Dopo le riflessioni sull’impatto del progresso sulla città di Delhi, Sunil ci racconta il suo re-inserimento nell’ambiente indiano dopo decenni di assenza e l’inizio del suo progetto.

Il dottor Sunil Deepak è un medico di origine indiana che ha vissuto e lavorato in Italia per 30 anni. Ha diretto il reparto di assistenza medica e scientifica di AIFO (Amici di Raoul Follereau, un’organizzazione non governativa con sede a Bologna). 

Nel 2014 decide di tornare nel suo paese di origine con l’idea di mettersi a disposizione come medico dove ci sia più bisogno. Ha raccontato la sua esperienza sul suo blog Arawaghi, e questa è la quarta puntata della sua avventura.

Articolo originale tratto dal blog Awaraghi e disponibile a questo indirizzo.


In tutti questi anni, avevo sempre viaggiato. Stavo via da casa per delle settimane. La decisione di tornare a fare il medico in India, l’avevo discussa con mia moglie e mio figlio per molto tempo. Perciò, la crisi di panico a qualche giorno prima della partenza da Bologna era completamente inaspettata.

Al pensiero di lasciare Nadia e Marco e non vederli per un anno intero, ero piombato in crisi depressiva e mi veniva da piangere continuamente. La mattina del 25 giugno quando sono partito da Bologna, mi sembrava di avere un infarto e pensavo che questa mia decisione fosse un grande sbaglio.

I primi due-tre giorni a Delhi sono stati terribili, continuavo a pensare a loro. Poi invece, poco alla volta il mio umore si è migliorato. Ho parlato con loro su Skype e vederci mentre parlavamo mi ha calmato un po’. Spero che il peggio della mia crisi sia passata.

Questi giorni a Delhi sono serviti a mettere a posto le questioni pratiche – aprire il conto bancario, richiedere il codice fiscale, richiedere la patente indiana ecc.

Non sono più un cittadino indiano, ma sono un cittadino italiano anche se ho un documento indiano che riconosce il mio origine indiano e mi garantisce alcuni diritti (Overseas Indian Citizen).

Tuttavia, per alcuni versi sono un immigrato straniero e devo seguire le diverse leggi indiane per avere i documenti e tutto richiede tempo e visite ai vari uffici, dove si deve compilare un’infinità di moduli e allegare delle foto. Comunque, più o meno tutte le questioni pratiche sono state risolte.

Domani partirò per Lucknow, per passare quattro settimane in un piccolo ospedale sostenuto dai francescani di Bologna. L’ospedale è gestito dalla dottoressa Brigitha che avevo conosciuto circa 20 anni fa durante una delle sue visite a Bologna. Farò il tirocinio con lei per riabituarmi al sistema sanitario indiano.

Ho incontrato le persone con le quali penso di stabilirmi e lavorare. Loro vivono nel villaggio di Kesla nel distretto di Hoshangabad, nella parte centrale dell’India. E’ una zona di adivasi (popoli indigeni), persone che appartengono alle tribù.

Andrò a visitarli nella terza settimana di agosto e vivrò con loro per qualche mese per capire se riuscirò a adattarmi alle loro condizioni di vita. Mi piace quello che raccontano del loro lavoro con le ragazze delle tribù, con i gruppi sradicati dalle loro terre per la costruzione di una diga e per i diritti delle tribù dei pescatori.

Sono animati da ideali ispirati da Mahatma Gandhi. Vogliono che lavori con loro per creare un ambulatorio e un programma di salute e riabilitazione comunitaria. Ma vogliono fare tutto questo senza diventare un’ONG, vogliono continuare a essere un movimento. Ciò significa che non possono avere dei progetti finanziati dalle istituzioni locali o internazionali.

Quando ho detto che per costruire e equipaggiare un ambulatorio serviranno dei fondi, mi hanno detto di non preoccuparmi: “Noi tutti cercheremo dei fondi. Anche tu puoi cercare dei fondi tramite i tuoi contatti personali”.

Non so se iniziare il progetto come la vedono loro sarà fattibile. Comunque, sarà una bella sfida che non vedo l’ora di iniziare!


Foto tratta da http://awaraghi.blogspot.in/2014_09_01_archive.html