♪♫♪… Sabko maloom hai main sharaabi nahin… ♪♫♪

♪♫♪… Phir bhi koi pilaye to main kya karoon… ♪♫♪

(Tutti sanno che non sono un alcolizzato… ma che ci posso fare se mi servono da bere?)

Celebre Ghazal interpretato da Pankaj Udhas.

L’autrice dell’articolo è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto da Guida India e disponibile a questo indirizzo.


Alcuni Stati indiani ufficialmente sono “dry” – come per esempio iil Gujarat, il Mizoram, il Manipur, il Nagaland, le Laccadive, con l’eccezione dell’isola di Bangaram – cioè la vendita e il consumo di alcolici sono totalmente proibiti.

Altri Stati, in cui formalmente gli alcolici sarebbero legali o quantomeno tollerati, hanno però ricominciato ad applicare norme come quella che impone agli stranieri di ottenere una specifica licenza di bere, generalmente inclusa nel prezzo del drink richiesto, allo scopo di restringere il libero consumo di alcolici e il dilagare di usanze giudicate contrarie alla tradizione e decenza locale.

Nei territori di lunga dominazione latina, come Goa e Pondicherry, il consumo di alcolici è invece da sempre piuttosto libero, mentre in altri viene regolato oggi in base all’età minima dell’acquirente/consumatore, fissata generalmente ai 21 anni, oppure a seconda del calendario.

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Esistono infatti numerosi giorni dry osservati in tutta la nazione, come per esempio il Republic Day, il 26 gennaio, l‘Independence Day, il 15 agosto o il Gandhi Jayanti, l’anniversario della nascita del Mahatma ricordato ogni 2 ottobre, ai quali poi ogni Stato indiano aggiunge ulteriori ricorrenze civili e religiose locali.

La rigida regolamentazione, unita all’altissima tassazione che generalmente grava sugli alcolici legali, alimenta però anche la vasta produzione clandestina di liquori di ignota origine e composizione, la cui diffusione tra gli strati più marginali della popolazione spesso causa stragi e danni fisici permanenti ai sopravvissuti.

Secondo uno studio pubblicato nel 2009 dalla rivista The Lancet, oltre un quinto dell’intera produzione mondiale di alcolici verrebbe consumato in India, ma ben due terzi dei liquori bevuti nel Paese sarebbero di origine clandestina o artigianale.

Le problematiche relative all’abuso di alcolici figurano da tempo tra i principali motivi di preoccupazione per le autorità socio-sanitare indiane, che attualmente stimano il numero degli alcolizzati cronici attorno al 20% dei circa 68 milioni di bevitori abituali del Paese.

Contemporaneamente, però, la tassazione imposta sulla vendita e distribuzione delle bevande alcoliche, due attività spesso gestite direttamente dagli Stati regionali, rappresenta in molti casi un’enorme parte delle entrate fiscali locali.

Ben prima dell’avvento degli europei e delle loro “malsane abitudini occidentali”, la cui influenza viene additata come una delle principali cause del fenomeno, come tutte le altre civilità del mondo, anche l’India vantava da millenni una vasta produzione autoctona di bevande fortemente inebrianti e tradizioni legate al loro consumo.

Spesso di origine tribale e preparazione casalinga, alcune di queste bevande fanno parte sin dalla notte dei tempi di rituali religiosi, sociali e alimentari di molte popolazioni indiane, particolarmente nelle regioni del nord-est.

 

HANDIA

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Si tratta di una birra ottenuta dalla fermentazione di riso, corteccia e radici di almeno 6 piante medicinali locali, tradizionalmente prodotta dalle donne appartenenti alle tribù adivasi dei Munda e dei Santhal e molto diffusa negli Stati del Bihar, Jharkhand, Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh e West Bengal, ma anche in Nepal e Bangladesh.

Servita fredda e bevuta dai tribali quotidianamente come misura dietetica ed energizzante, la bevanda ha anche funzioni rituali, sociali e in parte economiche, giacché viene venduta pronta al consumo o sotto forma liofilizzata: anche la sola mistura triturata di riso e radici necessaria per produrla, chiamata Ranu, viene infatti venduta e sarà poi sufficiente aggiungerla all’acqua di cottura del riso, lasciar fermentare e filtrare il tutto.

 

APONG e XAJ

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Un’altra birra a base di riso e di una mistura di erbe, chiamata E’pob, viene prodotta in diverse varianti dalle donne delle tribù degli Adi e dei Mishing nelle regioni dell’Assam e dell’Arunachal Pradesh, dove viene consumata in abbondanza particolarmente durante la festività di Ali-Aye Ligang, che da un lato segna l’inizio della stagione del raccolto e dall’altro celebra gli antenati ai quali si richiedono benedizione e prosperità.

Le circa 50 erbe un tempo impiegate nella sua preparazione oggi si sono ridotte più o meno alla metà, ma il suo consumo continua a segnare ogni celebrazione ed evento sociale, rappresentando per queste tribù un elemento fondamentale della loro cultura.

Il Xaj è invece la sua versione prodotta dalle tribù dell’Assam Ahom e Tiwa e generalmente servito in tradizionali ciotole d’ottone.

 

FENI

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Prodotto e venduto esclusivamente a Goa, il Feni, o Fenny, è un liquore ottenuto dalla distillazione del succo dalla mela caju, il falso frutto dell’anacardo, specie originaria del Brasile e importata in India dai Portoghesi.

Il Feni viene prodotto anche a partire dalla palma da cocco, ma è il Cashew Feni ad essere considerato davvero unico dagli intenditori e come tale, particolarmente nella sua versione a doppia distillazione, è spesso oggetto di adulterazioni e falsi.

 

ZUTHO

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Servita spesso accompagnata da peperoncini rossi o germogli di soja – tra i pochi ingredienti digeribili di una dieta indigena che può altrimenti comprendere anche cani, gatti, enormi bruchi o ragnoni pelosi – lo Zutho è la assai alcolica, corposa, fruttata e acidula birra di riso prodotta dalle tribù che danno il nome alla regione del Nagaland.

 

KALLU

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La zuccherosa versione meridionale del diffusissimo Toddy, vino di palma, o Coconut Toddy, quando  derivato dalla palma da cocco, viene chiamata Kallu in Tamil Nadu, Andhra Pradesh e Kerala, o Tadi in Maharashtra.

 

CHHANG

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La cugina himalayana della nostra birra, tradizionalmente considerata il rimedio principe per infreddature e reumatismi, ovviamente si beve ben calda o al massimo a temperatura ambiente d’estate, dopo essere stata prodotta dal miglio, dall’orzo o dal riso semi-fermentati e che, a seconda delle usanze locali, possono anche completarla in una sorta di versione alcolica del mate andino.

 

BHANG / THANDAI

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Il drink ufficiale della celeberrima festività di Holi, la festa dei colori: niente alcol, ma cannabis a profusione, frullata con latte, burro chiarificato, zucchero, frutta secca e spezie a piacere. 

 

ZAWLAIDI

Bevanda alcolica Zawlaidi

Grazie alle particolari condizioni climatiche della regione di Champhai, il Mizoram ultimamente ospita fiorentissimi vigneti dai quali si ottiene lo Zawlaidi, vino cugino del nostro popolare Lambrusco.

Gli ottimi risultati ottenuti con la produzione dello Zawlaidi, in lingua locale Pozione d’Amore, hanno portato il legislatore ad emendare nel 2007 la legge che precedentemente vietava la produzione, vendita e diffusione di qualsiasi bevanda alcolica nello Stato.


Forografia principale tratta da www.asianews.it

Fotografie 1, 2, 4, 6, 7 tratte da www.nelive.in

Fotografia 3 tratta da >fenidrink.com

Fotografia 5 tratta da www.kallushappu.com

Fotografia 8 tratta da blog.qikstay.com