Michela, partita per l’India per seguire il marito, ci racconta con il suo stile ironico e pungente come il problema dell’inquinamento venga dimenticato dagli espatriati, e anzi come anche loro diano un grande contributo all’inquinamento.

Michela Zorzi, partita per Pune nel 2013, è appassionata di yoga, lavora come volontaria in un orfanotrofio, scrive in un blog in cui parla delle sue disavventure indiane, dello shock culturale e di come sopravvivere in questo Paese.

L’articolo originale è tratto dal suo blog Sopravvivere in India ed è disponibile a questo indirizzo.


Oggi non voglio parlare di indiani, non perché non ci sia niente da dire, ma oggi ho voglia di parlare di espatriati in India.

In questi tre anni ne ho incontrati di tutti i colori, ho fatto una lista dei diversi tipi di expat, li ho amati e odiati, li ho visti partire e tornare, con qualcuno ho stretto una forte amicizia e con qualcun altro ci evitiamo spudoratamente.

Ad oggi posso dire che la cosa che più mi fa arrabbiare degli espatriati in India è che spesso c’è una rassegnazione che non porta a niente, è come se la metà degli expat si circondasse di indiani che hanno soldi o di persone della loro stessa nazionalità.

Passano giornate in cui si alterna il piangersi addosso con l’ascoltare affascinati i racconti dell’indian-ricco, perché conoscere il paese che ti ospita facendo un viaggio, una passeggiata o un po’ di volontariato sarebbe troppo.

La cosa che mi fa veramente, ma veramente, arrabbiare di molti espatriati che ho conosciuto (e questo lo dico con la consapevolezza che domani non avrò più amici) è che appena sbarcano in India si fanno prendere dalla mania tutta indiana di fregarsene felicemente dell’ambiente.

Ho visto italiani che in patria erano nazisti della raccolta differenziata, arrivare in India e comportarsi come fa l’indiano medio, ossia: la terra non è un bene comune ma è un “enorme cloaca in cui tutti ci buttano quel cazzo che vogliono” (cit).

Essendo nata da una famiglia di salutisti, mezzi ambientalisti, la questione ambiente mi sta un po’ a cuore e qui in India è diventata un’ossessione.

Lavare il pavimento con prodotti naturali, evitare gli imballaggi di plastica e comprare solo frutta e verdura dal baracchino, per me sono sempre state priorità assolute.

Evitare di comprare i prodotti della Coca Cola, perché qui in India sfruttano persone e risorse, relegando i poveri a rimanere sempre più poveri e facendo diventare ancora più ricchi chi ormai non ha bisogno di soldi, per me è naturale.

Mi ritrovo sempre più spesso a guardare come alieni gli espatriati che, così impauriti dalla loro stessa maledetta ombra, preferiscono deturpare e sprecare piuttosto che mettersi in gioco.

Alla fine non serve essere bramini per capire che la terra è una, le risorse sono limitate – ma gli stronzi no.

Non credo sia difficile capire che girarsi dall’altra parte con la scusa che “beh, non lo fanno loro perché dovrei farlo io”, rispondendo alla logica tutta indiana dell’imitare chi fa peggio, non fa altro che aumentare questo circolo vizioso in cui tutti sprecano e nessuno aiuta.

Quando, a Varanasi, spiegavo alla guida perché in Italia si prova a boicottare Nestlé e Monsanto lui mi rispose che si sceglie quando c’è cibo in tavola, chi non ha niente da mangiare non si preoccupa di certe cose.

Quindi, se non tocca a noi iniziare, se non ci mostriamo migliori, almeno in questo frangente, chi ci dà il diritto di atteggiarci a grandi sapienti arrivati dal primo mondo?

Credo che noi, oltre al piccolo cambiamento, possiamo fare poco, ma nel nostro piccolo, per l’ambiente, possiamo fare tantissimo, quindi perché aspettare? Perché non fare anche qui quello che ci viene naturale fare in Italia? Perché la questione ambiente in India vale meno? Perché se agli indiani non frega un cazzo dell’ambiente anche noi dobbiamo fare lo stesso?

E questo ragionamento non vale solo per gli expat-lagna, questo ragionamento vale anche per tutti quei maledetti spirituali-mistici che si vantano di aver aperto il terzo occhio mentre buttano la bottiglia di plastica dal finestrino. Il famoso gallo n’coppa a munnezza.

Insomma, alla fine della fiera, fingersi superiori in questa terra dimenticata da tutti è facilissimo, criticare senza provare a muovere un dito è l’attività preferita di molti, ma a questo punto bisogna prendere una decisione, tu che tipo di espatriato vuoi essere?

Sull’inquinamento in India, leggi anche: Foresta e villaggio: la dicotomia dimenticata del governo Modi


Foto tratta da indianexpress.com