Fisherman’s friend – sul Titanic, è la seconda e ultima parte del racconto di Guido che, in un angolo sperduto dell’India, incontra la semplicità di un vecchio pescatore, l’entusiasmo dei bambini e… il Titanic!

Guido Bollino è nato ad Alessandria nel 1982. Fotografo e scrittore, alterna la sua attività tra studio fotografico, reportage e narrazione. Ha vissuto ad Alessandria, Bologna, Torino e Valsad (India). Si sporca ormai da anni le mani d’inchiostro e di soluzioni per sviluppo fotografico.

Articolo originale tratto dal suo blog IndiaNaut

 


Per leggere la prima parte del racconto: Fisherman’s friend – parte prima

“Livorno! Genova!”

Ghirish stira la sua pelle in un sorriso e mi guarda come riconoscesse qualcuno. Che sia davvero stato in tutti i porti del mondo? Barcellona, Sidney, Singapore, Rotterdam… Lentamente, cercando di trovare senso alle traduzioni approssimative del mio piccolo interprete, inizio a capire.

La pesca non riesce a sfamare le famiglie dei villaggi e così, in queste piccole realtà di miseria, le compagnie di navigazione vengono a cercare mozzi e marinai da imbarcare su gigantesche navi mercantili e petroliere che solcano i mari di tutto il mondo.

Cercano tra coloro che conoscono il mare come lo conoscono i pesci e che fanno poche domande, prendono pescatori che non hanno idea di quanto possa essere grande una nave di ferro per trasformarli e renderli abitanti di un mondo alla rovescia, che messi davanti a un mappamondo ne riconoscono solo la parte blu.

Capisco a quel punto che le fotografie che mi chiedono servono a molto di più che al solo piacere di vedersi poi nello schermo.

Serviranno a chi andrà in mare per mesi e si porterà un ricordo di chi lo aspetta a casa. Così mi metto paziente, come un fotografo di cent’anni fa a scattare ricordi.

Verso la fine di quella processione di persone, tra luoghi comuni, capitani coraggiosi, porti lontani che si prendono a spintoni tra i miei pensieri come i bambini davanti all’obiettivo, sento quella parola.

Così fuori luogo che la prima volta fingo indifferenza e la seconda mi sforzo di pensare e sperare che in quella lingua così diversa dalla mia ci sia un’esclamazione che possa somigliare.

E invece ogni sforzo è vano, tutti i ragazzi stanno gridando: “Titanic!”

Com’è possibile? Come ha potuto arrivare fin qui? Lontano da tutto, con solo il mare di fronte, le loro storie semplici in quelle case minuscole, i mille nomi dei pesci, le barche di legno, i motori vecchi di mezzo secolo che tossiscono fumo nero. E poi, Titanic.

Mentre continuo a chiedermi cosa ci faccia quel transatlantico nelle loro teste, i ragazzi, fieri dei loro vestiti d’importazione cinese, si stanno ormai allineando secondo un ordine che sa tanto di ragazzi della via Pal, vicino a una barca sgangherata, per avere la loro foto ricordo.

Senza sapere quale triste sorte sia riservata ai personaggi che imitano, senza sapere che nel mare ci possano essere montagne di ghiaccio.

Mentre la fila di futuri inconsapevoli naufraghi infreddoliti ai piedi della barca si accorcia, sento dalle voci sempre più eccitate dei bambini che qualcosa sta per succedere.

Anche se la stagione di pesca è finita e le barche non dovrebbero uscire in mare, oggi si farà un’eccezione, oggi si andrà a cavalcare le onde.

Con la marea che sale e il vento forte, il mare, oltre la secca che protegge quel porto naturale, s’ingrossa e s’incattivisce e qui uno dei pochi divertimenti concessi è stiparsi in una barca e prendere i cavalloni a tutta velocità, per un emozione del volo che dura un secondo, con gli schizzi che vanno ovunque e il dubbio che la barca possa spezzarsi da un momento all’altro.

Con gli angoli della bocca che vanno su e giù allo stesso ritmo delle onde, rimbalzando tra un sorriso divertito e un terrore mal nascosto, sono io a quel punto a gridare: “Titanic?” cercando di avere rassicurazioni su una sorte diversa mentre la barca scricchiola e si riempie d’acqua.

Ritesh se la ride beato e cerca di rassicurarmi, il suo sorriso è sincero, non affonderemo.

Quando rimetto piede sulla spiaggia è quasi sera, non dovrò tornare in città a piedi, in qualche modo qualcuno mi accompagnerà.

Mi concedo allora un po’ di riposo, giusto il tempo di un’ultima sorpresa. Raul. Un nome da re, due occhi come due nocciole e la timidezza di un passerotto.

Mentre una seconda ondata di bambini inizia a urlare “Titanic! Titanic!” e si mette in posa per altre foto, Raul se ne sta in disparte.

Ritesh lo indica e fa strani gesti che non capisco. Poi fruga per qualche istante tra le poche parole d’inglese che sa e mi dice, con una tenerezza commuovente, che Raul non ha gambe ma… molle, sì, proprio molle.

Capisco allora che i gesti di prima erano salti e capriole e che Raul è il più bravo di tutti. Ma nessuno sembra interessato a quelle evoluzioni ora.

A parte me chiaramente. Perché inizio a convincermi che stia per succedere qualcosa di estremamente raro, l’istante che non posso perdere, un regalo per tutti.

Allora lo seguo e aspetto, cerco di nascondermi ma lui mi vede, provo a ripetere uno dei gesti di Ritesh, per chiedergli una capriola, lui sorride.

Mentre i suoi amici continuano a chiamarmi perchè scatti loro le foto sulla barca, Raul si scrolla di dosso l’ultima traccia di timidezza, prende la rincorsa e salta, proprio davanti al sole.

Così, a una settimana di distanza sono tornato, con uno zaino pieno di fotografie e una speranza.

Inizio a distribuire le foto per le case, non riconosco tutti i volti così, in poco tempo, si forma un comitato spontaneo per l’assegnazione delle foto formato da madri, vecchi e curiosi, che riconosciuti amici o parenti in un chiasso infernale, chiamano i bambini perché le portino di corsa ai legittimi proprietari.

La foto di Raul l’ho stampata un po’ più grande delle altre e ne ho fatte una decina di copie, la mia speranza è che non piaccia solo a lui.

Raul però non c’è, è in un villaggio vicino, ma poco importa, perché per le stradine e i vicoli i suoi fan stanno crescendo minuto dopo minuto e ora tutti, invece di gridare Titanic, gridano il suo nome e vogliono anche loro la loro foto mentre fanno le capriole. I più senza nemmeno saperle fare.

Non è una grande vittoria e non servirà a molto, domani forse sarà tutto come prima o arriverà da chissà dove qualche nuovo Titanic. Però se proprio si deve avere un mito, meglio averne uno che si sa dove abita.

Non resta che tornare a casa, con lo zaino più leggero e la certezza che almeno per oggi, quel piroscafo vecchio di un secolo, andrà ad affondare un po’ più in là.


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale.