Nel deserto del Kutch, nello Stato indiano del Gujarat esistono ancora popoli nomadi.

Incontrarli per strada è come trovarsi di fronte a un dinosauro, a un esemplare venuto dal passato più remoto.

L’autrice dell’articolo è Elisa Chiodarelli, instancabile viaggiatrice. Ha iniziato a viaggiare da bambina e non si è più fermata: anche quando non è veramente un viaggio (in India o altrove), è sempre alla scoperta di cose interessanti.

Articolo originale tratto dal blog dell’autrice Italian Masala e disponibile a questo indirizzo.

 


 

I Rabari sono uno dei tanti gruppi tribali che abitano i confini tra l’India e il Pakistan, in piccoli villaggi ai margini del deserto salato del Kutch, oggi in parte ricostruiti dopo il terremoto del 2001.

I villaggi sono davvero poveri e sperduti, sorgono nel mezzo di una vasta zona pianeggiante in cui il sole batte furioso tutto l’anno, a esclusione del momento in cui le piogge monsoniche sommergono per parecchi centimetri la terra e il sale, trasformando il Kutch in un lago surreale.

Fino all’Ottocento tutta questa zona era il percorso abituale delle carovane che trasportavano merci da e per i porti della costa; poi, quell’epoca felice giunse al tramonto e il Kutch entrò in una progressiva emarginazione.

A occidente, il grande centro commerciale e finanziario di Bombay monopolizzava i traffici in maniera crescente, a oriente il nuovo porto di Karachi cominciava a far sentire il suo peso.

Nel 1947 la Partizione tra India e Pakistan impresse una drammatica accelerazione al declino che fino ad allora aveva lentamente divorato le energie commerciali della zona.

Il Kutch si ritrovò a essere terra di confine tra due stati ostili e divenne nel 1965 teatro del conflitto indo-pakistano.

In questo contesto difficile, le popolazioni tribali del deserto sono sopravvissute ai vari stravolgimenti, cercando di mantenere la propria identità con le proprie tradizioni, la lingua, gli usi, la religiosità, i metodi di sussistenza.

Viaggiando per il Gujarat, capita di incontrare degli appartenenti alle varie jati (i gruppi di Rabari): si riconoscono subito dall’abbigliamento del tutto particolare delle donne (gonna, camicetta e scialle neri) e degli uomini (camicia pieghettata bianca, pantaloni e turbante bianco).

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I Rabari infatti sono soprattutto allevatori, di capre, pecore, cammelli e vacche; e i loro sistemi di allevamento prevedono ancora la transumanza dal villaggio alle zone di pascolo, sempre più rare e preziose (e lontane).

La migrazione inizia a novembre e si conclude alla vigilia del monsone. I restanti quattro o cinque mesi vengono trascorsi al villaggio.

Nel sistema castale tradizionale ciascuna jati era dedita all’allevamento di una sola specie animale: certune le vacche, certe altre i bufali, altre ancora le capre e i cammelli.

Questo determina una gerarchia: chi alleva le vacche e i cammelli occupa una posizione di maggior prestigio sociale, anche se con l’espandersi della rete di trasporti su ferrovia e su strada, il ruolo del cammello nei traffici commerciali è drasticamente cambiato.

Per tutte le comunità Rabari del Kutch comunque il cammello mantiene una grande importanza simbolica e religiosa e ogni famiglia cerca di tenerne uno per fini cerimoniali e come testimonianza del proprio status.

E ovviamente, dalla vendita degli animali e dal commercio dei loro prodotti (latte, derivati e lana), i Rabari ricavano il necessario per vivere.

Oggi comunque i Rabari si sono parzialmente sedentarizzati e sempre più integrano la pastorizia con la coltivazione dei campi.

Ma viaggiando per il Gujarat, capita, nel bel mezzo di un tratto autostradale trafficato, di imbattersi in una famiglia Rabari che si sposta, con i propri averi caricati sui cammelli, per raggiungere un bivacco, un pascolo o un accampamento di transumanza.

È un incontro strano, come se ci si imbattesse in un esemplare di essere vivente venuto dal passato più remoto.

Molte delle comunità di frontiera di queste terre conservano le tradizioni in fatto di abbigliamento che contraddistingue le varie famiglie, jati e gruppi allargati.

Gli uomini vestono tradizionalmente di bianco, con un dhoti di tela di cotone e una giacca pieghettata. Portano però anche un turbante bianco e pesanti orecchini semi-conici fissati nella parte centrale dell’orecchio.

Le donne indossano abitualmente una gonna nera di lana, un corpetto nero di cotone aperto sulla schiena e arricchito da applicazioni e pieghettature.

Il tutto è completato da un velo nero ricamato e da pesanti gioielli d’oro o d’argento ai polsi, caviglie, orecchie, collo.

Altro elemento di bellezza sono i tatuaggi, che rappresentano, stilizzati, templi, altari, divinità, ma anche lo scorpione, simbolo di fertilità (le cui punture vengono così scongiurate). La lana per la gonna è quella delle capre e dei cammelli allevati in famiglia.

Il vestito rappresenta quindi l’identità castale di questa gente e le donne curano con grande attenzione ogni dettaglio, consapevoli che l’abito segnala l’appartenenza alla comunità e la posizione di ciascuna al suo interno.

Fortunatamente il lavoro lungo e paziente di ricamo di abiti e stoffe tradizionali non è del tutto sparito; le donne hanno conservato questa particolare competenza tramandata di madre in figlia relativa a tecniche e motivi decorativi con i loro significati e usi specifici.

Il merito è anche alle diverse fondazioni e organizzazioni che sostengono l’artigianato locale, promuovendone il commercio in India e all’estero.

Se le donne Rabari oggi continuano a insegnare l’arte del ricamo alle loro figlie è anche perché hanno trovato un mercato interessato al loro artigianato tessile, che per forza di cose, ha dovuto adattarsi un po’ ai gusti e alle richieste esterne.

Abiti, coperte, quilt e arazzi sono decorati anche con applicazioni di stoffa, specchietti e perline.

Il corredo tradizionale comprendeva anche ogni sorta di “copertura decorativa” per la casa: copri-tavolini, copri-recipienti di acqua e granaglie, copri-animali del cortile (tra cui dei curiosi copricapi per mucche e cammelli).

Tutto ciò un tempo veniva ricamato per la dote della giovane sposa e rinchiuso in pesanti bauli di legno traforato pronti per il trasloco nella nuova casa.

La stessa cura che le donne prestavano per la confezione dei capi tessili veniva riservata alla decorazione della casa.

Sia gli interni sia la veranda esterna delle case tradizionali sono abbellite da rilievi con applicazioni di specchi, figure di animali e geometriche fatte di un misto di sterco animale e argilla.

Il tutto colorato di bianco all’interno e di colori brillanti all’esterno.

Interno di casa Rabari

Per un altro racconto ambientato in Gujarat, leggi anche: Fisherman’s friend


Immagini tratte dal blog dell’autrice