Ecco la seconda parte della storia di Shiva e Babubhai.

Shiva è un ladro, al suo ultimo colpo, con tanti di occhiali, baffi e pistola. Sicuro di sé. Babubhai invece fa il suo lavoro di grande responsabilità senza mai sedersi, con modi frenetici: carica la pellicola successiva in un proiettore mentre l’altro è in funzione. 

Guido Bollino è nato ad Alessandria nel 1982. Fotografo e scrittore, alterna la sua attività tra studio fotografico, reportage e narrazione. Ha vissuto ad Alessandria, Bologna, Torino e Valsad (India). Si sporca ormai da anni le mani d’inchiostro e di soluzioni per sviluppo fotografico.

Articolo originale tratto da Indianaut e disponibile a questo indirizzo.

 


Per leggere la prima parte del racconto: Shiva e Babubhai – Prima parte

Babubhai non ha tempo per le storie che si svolgono appena al di là del vetro.

Non ha nemmeno tutti i torti. La storia di Shiva è priva di senso, di una banalità sconcertante, talmente semplice e appiattita da poter essere capita senza sapere una parola di hindi.

E Shiva è in buona compagnia. Di tutta l’immensa quantità di film prodotti in India, quelli che sfiorano la decenza sono davvero pochi, alcuni di loro si fanno conoscere anche in occidente, rimanendo a volte sconosciuti in patria.

Perché è in questi teatri diroccati di provincia che il cinema indiano ha il suo più grosso bacino. Gente alla quale quei minuti interminabili di pugni, spari e forza straordinaria piacciono tremendamente.

Come compare l’eroe di turno si sente un boato, tifo da stadio che poi si trasforma in un’assordante marea di fischi non appena s’intravede qualche nemico.

Il cinema indiano di provincia è fatto di questo, soprattutto di questo.

Ma a parte quella violenza che sfiora il comico e fa storcere il naso, un altro motivo spinge la gente a venire qui.

C’è chi lo ammette, chi lo fa intendere e chi lo nega senza che nessuno gli creda. Nemmeno la più rovinata delle pellicole riesce a offuscare la sua bellezza e quando cala un po’ il silenzio tra gli spari, si sa che sta per arrivare il suo momento.

Tutto il pubblico, a quel punto, sta aspettando solo il sorriso di Paro.

Shiva e Babubhai

La pellicola di Shiva viene proiettata tre volte al giorno, ogni giorno, da ormai quasi due mesi e chi lavora in questo cinema riesce a riconoscere dai rumori le varie scene.

Ascoltare il sonoro di un film fatto per lo più di pugni non offre molti indizi ma c’è chi ha comunque imparato a distinguere quei suoni, un po’ per abitudine, un po’ per convenienza.

L’atmosfera al di fuori della sala ha del surreale perché attorno al piccolo teatro non c’è nessuno. E ci sono pochi luoghi in India in cui non ci sia proprio nessuno.

Nel cortile deserto, col sole che cade a picco e scoraggia chiunque ad abbandonare l’ombra del piccolo portico, si riesce a vedere solamente qualche gatto che usa quello spazio come scorciatoia tra un tetto e l’altro.

A rompere il silenzio l’audio del film attutito dalle pesanti tende alle porte. E in questa atmosfera immobile, che pure il vento sembra aver abbandonato, dorme Ranjit, uno dei tanti svogliati caratteristi di questo cinema.

Dorme come fosse in galera, con un occhio sempre pronto ad aprirsi quando sente dei passi o qualche rumore. Steso su una panchina, sicuro di non rubare posto a nessuno, aspetta.

Di Shiva non gl’importa davvero nulla e il loro è un rapporto di pura utilità. Ranjit nel suo sonno a metà tende un orecchio.

L’ultimo sparo. È ora di tornare nel chiosco, è finito il primo tempo. Ora è lui a dover entrare in scena.

Shiva e Babubhai

La sala che divide Babubhai da Shiva è diroccata, vecchia, senza luci. Il luogo che per molti è il cuore di un cinema, la sua parte più famigliare, l’unico che il pubblico possa conoscere, cade a pezzi.

Le sedie rotte vengono ammassate negli angoli e non vengono sostituite, nessuno pulisce da tempo e i topi sono i veri padroni di questo spazio.

La sala che durante le proiezioni è stata il paradiso e l’inferno, è stata Delhi e New York, le montagne del Kashmir e il deserto del Thar, come la gente se ne va, ripiomba pesantemente nella sua realtà malconcia.

L’assenza delle luci a quel punto sembra un favore che le viene concesso.

Il poco sole che entra quando vengono aperte le tende illumina appena i primi metri e quello che si vede riesce a far capire a che triste visione ci si troverebbe davanti se le lampade appese al soffitto avessero lampadine.

I multisala stanno conquistando anche l’India, chi vuole far finta di essere in occidente può benissimo andare là.

Nessuno ormai investirebbe in un piccolo cinema di provincia, così si andrà avanti finché si potrà, finché le sedie saranno abbastanza per gli spettatori.

Ci sono due tazze di tè sulla mensola ora. Una a metà e una vuota da un pezzo. Non riesco a tenere il ritmo lento dei sorsi di Babubhai.

Seduto in un angolo lo guardo lavorare nel ripetersi continuo degli stessi gesti. La sedia nell’angolo l’ha messa lui e ha fatto segno di sedermi.

Stavo intralciando ogni sua operazione e, ovunque mi andassi a mettere, non facevo che peggiorare la situazione. Il nostro era un ballo di coppia con i passi tutti sbagliati.

Ho anche accennato ad andarmene ma ha voluto che restassi, d’altra parte erano appena arrivate due tazze di tè. Con la gentilezza tutta spigoli dei solitari cerca di spiegarmi come funzionano quei due grandi macchinari che occupano la sua vita.

Nel disinteresse completo per ciò che quella pellicola in realtà proietti, per il senso di quella sequenza d’immagini, Babubhai vive lì, isolato, nella sua alcova d’amore tecnologico.

Tra quelle mille regolazioni passa le sue giornate, con una dedizione che quei film davvero non meritano. Canottiera bianca, sguardo concentrato e a barba malfatta. Il sorriso di chi, mentre sorride, si accorge di non essere bravo a farlo.

Tre spettacoli al giorno, tutti i giorni, senza che nessuno si accorga di lui. Ho promesso che avrei stampato le sue foto e gliele avrei portate, mi ha fatto vedere dove le appenderà.

Fuori ormai è buio e sullo schermo Shiva sta per tornare da Paro per l’ennesima volta. Solo lei ormai, tre volte al giorno, non sa chi chi stia bussando alla sua porta.

Babubhai inizia a riporre tutto negli armadi e a chiudere le finestre, il film sta per finire.

Quando scorrono i titoli di coda il pubblico è ormai sparito e la sala è tornata alla realtà.

Babubhai, Illuminato solo più dalla luce del proiettore, come il guardiano di un faro, ha lo sguardo rivolto a un orizzonte buio.

Shiva a quel punto non esiste già più.

Shiva e Babubhai


 Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale