Articolo in 2 minuti – Nei secoli scorsi le sete provenienti da Oriente hanno vestito e impreziosito le corti di buona parte del “Vecchio Mondo” e, più tardi, i cotoni indiani hanno rappresentato un importante contribuito per lo sviluppo della Rivoluzione Industriale Inglese.

Ma nell’India di oggi, come convivono una tradizione tessile secolare e gli artigianati locali con i loro ritmi e con la competitività del mercato globale?

Le politiche di incentivazione per gli investimenti da parte delle multinazionali operate dal governo indiano si contappongono infatti alla tendenza del mercato domestico indiano, dove la produzione tradizionale e artigianale cerca di rendersi sempre più all’avvanguardia, appoggiandosi al sistema web 2.0.

 


 

Per approfondire – Nonostante la concorrenza di Paesi vicini come Bangladesh, Vietnam, Cambogia e Thailandia – l’India si conferma tuttora come la seconda manifattura tessile più importante al mondo, detenendo il  63% delle quote di mercato nella produzione di indumenti. Primo produttrice mondiale di iuta e seconda di cotone e seta, l’India si sta affermando anche per la filatura di materiali più economici come il polyestere.

Oltre alla straordinaria capacità di differenziare l’offerta di materiali e tecniche di filatura, sono diversi i fattori che rendono l’india un mercato competitivo: la manodopera locale, nonostante abbia costi contenuti, non è economica quanto quella dei vicini competitors ma vanta un’esperienza secolare nel settore e una maggiore cura per i dettagli soprattutto per quanto riguarda le rifiniture a mano.

Ciò che fa più gola ai grossi investitori stranieri, è sicuramente la domanda interna in costante aumento. L’obiettivo principale delle grandi multinazionali infatti, non è più quello di produrre in India per esportare gli indumenti nei mercati maturi occidentali, ma di rivolgersi direttamente ai consumatori locali.

Leggi anche: Come rivolgersi al mercato indiano: l’analisi del consumatore

La progressiva urbanizzazione e l’aumento della cosiddetta “middle class” hanno fatto sì che negli ultimi decenni si siano moltiplicate le occasioni d’uso (palestra, eventi culturali, gite fuori porta ecc.) e l’attenzione per gli accessori.

Alcune tra le più note multinazionali del settore – Benetton (Italia), Zara e Mango (Spagna), Promod (Francia), Marks & Spencer (UK), Levi’s e Forever21 (USA) – sono già ben avviate nel mercato e stanno registrando risultati soddisfacenti, soprattutto nell’abbigliamento donna e accessori.

La politica attuale prevede che gli investimenti diretti esteri passino secondo la procedura automatica, garantendo così tempi burocratici più contenuti. Secondo recenti stime, gli investimenti diretti esteri tra il 2010 e il 2014 sarebbero stati pari a 1.522 milioni di dollari.

L’obiettivo del Governo, però, è di incentivare la costruzione di unità produttive in Zone Economiche Speciali (SEZ) come Kashmir, Himachal Pradesh e Uttarkhand per aumentare il numero della forza lavoro nel settore.

Leggi anche: Make in India: rilancio del settore manifatturiero

Nonostante il Subcontinente Indiano sia terreno fertile per le multinazionali dell’abbigliamento, continuano a sopravvivere gli artigianati con le proprie peculiarità regionali.

Un esempio di come le produzioni tradizionali e web 2.0 riescano a coesistere è dato dal caso Varanasi – Snapdeal. Il colosso indiano di e-commerce, infatti, sta mettendo a punto una piattaforma digitale per facilitare la vendita online delle celebri sete banarasi.

Il futuro del settore tessile indiano starà dunque prendendo una direzione inaspettata, lasciando più spazio all’artigianato locale legato all’e-commerce e ponendo in secondo luogo le grandi multinazionali?

 


Immagine tratta da International Business Times

Fonti utilizzate:
“Textile industry in India” tratto da IBEF (India Brand Equity Foundation)
“Textile and garments” tratto da Make in India
“India’s fast growing apparel market” tratto da McKinsey on Marketing & Sales
“Snapdeal, India Post partner to bring weavers online” tratto da The Hindu