Perdersi, ritrovarsi, emozionarsi: ecco il primo giorno in India.

Se ci siete passati capirete subito.

Questo è la seconda parte del diario di Anna, milanese, analista biografica a orientamento filosofico, esperta in astrologia umanistica e curatrice.

Articolo originale disponibile nel suo sito personale Sentiero Astrologico disponibile a questo indirizzo.


 

Cammino per la prima volta nelle strade che ho solo intravisto nella notte precedente, pensavo di aver capito qualcosa, ma mi sbagliavo.

La luce e il calore mi toccano da tutte le parti, pochissime ore di sonno, l’effetto del jet leg, mi sento scoperta ed esposta in ogni centimetro di me anche se indosso vestiti che mi coprono le braccia e le gambe.

Stiamo percorrendo strade in cui non si vede nemmeno l’ombra di un occidentale né tanto meno sono vie segnate dalla cartina.

Cerco di ricordare il percorso fatto nella notte con il motorino, ma tanto è inutile, siamo proprio oltre il confine della zona francese e qui si inerpicano un’infinità di viottoli fatti solo di capanne di paglia, baracche in lamiera e case diroccate.

Gli indiani non sembrano tanto far caso a noi, solo sul mio viso si leggono contratture tra lo stupore e il terrore e senza la base sicura di una mappa territoriale, mi sembra di poter essere rapita o spazzata via in un secondo dimenticata per sempre tra i rifiuti e gli odori delle baracche da cui sono circondata.

Le antiche paure abbandoniche sepolte nelle zone remote del mio cervello, iniziano a farsi sentire come un martelletto impazzito, non c’è ragione che tenga a questo punto, questo salto nel vuoto e le sue emozioni sono immense, come quando a cinque anni non vedevo mia madre all’uscita dall’asilo.

Tutto quello che pensavo di aver ormai imparato nella mia vita da adulta, viene spazzato in un secondo da due baracche, la mia borsa messa a tracolla con tutto dentro, il nome, il passaporto, i soldi, sono cose senza significato a cui mi attacco con le mani, ma è ben poca cosa e mi rimangono solo gli occhi sgranati per guardare –  le pelle e il naso per sentire qualcosa di fisico e denso che non si può raccontare con le parole –  e il cuore per sintonizzarmi sulla fiducia: parola di cui solo ora capisco il vero significato.

Fiducia nel senso di qualcosa di più grande di me che mi dice di stare tranquilla, forse non sono sola quaggiù, forse non mi succederà nulla, qualcuno mi sta proteggendo. Lo sento forte nel petto.

Due anni fa leggevo il romanzo ‘Shantaram’. Ora ci sono dentro.

Sperduta… spaventata… estasiata.

Forse se accetto la possibilità di perdermi in queste strade .. di rifiutare ogni pretesa di equilibrio o di controllo, posso trovare la quiete.

Per ora il flusso è potente, la diversità e varietà umana è spiazzante, devo aprire le braccia e il cuore per accogliere tutto senza cadere.

Forse è vero che in India, anche se non sei credente o non hai il minimo senso spirituale, prima o poi lo avverti in tutta te stessa in qualche momento, anche un istante solo.

Se non ti chiudi in vacanze organizzate o in alberghi e resort di lusso in cui ci sono solo occidentali, ma ti permetti di trovarti solo tu e l’India, lo puoi ritrovare negli occhi scuri delle donne sedute a terra davanti alle loro capanne, nelle mucche che adesso mi paiono anche aumentate dal giorno prima, nei bambini che ridono e anche se sono buttati a terra nella sporcizia indossano colori che sono tutti quelli dell’arcobaleno e poi lo puoi sentire come presenza dentro al centro del tuo sterno.

La fragilità diventa finalmente l’unica strada possibile per condurmi al centro: al centro di me stessa.

Mi accorgo che tutte le mie seghe mentali fatte fino ad ora quando sono al caldo di casa mia, con tutte le comodità sotto mano, sono state tempo perso.

Faccio un enorme respiro incamerando tutta l’aria che posso trattenere dentro il mio petto, quale sicurezza ora se non quella di essere viva e sentirlo davvero con grandissimo amore?

Mercato Pondicherry

Stiamo girando intorno allo stesso quadrilatero senza venirne a capo, perdendo ogni volta tempo e forze, ogni informazione chiesta veniamo spinte da qualche parte che non ci fa giungere alla meta.

Ma qual è poi la meta?

Questa sorta di iniziazione alla perdita di controllo, mi catapulta nel tempo circolare e infinito del presente, senza orologio né fretta e soprattutto, mi fa sentire che i piccoli miracoli accadono solo perdendosi, giungiamo nel posto più inaspettato che la mia mente in preda alla paura potesse concepire: l’immensità dell’oceano mosso dal vento e una piccola chiesa cattolica.

Una piccola chiesa dipinta di azzurro si staglia tra polvere e palme, entro dalla piccola porticina anch’essa azzurra e dentro due indiano sorridenti stanno facendo il presepio.

Tra meno di due giorni è Natale.

Siamo finiti nella zona cattolica indiana, ci sono addobbi e stelle natalizie davanti ad alcune capanne, i colori mi stordiscono e accarezzano nella mia mattinata in cui non so più nemmeno più che giorno sia e da quanto tempo stiamo camminando, con quel caldo tropicale addosso e gli strappi del cuore.

Poco più avanti sulla spiaggia i pescatori sgrovigliano le reti.

Un immenso cavallo di legno turchino. Anziani seduti su piccoli gradini delle porte.

Davanti ad altre case sui marciapiedi bambini e donne sono chinate per terra a dipingere grandi mandala, ne scorgo uno poi un altro, e un altro ancora, sento il mio viso bagnato e mi accorgo che sto piangendo, la bellezza mi stordisce senza che io possa opporre più resistenza.

Abbiamo ritrovato la strada, riconosciamo cosiddetta via principale, quella che conduce al quartiere francese, i suoni dei clacson mi fanno risvegliare da quel torpore in cui ero calata, complice anche la fame che inizia a farsi sentire.

Lasciamo indietro quel piccolo frammento di Pondicherry e ci avviamo verso l’Ashram di Sri Aurobindo e la Mère.

Cavallo - Pondicherry


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale