mangio indiano. Mi vesto indiano. Mi piacciono l’arte, l’architettura, la musica e la danza indiane. Mi affascina la religione induista. Faccio tutte le mie – ahimè, brevi – vacanze in India.

Sto persino studiando hindi. Da tempo cerco di passare più tempo in India, magari lavorando o facendo volontariato, per capire meglio le culture locali.

Per il momento, tutti i tentativi si sono disciolti come la fitta nebbia milanese sotto il sole cocente indiano, ma non demordo.

Ed, ecco, armata di esperienza e direttamente da Mumbai, mi viene d’aiuto Marita Zuliani, un’italiana che sta ora rientrando in Italia dopo aver vissuto in India per tre anni.

Gentilmente, Marita ha accettato di rispondere a qualche mia domanda.

Marita, raccontaci di te e di come sei arrivata a Mumbai.

Mio marito lavora nel settore della costruzione di impianti petroliferi e dopo quasi 20 anni di permanenza nei paesi del Golfo (Kuwait, Abu Dhabi ) la proposta di un nuovo lavoro in India è stata accolta con interesse.

Presa la decisione, siamo venuti a Mumbai per “cercar casa” e abbiamo fatto la prima conoscenza con la città. Venti milioni di “Mumbaikers” che vivono nella “Maximum City” (come la definisce lo scrittore indiano Suketu Mehta).

Città di estremi: ricchezza, miseria, arte, cultura, divertimento, call-center, mucche, traffico, tutto confluisce in un “unicum” indistricabile.

La scelta della casa è stata dettata dalla necessità di vivere a una distanza accettabile dal luogo di lavoro di mio marito. Dalla zona sud di Mumbai, l’area dei quartieri residenziali e dei ministeri, ci sarebbero volute più di quattro ore al giorno e quindi abbiamo preso casa a Juhu, a metà strada, un quartiere sul mare che mantiene le caratteristiche di un piccolo villaggio anche se ormai ha acquisito notorietà per la vicinanza a Bollywood e la presenza di numerosi attori famosi.

Leggi anche: Maximum city di Suketu Mehta

In linea di massima, ti è piaciuto vivere a Mumbai?

Credo di poter dire che la maggior parte degli abitanti di Mumbai o ci è nata o ha scelto di viverci per necessità.

Mumbai non fa molto per farsi amare: dall’inciviltà di un traffico senza regole alla sporcizia diffusa, alle frequenti processioni religiose, però è una città giovane, piena di entusiasmo, allegra, disponibile ad integrare chiunque, con una classe media che, senza rinnegare le proprie tradizioni, considera l’educazione dei figli nei paesi occidentali come la chiave di volta del loro futuro.

Secondo te quante Mumbai ci sono? Voglio dire, quanta è variegata la città?

La storia di Mumbai è estremamente interessante da qualsiasi punto di vista la si consideri: 14 isole che diventano terraferma per merito/colpa della più grande potenza coloniale del XIX secolo.

I pescatori si devono spostare verso nord e vengono sostituiti dalle fabbriche tessili, dalle concerie e dalle distillerie. La città cresce senza un piano preciso.

I nuovi quartieri residenziali incorporano gli slum esistenti che, d’altra parte, rappresentano la fonte, a basso prezzo, della manodopera necessaria a garantire i servizi indispensabili.

Nel più grande slum di Mumbai, Dharavi, vivono un milione di persone, che producono borse, pellami vari, fusioni in bronzo, attrezzature mediche, nonché prodotti da forno. Lo slum dista meno di un chilometro da un’area residenziale, Bandra, dove le ville e i giardini ricordano le più belle città europee.

Per quanto riguarda l’architettura, la contaminazione fra gli influssi originali indù, saraceni e inglesi, ha creato monumenti originali e unici.

Che cosa ti è piaciuto di più? Di cosa sentirai la mancanza?

Ciò che più mi ha colpito, appena arrivata, sono i colori dei sari delle donne. Anche le più povere indossano questi vestiti con una eleganza e una grazia sorprendenti. Le combinazioni infinite dei colori e dei disegni sono meravigliosi e non mi stanco mai di ammirarle.

A Juhu il moderno si mescola con l’aspetto tradizionale: i piccolissimi negozi di spezie di fianco a quelli che vendono gli ultimi modelli di cellulari, bancarelle di cipolle e aglio, Bancomat di tutte le banche, nail salon, sartorie fatte da una sola macchina da cucire all’aperto, gioiellerie e venditori di galline, barbieri con una poltrona ed uno specchio, cibi cotti al momento e ristoranti di lusso (da 50 a 3500 rupie, cioè da 67 centesimi a 47 euro), cani randagi, tuk-tuk e macchine lussuose.

Hai imparato a gustare il cibo indiano?

Gli esperti dicono che non esiste la cucina indiana, ma ne esistono almeno cinquanta. Le lenticchie, il dhal, piatto nazionale indiano, cucinate nel Punjab sono giudicate immangiabili nel Kerala.

Personalmente io non riesco ad apprezzarne le differenze e mi limito a chiedere cibi meno speziati.

Cos’è che ti è piaciuto di meno di Mumbai e dell’India? C’è qualcosa che non ti mancherà?

Solo il 37% dell’India è stato dichiarato ODF (Open Defecation Free) e questo senz’altro non mi mancherà.

Hai imparato un po’ di hindi o di marathi (la lingua locale)? Ti è servito? O molti, anche i commessi meno abbienti, parlano almeno un po’ d’inglese?

Ma come si fa a resistere al loro cortese “namaste”, “bahut accha”, “tum tik ho”?

Ma io sono stata molto fortunata perché ho trovato nel nostro autista una persona felicissima di insegnarmi tutte le cose che gli chiedo e che ho memorizzato nel prezioso quaderno che sempre porto con me. Poi ho comperato un libro e quindi ho trovato un’insegnante.

Comunque l’inglese non è diffuso come dovrebbe essere una “seconda lingua” ufficiale. La gente comune parla la lingua dello stato in cui vive o da cui proviene, mescolate a un inglese di base.

Cosa ti ha turbata di più? Penso per esempio ai frequenti commenti sulla povertà e la sporcizia.

Mumbai, ma forse di più l’India delle campagne, mi fa sentire in colpa: non è solo la povertà diffusa, è il senso di una vita disperata per chi non ha il minimo per assicurare a se stesso e alla famiglia, la pura sopravvivenza.

Ammesso e non concesso che uno straniero riesca a ottenere un visto di lavoro in India, quanto dovrebbe guadagnare al mese per permettersi di vivere una vita “normale” da classe media, considerando anche le spese a cui forse non si pensa immediatamente, come un’assicurazione medica privata?

Per uno straniero possiamo identificare due standard di vita. Il primo in linea con uno stile di vita medio indiano: appartamento in un edificio un po’ malandato, utilizzo di trasporti pubblici, supermercati indiani (la pasta italiana costa 10 euro al kg!) il minimo necessario è un salario di circa 1500/2000 euro al mese.

Il secondo è uno stile medio europeo: i costi maggiori sono rappresentati dall’abitazione, dalla macchina con l’autista e dai costi più alti di supermercati di stile occidentale. Minimo, in questo caso, 4000 euro.

Per capire meglio la cultura indiana, mi piacerebbe fare volontariato, magari insegnando inglese alle donne svantaggiate e in una grande città dove parlano hindi. Hai qualche suggerimento?

In India sono presenti numerose ONG, quasi tutte legate alle chiese. Noi, per esempio, conosciamo abbastanza bene l’organizzazione del lebbrosario di Mumbai tenuto da suore cattoliche e credo che questo sia il veicolo migliore per avere dei contatti seri.

Pensi di essere davvero entrata nella vita vera locale? Sei riuscita a fare qualche amica indiana? In linea di massima sono aperti a fare amicizie con stranieri (penso, per esempio, al sistema più o meno sotterraneo di caste)?

Non è molto difficile socializzare con i locali, ma certamente richiede molto tempo. Personalmente, non avendo contatti di lavoro, mi sono iscritta allo “Yoga Institute” perché frequentato quasi esclusivamente da indiane e lì ho conosciuto Pallawi, una giovane di Chennai che mi considera una sua seconda mamma, Usha, una signora del Kerala con due figli che lavorano all’estero, Shakun, signora dell’alta borghesia che ama viaggiare da sola all’estero, Roma, signora Sindi modernissima e coltissima.

Frequentandoci con una certa regolarità, mi sono resa conto che, mentre le mie amiche vivono una vita del tutto simile alla nostra, la maggior parte delle donne è ancora legata alla tradizione e non gode assolutamente della stessa libertà.

Com’è il vivere in India per una donna, specialmente una donna sola senza la presenza protettiva di una famiglia? E’ veramente rischioso come si sente dire? E’ vero che per una donna sola è meglio rincasare prima che faccia buio?

La situazione in una grande città è simile a quella di qualsiasi grande città occidentale. Ci sono quartieri che una donna sola non frequenterebbe di notte né a Milano né a Mumbai.

Completamente diversa è la situazione nei villaggi dove il sistema delle caste e le tradizioni maschiliste prevalgono.

E viaggiare da sola come donna? Ho sentito parlare di vagoni del treno o della metrò solo per le donne. Hai mai provato questi servizi?

In quanto al viaggiare da sole, qui a Mumbai, le donne usano normalmente risciò, taxi, treno e metro, ci sono vagoni “rosa” e sono un’ottima soluzione visto l’affollamento dei mezzi pubblici.

Personalmente sono una privilegiata perché utilizzo sempre la macchina con l’autista, ma quando vado a piedi nessuna mi ha mai disturbata.

Immagino che per avere la televisione in italiano ci siano i servizi a pagamento. Si sente parlare molto anche delle nuove tecnologie digitali in India. Sono davvero molto in avanti rispetto a noi? Ti è stato difficile ottenere un cellulare indiano?

Non ci siamo interessati per ricevere la TV italiana. I collegamenti con figli, parenti e amici è assicurato dai vari Whatsapp, Viber, Imo ecc., forniti da qualsiasi provider.

Ottenere la Sim indiana è una procedura semplice che richiede però la presentazione di un documento e di una fotografia.

Infine, che cosa dell’India e di Mumbai ti rimarrà nel cuore? Con quale pensiero vorresti lasciarci? E grazie infinite per aver condiviso con noi le tue esperienze indiane.

Ci sarà posto nel mio cuore per i ricordi che porterò dall’India? Certamente sì: i colori di fiori a me sconosciuti, dei sari delle donne, gli occhi immensi e neri dei bambini segnati dal kajal, le motociclette che trasportano famiglie con tanti bimbi, i templi affollatissimi pieni di fiori e asfissianti per le candele, il venditore di aglio che spinge il carrettino con una mano e con l’altra risponde al cellulare, i sadhu con le lunghe barbe, la musica meravigliosa dei loro strumenti antichi come la tabla, il sitar, l’harmonium e il flauto o quella pop dei film di Bollywood, il sapore unico del mango Alphonso, il sole che appare quando imperversa il monsone e sembra non finire mai, il dondolio delle loro teste per dire di sì, il buffo copricapo dei giovani sikh prima di portare il tipico turbante e il sorriso delle mie compagne di yoga quando mi sforzo di dire qualcosa nella loro lingua e mi applaudono.

E c’è ancora tanto posto… e un grazie a te, Star, per avermi dato la possibilità di ricordare.


Immagine di Marita Zuliani