Ora lavoro a Guwahati nella parte nord-orientale dell’India, presso una ONG che si occupa delle persone con disabilità”.

Il dottor Sunil Deepak è un medico di origine indiana che ha vissuto e lavorato in Italia per 30 anni. Ha diretto il reparto di assistenza medica e scientifica di AIFO (Amici di Raoul Follereau, un’organizzazione non governativa con sede a Bologna).

Nel 2014 decide di tornare nel suo paese di origine con l’idea di mettersi a disposizione come medico dove ci sia più bisogno. Ha raccontato la sua esperienza sul suo blog Arawaghi, e questa è la undicesima puntata della sua avventura.

Articolo originale tratto dal blog Awaraghi e disponibile a questo indirizzo.


Molte persone in Italia volevano sapere di più della mia scelta di lasciare l’Italia e tornare a vivere in India. Delle volte mi sentivo a disagio perché mi sembrava di non dare le risposte che volevano. Mi sembrava che alcuni di loro aspettassero da me soltanto un certo tipo di risposte.

Penso che molte persone soffrano lo stress e le frustrazioni del vivere quotidiano e sognano vite meno complicate con un ritorno al passato. Vorrebbero un passaggio a una vita più semplice, dove le emozioni sono più genuine, le persone hanno più tempo, e le nostre vite hanno più certezze.

Avevo la sensazione che quando le persone mi chiedevano della mia esperienza di vita in India, volessero la conferma che fossi riuscito a realizzare questo, che il sogno di vivere una vita più semplice e genuina fosse possibile.

Avevo difficoltà a parlare della mia realtà, spiegare che questa vita mi dà molte piccole e grandi soddisfazioni quotidiane, ma che tuttavia lo stress e le frustrazioni non mancano. La mia non è una vita meno complicata.

Per cercare le emozioni genuine, devo sempre fare lo sforzo di uscire dal mio guscio, avvicinarmi agli altri ed essere disponibile. Non esiste una formula che cambiando Paese, casa e lavoro, automaticamente la tua vita si trasforma.

Anche qui vi sono molte persone frustrate e che sognano di vivere vite più appaganti in Europa. Penso che cambiare Paese e lavoro può funzionare se cerchi di realizzare un tuo sogno o vai verso qualcosa che hai fortemente desiderato. Ma cambiare Paese difficilmente servirà se vuoi fuggire da qualcosa.

“Allora cosa fai in India?”, è la domanda più comune che mi facevano le persone.

Ero tornato in India con l’idea di fare il medico di base tra i poveri, come facevo 35 anni fa, prima di andare in Italia. Ho provato a farlo per alcune settimane in un ospedale, in una zona molto povera nella parte centrale dell’India, e ho scoperto che non ero ancora pronto per quel lavoro.

Richiedeva un impegno e una fatica quotidiana che non mi sembrava di avere più. Il bisogno era così enorme che, anche se aiutavi centinaia di persone ogni giorno, vi sarebbero state molte altre che non saresti riuscito ad aiutare.

Vivere in quell’ospedale e girare alla sera nei corridoi pieni di persone che dormivano per terra nell’attesa di essere visitati da un medico, mi lasciava con un’angoscia insopportabile.

Forse avevo bisogno di un rientro graduale, tornare in quel mondo di malattie e sofferenze poco alla volta, e non trovarmi buttato dentro all’improvviso? Quando ci ripenso, mi vergogno per non essermi fermato in quell’ospedale.

Viene mandato avanti da un piccolo gruppo di medici idealisti. Sicuramente loro avevano già avuto persone come me che arrivano con delle belle intenzioni ma scappano via quando vivono la loro realtà quotidiana.

Penso che oggi, dopo un anno in India, se tornassi in quell’ospedale mi troverei meglio e riuscirei a fare molto di più. Non sarebbe giusto abbandonare gli impegni attuali, ma l’idea di tornare in quell’ospedale è sempre presente nel mio cuore.

Ora lavoro a Guwahati nella parte nord-orientale dell’India dove lavoro per un’ONG indiana che si chiama Mobility India e che si occupa delle persone con disabilità. Sono coinvolto sopratutto in due tipi di attività.

1) Preparare materiale formativo semplice e gestire corsi di formazione sui temi della riabilitazione per le persone disabili, per le loro famiglie e per gli operatori comunitari. In città come Guwahati, vi è una forte privatizzazione dei servizi sanitari. Nei distretti e nei villaggi, i servizi specialistici non esistono, per cui penso che il mio lavoro volto a formare gli operatori comunitari sia molto utile.

Per esempio, qui è raro trovare un logopedista, per cui sto lavorando alla preparazione di materiale per un corso sul tema “Come facilitare la comunicazione nei bambini disabili”. Avevo già svolto attività simili mentre lavoravo all’AIFO. Mi piace molto rendere informazioni complesse accessibili alle persone meno istruite.

2) Sperimentare strategie innovative della riabilitazione su base comunitaria e dello sviluppo inclusivo comunitario. Ricerca e documentazione sono due componenti essenziali di questi progetti. Amo svolgere la ricerca sociologica nelle comunità. Anche questo tipo di lavoro l’avevo già svolto all’AIFO, ma ora posso seguire direttamente la sua operatività sul campo.

Vorrei fare molto di più – una ricerca sui bambini che vivono tra i rifiuti e una sulle persone anziane con morbo di Alzheimer nelle famiglie povere in zone rurali – ma non ho tempo per fare tutto.

Oltre a questo, ogni tanto i genitori dei bambini disabili vengono da me per una visita e per chiedere il mio parere. Spesso ciò mi manda in crisi: in un paese sviluppato molti di questi bambini potrebbero svolgere una vita piena di soddisfazioni, ma qui  non posso fare molto per loro.

Qui l’assistenza medica è fortemente frammentata e privatizzata, spesso spinge verso gli interventi inutili. Molte famiglie spendono tutto quello che hanno per “guarire” i bambini con disabilità incurabili perché gli specialisti continuano a sottoporre loro test e medicine inutili, creando speranze vane.

Tutto il sistema serve per manipolare e sfruttare l’amore e i sensi di colpa dei genitori, per spremere tutti i loro averi.

Un altro tema di cui mi hanno chiesto di occuparmi è quello di stabilire un centro regionale per gli ausilii, non soltanto per le persone con disabilità, ma anche per le persone anziane e coloro che soffrono di malattie croniche come il diabete.

Come potete immaginare, c’è molto da fare e il tempo che ho non mi basta.


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.