“Alla sera i turisti venivano intrattenuti con spettacoli mutilati di Kathakali.

Così le antiche storie erano banalizzate e amputate. Da classici di sei ore venivano ritagliati cammei di venti minuti.”

(Arundhati Roy, Il Dio delle piccole cose)

Noi invece, dopo aver trascorso una giornata a conoscere attori e scuole di Kathakali, come abbiamo visto nella scorsa puntata, finalmente possiamo goderci uno spettacolo completo.

Lo spettacolo dura una notte intera ed è una fusione di più arti che confluiscono sul palco, un vero “teatro totale”, come diceva il poeta indiano Tagore.

 


 

Lasciata la scuola di Kathakali, ci avviamo verso il tempio dove avrà luogo la rappresentazione.

Al nostro arrivo il palco è già montato e i tamburi stanno suonando. È una tradizione che è rimasta immutata nei secoli: nel passato, infatti, quando i mezzi di comunicazione erano scarsi, i tamburi servivano ad annunciare che ci sarebbe stato uno spettacolo.

Non è solo una serata dedicata al Kathakali, ma un festival religioso, in teoria solo per praticanti hindu.

Per fortuna però Prem mi ha spacciato come una giornalista italiana che deve scrivere un articolo sul Kathakali, così sono accolta a braccia aperte.

Si respira nell’aria una grande attesa, ma bisogna aspettare il tramonto affinché possa iniziare la rappresentazione.

Il Kathakali infatti viene rappresentato solo di notte, con rappresentazioni che iniziano al tramonto e finiscono all’alba, andando avanti per una decina d’ore.

Con lo spuntare del sole i demoni e i personaggi cattivi vengono sconfitti e uccisi, segno della luce che trionfa sulle tenebre.

Prem mi porta dietro alle quinte, dove gli attori si truccano e si vestono, ma sarebbe meglio dire dove gli uomini si trasformano in dèi ed eroi.

Molti sono sdraiati per terra e degli esperti truccatori trasformano i loro volti in quelli rossi, verdi e blu di eroi, demoni o fanciulle.

Per rendere gli occhi più espressivi e più visibili da lontano, vengono messe delle polveri irritanti negli occhi per farli arrossare.

Qualcuno ha già iniziato a indossare i costumi, insieme a diademi, cinture, sciarpe e bracciali, tutti elementi dal profondo significato, e insieme alle cavigliere, che costituiscono uno strumento musicale vero e proprio, suonato dai passi di danza dell’attore.

Qui mi vengono presentati due attori famosissimi e di cui tutti nutrono profondo rispetto: Gopi e Ranankutty.

Gopi, che interpreterà il protagonista, è un signore anziano, che si trucca da solo, davanti ad uno specchio. Mi avvicino per presentarmi e manifestargli il mio interesse per il Kathakali, lui mi risponde con frasi un po’ sconclusionate, sembra straordinariamente allegro e inizia a darmi vigorose pacche sulle spalle.

Prem mi spiega che è totalmente ubriaco: è solito bere prima degli spettacoli per recitare meglio ed entrare più a fondo nella parte sotto l’influsso dell’alcol.

La gente si avvicina sotto il palco, munita di carta di giornale per non sporcarsi e si siede per terra.

Inizia la rappresentazione vera e propria e finalmente capisco tutto. Capisco cosa voleva dire il poeta indiano Tagore quando scriveva che il Kathakali è un “teatro totale”.

La musica ha il ritmo forte dei tamburi e la melodia di una voce che canta, appena cala il sipario (una tenda tenuta a mano da due persone) appaiono Bhima e sua moglie Draupadi, personaggi del Mahabharata.

Bhima ha una corona altissima, la faccia verde, un costume larghissimo e strabiliante, lunghe unghie di metallo e lunghi capelli dietro alla schiena, Draupadi, interpretata da un uomo, indossa un copricapo rosso e sgargianti gioielli sopra il vestito.

L’unico elemento di scenografia è una lampada al centro, che illumina la scena.

Sono la musica e il canto dei musicisti a lato del palco a narrare il dialogo.

A un certo punto la voce scompare e le parole vengono dette dalle mani e dagli occhi, nel linguaggio antico e articolato dei mudra.

La storia è molto semplice: Draupadi chiede a Bhima, uno dei suoi cinque mariti, di portarle un fiore bellissimo, dal quale la separa una grande distanza e pericoli immensi.

Il valoroso Bhima andrà alla ricerca del fiore, sconfiggerà demoni e personaggi malvagi per esaudire il desiderio della sua amata moglie.

La storia non è poi così importante, è più che altro la fusione di varie arti che confluiscono sul palco a essere emozionante: musica, danza, linguaggio, pantomima, pittura (i volti sono veri e propri dipinti), letteratura, espressività del corpo e del viso.

Altri personaggi appaiono sul palco, tra cui questi Hanuman, il dio-scimmia che Bhima incontra nel suo cammino, interpretatao da Ramankutty, i cui colori sono così accesi e il costume così sfarzoso, da fare male agli occhi.

Hanuman

Questa mattina Harikumar mi diceva che nel Kathakali l’attore scompare e ora capisco cosa voleva dire. Dietro alla maschera del trucco, dietro a costumi così maestosi, ma soprattutto dietro al suo ruolo. Bhima è Bhima, non l’attore che lo rappresenta.

Uno spettacolo non viene mai provato prima, né esiste la figura di un regista che guida gli attori: ognuno conosce la sua parte, che è la stessa da secoli.

Gli attori a volte non si conoscono neanche fra di loro, ma nonostante ciò ognuno può esprimersi improvvisando nel momento in cui la voce che canta tace e sono solo la musica e i gesti a guidare la scena.

Forse è per questo che Gopi si ubriaca prima degli spettacoli.

Lo spettacolo va avanti tutta la notte, fino al lieto fine conclusivo.

Devo ammettere che per i nostri ritmi è veramente molto lento, ma è sempre possibile prendersi una pausa, fare una passeggiata fra le palme, sotto le stelle nella calda notte umida e tornare senza aver perso troppo.

Purtroppo oggi vengono fatte delle rappresentazioni ridotte negli alberghi o nei teatri, pensate per i turisti occidentali: la magia di un’intera notte concentrata in un’ora sola.

Nel Dio delle piccole cose, Arundhati Roy ne parla così:

Alla sera (sempre per qual famoso Colore Locale) i turisti venivano intrattenuti con spettacoli mutilati di Kathakali («Scarsa capacità di prestare attenzione», spiegavano Quelli dell’Hotel ai danzatori). Così le antiche storie erano banalizzate e amputate. Da classici di sei ore venivano ritagliati cammei di venti minuti.”

Invece, dopo un’intera notte di Kathakali, integro e non mutilato, mi è difficile prendere sonno.

Mi è rimasta negli occhi la magnificenza dei costumi, l’armonia dei gesti e  la musica incalzante. Mi sono rimasti negli occhi i loro occhi, capaci di cose incredibili, di espressioni e movimenti impensati.

Capaci di raccontare le Grandi Storie.

Leggi anche: L’Odissi: la Danza per gli Dei


Immagini dell’autrice