Chi va in India piange due volte: una quando arriva e una quando se ne va via. L’India è un paese dalle infinite sfumature e contraddizioni, capace di lasciare un segno indelebile non solo in chi ci vive ma anche in chi la osserva da turista.

È un paese che richiede tempo e pazienza, in quantità diverse per ogni persona, per elaborare, comprendere e dare un senso alla sua realtà. L’India ti chiama a essere pronto per nuove sfide ogni giorno. Perciò la “Mia India” è un viaggio prettamente personale, d’introspezione che invita alla riflessione e alla ricerca di se stessi. 

 


 

Sono a Mumbai, seduta in un bus diretto a Pune, città in cui ho trascorso gli ultimi cinque mesi e che diventerà la mia casa per un anno almeno. È ormai il mio terzo soggiorno in India in poco meno di un anno; la scorsa estate ho svolto un tirocinio a Bangalore di due mesi, sono poi tornata a settembre per cinque mesi a Pune, dove ora mi ritrovo a vivere nelle vesti di espatriata italiana.

È difficile lasciarsi tutto alle spalle: la famiglia, gli amici e il buon cibo, per gettarsi in una nuova avventura, soprattutto se si tratta dell’India, un paese che ai più è sinonimo di violenza sulle donne, sporcizia, povertà e maleducazione e che solo pochi in realtà si preoccupano di conoscere a fondo.

lavoratore

Come l’immaginario collettivo sugli Stati Uniti è stato forgiato sul modello televisivo della famiglia felice con “il frigo sempre pieno”, il mondo dei media ha affibbiato anche all’India una costruzione fin troppo generica e del tutto superficiale. Volendo descrivere una società della quale in realtà non si può fare di tutta l’erba un fascio.

Alla domanda “Cosa fai nella vita?” rispondo che lavoro all’estero, consapevole che alla prossima risposta che svelerà il paese in cui mi trovo, scatterà la fatidica esclamazione mista di stupore e incomprensione: “Perché proprio in India?”, “Ma non è pericoloso?”.

Con il passare del tempo e delle domande, potrei stendere un copione da recitare al prossimo convenevole: un discorso standard col quale spiegare le varie motivazioni oppure dare una risposta secca e indifferente per tagliare la conversazione.

In realtà è una sequenza comunicativa con la quale mi diverto a ribaltare il retaggio culturale  dell’India e allo stesso tempo mi consente di spingere le persone a riflettere e guardare oltre la siepe, già chiamata in causa da Leopardi.

Ciò che più fa rabbia è che ci crediamo portatori di una mentalità moderna, aperta al nuovo e all’altro, futuristica, ma quelle semplici e ovvie domande che mi vengono inevitabilmente poste mi dimostrano che non è così.

Al primo sguardo sbalordito allora rincaro la dose, spiegando come mi sia perfettamente adattata all’ambiente e alla gente locale, come non abbia mai avuto alcun problema fisiopatologico o d’altra natura, anzi abbia sempre trovato uno sguardo amichevole e una sincera disponibilità.

 

Sorrisi sinceri

Sorrisi sinceri

Mi ritrovo a raccontare la mia visione dell’India e delle sue contraddizioni, mi ritrovo ad accettare e capire alcuni comportamenti, nonostante questi siano distanti anni luce dal nostro orizzonte.

Come? Studiandone la cultura e allacciando contatti diretti con le persone, piuttosto che affidarmi a pregiudizi che alimentano paure e gettano ombre su un paese, che offre un panorama unico e variegato dell’umanità e della natura.

 

Tramonto su Vembanad Lake, Kerala

Tramonto su Vembanad Lake

La maggior parte di queste persone che si ritrovano nelle prime righe non sanno cosa si perdono. Sono consapevole che l’India non sia un paese per tutti e come una mia cara amica indiana mi disse all’alba del mio primo viaggio: “L’India o si ama o si odia”.

Tuttavia, ciò che sentiamo e che prendiamo per garantito altro non è che il frutto di una generalizzazione troppo banale, se consideriamo la popolazione di quasi un miliardo e trecento mila persone (il secondo paese più popolato al mondo dopo la Cina).

Non mi esulo dal riconoscere i severi e radicati problemi che affliggono l’India ma i pregiudizi annebbiano la vista e creano un distaccamento netto dalla realtà, inoltre non contribuiscono alla costruzione del cosiddetto villaggio globale tanto adulato.

Nel corso di quest’anno mi sono ritrovata a dover rispondere a tante, tantissime domande sull’India e sul perché esistano ancora le caste, i maltrattamenti sulle donne, i matrimoni combinati e la scarsa igiene.

Ciò che presento è la mia storia: singolare nel suo genere data la mia spropositata passione per l’India, che tuttavia rappresenta una testimonianza di realtà e quotidianità: a dimostrazione che non tutti gli indiani sono violenti e analfabeti, che internet esiste e che molti possiedono almeno un televisore e un cellulare.

Con la mia storia ho visto nascere la curiosità nelle persone con cui parlo e le ho viste iniziare a porsi delle domande che fino ad allora non avevano considerato. Tutto ciò mi ha portato a riflettere e pensare che ognuno di noi, con la sua esperienza, fa e scrive la storia.

Raccontare la mia esperienza positiva dell’India a cento persone, ad esempio, ha mosso qualcosa in ciascuna di esse. L’effetto non sarà immediato per tutti, ma sono sicura che si verificherà un riscontro nel tempo. Sono convinta che sia servito a qualcosa, che quando incontreranno un venditore di rose o ascolteranno un servizio sull’ennesimo stupro in tv, forse penseranno alla nostra chiacchierata e cercheranno di non vedere solo il lato “marcio”.

Non conta quanti libri abbia letto o documentari abbia visto prima di venire, l’India ti avvolge nei suoi sguardi, ti entra dentro con i suoi odori, ti colpisce con i suoi colori e ti stordisce nei suoi rumori.

Come Pasolini raccontava ne “L’odore dell’India”: «Ci si può smarrire in mezzo a questa folla di 400 milioni di anime […] come in un rebus di cui, con la pazienza, si può venire a capo: sono difficili i particolari».

deserto

È una scoperta continua. Non potrai più farne a meno.

 


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