Nelle regioni settentrionali dell’India (Himachal Pradesh, Sikkim, Arunachal Pradesh) e Ladakh cioè l’altopiano nell’estremo nord del paese chiamato anche “Piccolo Tibet” potreste facilmente incontrare  uno yak  a spasso tra le praterie di quota e nelle vaste steppe.

Ma cos’è lo yak?

Lo  yak bos grunniens (bue che grugnisce) è un mammifero della famiglia dei bovidi che viene soprannominato anche bue tibetano, in quanto  rappresenta il simbolo dell’altopiano del Tibet.

Lo yak si trova anche in Tibet, Nepal, Bhutan, Cina e Mongolia occidentale. Ha una corporatura imponente, le femmine partono da 300 kg, un manto scuro che scende lungo i fianchi e si fa più fitto sulle spalle, corna arcuate verso l’alto, e un grande ciuffo all’estremità della coda.

Nello yak selvatico il manto si presenta di colore marrone e nero mentre in quello addomesticato di colore grigio e bianco. In primavera la folta pelliccia degli yak viene sapientemente pettinata per raccoglierne la fibra, dalla cui filatura si ricaverà una lana molto ricercata, sottile e morbidissima.

Mentre il numero degli yak selvatici e’ piuttosto ridotto, lo yak domestico è molto diffuso

Lo yak costituisce infatti una risorsa fondamentale per gli abitanti insediatesi in queste aree impervie. I pastori di yak raccolgono gli animali dai loro proprietari in diversi villaggi per farli vivere con le proprie famiglie, li portano ai pascoli e dal loro latte ricavano il burro, i cui proventi della vendita saranno divisi con i proprietari. E’ da sottolineare che l’allevamento di questo animale è  tuttora considerato un’attività molto nobile dai pastori buddisti del Ladakh.

Se vi capiterà di trovarvi in Ladakh, vi verrà certamente offerto un infuso a base di foglie di tè verde chiamato bocha (tè al burro tibetano). Il bocha prende il nome dalla lingua tibetana e si beve non solo in Tibet ma in tutte le regioni trans-himalayane a cultura buddista come il Nepal, il Bhutan e, appunto, l’India del Nord.

Il bocha si prepara versando del tè verde in una zangola insieme a sale, bicarbonato, latte e burro di dri (la femmina dello yak). Il tutto viene mescolato vigorosamente in modo che il burro fonda e emulsioni con il tè, quindi riversato in un bollitore che lo mantenga caldissimo. Il risultato è una bevanda brodosa, molto grassa e salata, che si dice essere molto ritemprante, nutriente e adatta a scaldare il corpo alle rigide temperature di montagna.

Lo yak è utilizzato anche come animale da soma per le aree nevose impraticabili. I suoi zoccoli a forma di coppa gli permettono infatti di camminare agevolmente anche sul ghiaccio, riuscendo a coprire fino a trenta km al giorno con in sella carichi di 150 kg.

Recentemente, il Consiglio Indiano di Ricerca Agricola e la FAO – Food and Agriculture Organization, l’agenzia delle nazioni unite per la vigilanza sul cibo e l’agricoltura – sono rimasti spiacevolmente sorpresi nel constatare il forte calo della popolazione yak in India negli ultimi anni. Mentre se ne stimavano circa 130 mila  esemplari nel 1982,  oggi il numero e’ sceso a 30 mila (anche se  vi e’ in corso una disputa in quanto i numeri iniziali sono stati probabilmente sovrastimati).

Se vi fosse venuta voglia di approfondire sulla regione del Ladak, non perdetevi l’emozionante intervista di IndiaInOut ad Enrico Guala autore della guida illustrata “Ladakh: tra Terra, Cielo e Gompas”.


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