Iniziamo oggi a percorrere un nuovo sentiero indiano, quello di Anna, che nel suo diario ci racconta i giorni vissuti durante il suo viaggio in India. 

Arrivo in India per la prima volta: se ci siete passati, ritroverete probabilmente molte delle vostre prime sensazioni in questo racconto.

Sensazioni derivanti dal contatto con i rumori, gli odori, il traffico, le mucche, il caos che causano inevitabile stupore e spaesamento.

L’autrice è Anna Elisa Albanese, milanese, analista biografica a orientamento filosofico, esperta in astrologia umanistica e curatrice.

Articolo originale disponibile nel suo sito personale Sentiero Astrologico disponibile a questo indirizzo.


Durante il volo Francoforte–Chennai, guardo un film indiano, scopro solo a metà che si tratta di un kolossal della durata di ben 130 minuti… ma ormai ci sono e lo vedo tutto.

Canti, colori, buoni sentimenti, lieto fine, amore.

Piango più volte come davanti a un cartone animato di Natale, con poco sonno addosso ed emozioni agrodolci iniziate già da molti giorni prima della partenza per questo viaggio dalla destinazione chiamata India.

Un nome che ancora è ricco di idealizzazioni, aspettative, racconti di altri, libri letti, immaginario depositato sulla mia pelle da quando sono ragazzina.

Arrivare in questa terra che è notte ha un che di dolce e onirico, non ti fa rendere bene conto di dove tu sia perché il buio scontorna le forme e il sonno ti fa ancora oscillare tra i vuoti d’aria dell’aereo e lo sballo del fuso orario, ma appena uscita dall’aeroporto ecco cogliermi come prima ventata sulla pelle scoperta dalle giacche invernali del dicembre del continente appena lasciato, una folata di aria umida e calda con odore forte misto tra fiori e gasolio, poi, e sarà una costante a cui non farò quasi più caso, un suono intermittente di clacson e trombette.

Ci si accorge immediatamente di essere in un posto molto diverso da come siamo abituati noi occidentali, anche se sono passati solo pochi minuti: l’oscillare, il curvare repentino, il fare il pelo ad altre auto, il suonare a intermittenza del tassista e di tutte le auto in circolazione in contemporanea, lo scoprire che le trombette che sentivi sono quelle dei risciò gialli, che anche loro suonano di continuo senza apparente motivo, solo per manifestare la propria presenza.

Scopro già da quella notte che gli indiani suonano solo quando sono in movimento, quasi una musica, oppure una risata di gioia o anche “Hey, ci sono anch’io mi senti?”, quando sono in coda e fermi, sono immobili, pazienti e silenziosi, aspettano.

In fondo, una bella saggezza anche questa, a che è mai servito suonare in una coda che tanto non ci si può muovere? Se non ci si muove è perché non può, sennò non ci sarebbe nemmeno formato l’ingorgo, quindi tanto vale aspettare, e farlo in silenzio.

Ed è lì che in questo basculante e rumoroso modo di percorrere le prime strade fuori dall’aeroporto, che le vedo proprio in mezzo a quella che da noi potrebbe essere considerata una tangenziale. […]

Ecco sono proprio lì, al centro strada, tra un clacson e l’altro, sono loro, a cui mi affezionerò mano a mano con lo scorrere del tempo, tanto da non poterne più fare a meno: le mucche!

Le mucche sacre. Tutto a posto, non è un’allucinazione…. come quando nei sogni di notte puoi anche accettare di vedere asini che volano o cadere da un burrone senza sfracellarti, ora inizia il tuo sogno e sai che le mucche che ti vengono incontro, facendo rallentare motorini, risciò e quant’altro, sono la cosa più bella e sacra di questa terra e vedrai gli autisti passargli di fianco quasi sfiorandole con la più assoluta noncuranza ma anche con quella che posso percepire come una certa religiosità.

In strada ci sono anche loro e questo è un dato di fatto, come per noi lo è che non ci siano.

Cambiano le coordinate spazio temporali, anche se nessuno te l’ha davvero mai spiegato che accade da subito e poi continua sempre di più come in un viaggio allucinogeno in cui tutto convive, l’orrido e il meraviglioso, succede e forse non te lo spiegano prima per non rovinarti la sorpresa, forse perchè per ognuno è diverso e non si può raccontare, però ti chiederanno più volte quella domanda sibillina, con sorrisetto di chi la sa lunga “Prima volta in India?” e ancora lo stesso sorrisetto senza nessuna spiegazione.

Le mucche brucano nei rifiuti che sono ovunque, sempre nella famosa tangenziale l’odore misto di fiori, gasolio si unisce anche alla puzza di fogna a cielo aperto, e mentre scorgo palme, eucalipti, una mucca che allatta i suoi vitelli in piedi al centro strada, galline, polli, rumori di cornacchie e altri suoni di animali, comincio a vedere lamiere assemblate le une alle altre, manifesti e insegne rotte, baracche accanto a grattaceli, pezzi di strada buia e sterrata, buche nella strada.

Poi ancora cemento, mucche ancora, piccoli accrocchi di altre baracche, odori, altri ancora, non li distinguo, musica indiana, auto che ondeggia, ho sonno ma sarebbe comunque impossibile dormire, perché s’interromperebbe il sogno o incubo, a seconda dei momenti, che sto già facendo da quando sono atterrata in questa terra.

Inizio a capire o forse a sapere come una cosa che si sa come cosa certa, che è meglio che inizi a non opporre troppa resistenza alle cose, che cominci ad affidarmi a quello che mi circonda.

Ho quasi 4 ore di auto in questa notte così sospesa, estiva e calda come l’insieme di tutte le estati della mia vita, che nemmeno se le sommassi tutte quante potrei raggiungere questa sensazione di totalità di luce che mi avvolge.

L’autogrill indiano è una baracca come quelle precedenti appena sorpassate e da sorpassare ancora. Il nostro autista a un certo punto si ferma lì di fronte a queste quattro assi messe insieme, in uno spiazzo tra ghiaia e sterrato in cui ci sono altre auto come la sua.

Vedo alcuni occidentali rimanere dentro le auto o appena appoggiati alle portiere e lui e gli altri autisti prendere da bere e da mangiare, cani randagi intorno, sparpagliati pattume e altri generi di odori, solo uomini.

Inizio a scoprire un’altra usanza che sarà poi un’altra delle cose normali che farò anch’io, dapprima con una certa riluttanza e poi con disinvoltura: le scarpe sono quasi tutte fuori dalla baracca, di cui si intravede solo qualche metro, un interno scuro e con pavimento ricoperto di strati e strati di unto e cose non troppo identificate e loro sono tutti scalzi.

Arriviamo che sono circa le quattro di notte passate, le strade di Pondicherry sono vuote e anche se so che è una cittadina di quelle meno fatiscenti dell’India, rimane lo spaesamento di tutto quel caos e degrado che rimane accatastato ovunque.

Le strade si dividono in quelle francesi, indiane e musulmane. Nel quartiere francese riconosco delle case di chiaro stampo coloniale, fanno effetto lì in quell’atmosfera, perché a pochi metri scorre una fogna e poco più avanti sacchi, cani, ferraglie.

Quando arriviamo di fronte alla porta della nostra guesthouse, tutto è immerso nella pace e nel sonno, capirò nemmeno un’ora e mezza più tardi, che quel poco tempo che intercorre tra la mezzanotte circa e il giungere dell’alba, è l’unico in cui l’India può avere un po’ di requie e silenzio.

Poco prima dell’alba iniziano già i canti, i mantra e i riti devozionali nei vari templi, i mercati, i motorini, le auto, i risciò, le urla, la vita di tutta l’India che riparte come un formicaio fitto e immenso con il sorgere del sole.

Suoniamo più volte, Aurodhan, c’è scritto davanti all’ingresso, con foto di ballerine indiane e strumenti musicali come il sitar, l’arpa e piccoli tamburelli.

Ci apre dopo qualche minuto che a me pare interminabile, un omino molto piccolo di statura che non pare felice di vederci, si stropiccia continuamente la faccia dal sonno e ci guarda come se non si aspettasse minimamente la nostra venuta, eh si che le nostre mail erano state dettagliate sui particolari del viaggio.

Ma siamo in India, e capisco molto presto che devo abbandonare il modo di ragionare occidentale, per non parlare del modo di ragionare di Milano.

Non che mi appartenga granchè la cosiddetta milanesità, ma la precisione e la puntualità, credo mi appartengano ormai, non esagerati, ma ho una chiara percezione dello scorrere delle ore della giornata.

Ecco, qui tutto questo va dimenticato e più velocemente lo fai, più si eviterà di arrabbiarsi inutilmente.

Così sono quasi le quattro e mezza di notte e poco importa se c’è sonno, stanchezza, sete, perché l’acqua l’ho finita in aereo e poi siamo state un’altra ora buona in coda davanti all’ingresso immigrazione, ora l’omino si prende tutto il tempo necessario per capire chi siamo.

Sfoglia un enorme registro per cercare la prenotazione, con una lentezza indicibile, ci parla con il suo inglese ai limiti dell’incomprensibile mentre non ci trova nel grande quaderno e per un attimo mi sfiora l’idea che per chissà quale motivo, non esista nessuna stanza e che in un secondo mi ritroverò fuori in strada all’alba con la mia valigia e le mucche.

Giungono queste paure per frazioni di secondo qui in India, come quando ti perdi per strada, come ci succederà i giorni a venire o quando non ritrovi più le tue coordinate che ti riportano a terra, quando gli indiani ti parleranno tutti insieme per cercare di venderti qualcosa o chiederti dei soldi o quando non riuscirai a farti capire, quando avrai sete o fame ma sai che dovrai cercare a lungo senza sapere bene dove.

Tra indicazioni che non comprendi le vie che sembrano una uguale all’altra con distanze infinite, un posto con acqua sigillata per bere e capire bene cosa ti danno da mangiare, per non beccare virus intestinali, o alla peggio tutto il genere di malattie di cui tutti ti hanno fatto una testa così prima di partire.

Queste frazioni di secondo di panico ancestrale, avverranno sempre meno con il passare dei giorni e delle settimane, ma nelle prime ore saranno un continuo pompare di energia sengue al tuo cuore che si gonfia e sgonfia a intermittenza e a tutti i tuoi centri nervosi, per poi riprendere il normale battito, in un continuo susseguirsi di istanti di totale meraviglia, bellezza, grazie, stupore, e poi di nuovo paura, assenza di fondamenta, sensazione di perdita, vertigini, caldo, affanno e voglia di tornare a casa schioccando le dita…

Sarai spompata, stanca a livelli inimmaginabili, nemmeno il caldo dell’agosto più caldo che hai vissuto, è paragonale a questo caldo, che anche se non è quello estremo della stagione, è comunque tanto per me che arrivo dall’inverno e ancora non ho dormito, nè il mio corpo ha registrato di essere arrivata qui.

L’omino dopo minuti di attesa infiniti, si mette a fare telefonate, riusciamo a scoprire che non siamo alloggiate lì, ma in un’altra sede, così ad una, ad una, l’omino ci carica sul suo scooter, bagagli in mano, sulla testa, dove capita e via… verso strade ancora più intricate.

Non siamo più nel quartiere francese, ma inizia quello indiano, cerco di memorizzare la strada ma non ci riesco, altra fitta al cuore, nervi contratti, occhi lucidi e vigili, chissà dove ci sta portando… altro momento in cui non posso fare altro che affidarmi.

Vedo capanne di paglia, baracche di lamiera, mandala disegnati per terra con i colori, vedo stelle di Natale appese ad alcune porte, vedo stradine che non possono essere paragonate a nulla che ho visto prima di ora.

Allora è questo il nuovo che fa tanta paura agli esseri umani?

Si, capisco il motivo, la mia camera ora è un miraggio caldo e lontano, altre mucche e cani randagi che latrano e si azzuffano tra di loro con un suono spaventoso, una sensazione di caduta nel baratro ma anche di estrema forza e vita che mi oltrepassa come io fossi trasparente e potessi solo far leva su un piccolo filo che mi tiene su, ma anche come se fossi totalmente presente a me stessa.

Arrivo 1 - case paglia

Arriviamo dietro a un muro e un cancello, davanti una casa in costruzione forse abbandonata di cui si vede solo il ferro arrugginito e il cemento armato delle fondamenta, accanto e intorno macerie e detriti per gli ultimi monsoni che hanno buttato giù un sacco di case e dissestato ancora di più le strade.

Entriamo e l’omino con lo scooter schizza via, dentro la meraviglia, un giardino indiano come da sempre li si immagina, palme, mobili in legno antichi posizionati nel patio, un Buddha e vari colori di stoffe e drappeggi.

Un altro signore indiano ci viene incontro, questa volta è più anziano ha i capelli bianchi e un sorriso che è grande come un abbraccio e mi scalda come fosse vedere una madre.

Ci fa un thè caldo e corre a comprarci dei biscotti nei baracchini in strada che stanno aprendo per l’alba.

E’ calore e gioia tutta insieme, quando finalmente tocco il letto in una stanzetta proprio sul giardino, tra l’odore di muffa umida e la sensazione meravigliosa delle lenzuola sulla pelle, inizio a sentire rumori fortissimi dalla strada, come se un pullman stesse attraversando la stanza e le persone urlanti le avessi accanto, i motorini, le trombette dei risciò fossero sopra il nostro letto, i canti e le litanie della preghiere in tutta la stanza.

La piccola finestra che dà sulla strada non ha i vetri, è totalmente aperta… lo scopro l’indomani con la luce del giorno, ora mi lascio cadere in uno strano sonno incosciente, in un luogo imprecisato della terra di cui ho perso tutte le coordinate geografiche, tra rumori e misteri per me sconosciuti di una città indiana che si risveglia.

A proposito di stelle…

Solstizio d’Inverno quest’anno cadrà il 22 dicembre, alle ore 5:48 italiane.

Inizia la stagione della luce, ho attraversato il giorno più buio dell’anno.

Arrivo 3 - Pondicherry


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale