Andiamo oggi alla scoperta dell’arte indiana, partendo da Mumbai: megalopoli eccitante e sorprendente, che si ama o si odia, ma che non può lasciare indifferenti.

Bombay sembra una pentola di ebollizione, sempre sul punto di esplodere.

Travolge e respinge, è inquinata e sovrappopolata ma è lo specchio dell’India che, come disse Tiziano Terzani,

“Una volta incontrata non se ne può più fare a meno. Si soffre a starne lontani”.

Ce la raccontano Galleristi e Curatori che ci vivono nell’articolo di Maria Teresa Capacchione, curatrice di arte contemporanea specializzata in arte indiana.

Articolo già pubblicato per Exibart On Paper.


Detta anche Maximum City, la città degli eccessi, come l’ha definita lo scrittore indiano Suketu Mehta, Bombay (in realtà dal 1995 Mumbai) è la nona città più popolosa del mondo e soprattutto una delle più caotiche e dinamiche.

I suoi percorsi di trasformazione sono lo specchio di un Paese che continua ad avere un tasso di crescita del Pil annuo superiore al 7%, nonostante la crisi internazionale non abbia risparmiato il Subcontinente indiano e abbia lasciato segni importanti anche nel mondo della cultura e dell’arte.

Per capire cosa sia successo in questi ultimi anni a Bombay, abbiamo parlato con alcuni galleristi, curatori ed artisti.

Ma prima un dato: in questa megalopoli dove vivono circa 20 milioni di abitanti, esistono solamente una quindicina di gallerie di arte contemporanea, le quali però costituiscono la maggior concentrazione di gallerie di tutta l’India insieme a quelle della capitale, Nuova Delhi, che ne conta altrettante.

Durante il periodo 2004-2008 l’arte contemporanea indiana ha guadagnato uno slancio enorme.

Se fosse stato coniato uno slogan in quel periodo – dice Shireen Gandhy, titolare della Chemould Prescott Road Gallery – sarebbe stato “Contemporary Art Is Trending”.

Ma l’euforia ha portato anche molti acquirenti più interessati alle opere come “investimento” che non al loro valore artistico.

Così, quando nel 2008 la crisi ha colpito anche il Subcontinente, l’inevitabile caduta è stata così pesante che la ripresa è stata più lunga di quanto ci si potesse aspettare.

Ma poiché la scena contemporanea indiana era ed è per lo più autentica, i compratori veramente interessati all’arte sono riemersi e stanno lentamente aumentando, perché – sostiene Shireen Gandhy –«le gallerie sono serie, gli artisti che presentano sono molto interessanti e alla lunga questo è ciò che paga nella scena contemporanea».

Un altro impatto della crisi sull’arte è stato quello sui prezzi: «dopo il 2008 abbiamo assistito ad un netto ribasso dei prezzi delle opere – sostiene Abhay Maskara fondatore della Gallery Maskara – ma a questo non è corrisposto un abbassamento dei livelli della produzione artistica. Anzi, spesso c’è una relazione inversa tra i prezzi e la qualità dell’arte. E se sai dove guardare, ti accorgi che ci sono artisti meravigliosi ai confini del mercato».

È d’accordo Archana Hande, artista e curatrice molto impegnata, il cui lavoro è profondamente radicato nella “città degli eccessi”.

Negli anni del boom «l’80% degli artisti si sono impegnati molto senza essere notati dal mercato.

E purtroppo la giovane generazione che è nata nel momento il cui il mercato era al massimo, ora si trova in grandissima difficoltà».

Però se da una parte la crisi ha comportato una contrazione – degli investitori, dei prezzi e delle gallerie – dall’altra ha elevato il livello dell’intero sistema dell’arte: i collezionisti oggi sono molto preparati – sostiene Shireen Gandhy – e le gallerie sopravvissute sono molto più coese e hanno dato vita alla “South Mumbai Gallery association” con l’obiettivo di concentrare gli sforzi, comunicare in modo più efficace e costruire un solido nucleo di appassionati dell’arte contemporanea.

In una metropoli delle dimensioni di Bombay, con le gallerie tutte concentrate nelle aree di Colaba e Fort (South Mumbai) e spostamenti estremamente complicati per via delle enormi distanze e del traffico, appuntamenti mensili come la “Art Night Thursday”, l’apertura contemporanea di tutte le gallerie il giovedì con orario prolungato, dibattiti ed incontri con gli artisti, consentono agli appassionati di poter godere appieno del piacere dell’arte.

Una caratteristica che non passa inosservata girando per le gallerie di Bombay, è il fatto che gli artisti esposti sono quasi esclusivamente indiani, pochissimi gli stranieri.

Una caratteristica abbastanza diffusa nella maggioranza delle gallerie indiane, ma che in questa città aperta e così cosmopolita, colpisce in modo particolare.

La ragione risiede sicuramente in un certo orgoglio per la propria cultura e l’arte del proprio Paese, ma non è tutto qui.

«A causa della natura imprevedibile dell’economia che si riflette sul mercato dell’arte, non vi è stato negli ultimi anni un periodo di stabilità sufficientemente lungo da consentire alle gallerie di Bombay di aprirsi agli artisti internazionali e di conseguenza la maggior parte dei collezionisti sono rimasti fedeli all’arte locale», sostiene Matthieu Foss, gallerista e curatore francese che vive a Bombay, co-fondatore del Focus Festival di fotografia.

Ma anche i problemi “burocratici” e gli ostacoli imposti dai dazi doganali rendono complicata la vendita di opere provenienti dall’estero.

Fatto sta che dopo un tiepido tentativo intrapreso qualche anno fa di aprire le gallerie all’arte internazionale, oggi siamo tornati a vedere quasi esclusivamente artisti indiani, o al massimo qualche artista della diaspora (indiani che vivono all’estero, per lo più in America o in Inghilterra).

Ma se l’apertura verso l’esterno rappresenta ancora un limite, quello che invece sta crescendo è l’interesse per l’arte contemporanea da parte di Fondazioni e Musei pubblici: la National Gallery of Modern Art, il Bhau Daji Lad Museum ed il Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya hanno giocato negli ultimi anni un ruolo importante nel facilitare i rapporti tra gallerie private e spazi pubblici, sostiene Abhay Maskara.

E se il pubblico non arriva all’arte, è l’arte che esce dagli spazi privati e invade la città, come accade per il FOCUS Festival di fotografia, un appuntamento biennale che nel 2017 sarà alla sua terza edizione.

«Bombay è una metropoli enorme – spiega Matthieu Foss – la maggior parte dei Mumbaikars (gli abitanti di Bombay, ndr) non potrà mai entrare in una galleria, o avere accesso alle mostre allestite nei musei. Ospitando un festival che è gratuito e aperto a tutti, cerchiamo di portare le mostre negli spazi pubblici, puntando a costruire una interazione tra il pubblico di Bombay e la fotografia contemporanea.

Ed inoltre abbiamo scelto grandi temi, come quello della memoria per FOCUS 2017, che possono essere compresi da tutti e interpretati dai numerosi partner con cui lavoriamo in tutta la città. L’obiettivo è fornire una piattaforma per i fotografi, cercando di coinvolgere il pubblico eterogeneo della città a tutti i livelli della società», conclude Foss.

Quindi dopo la crisi, a partire dal 2009, abbiamo assistito al consolidamento e all’apertura dell’arte verso gli spazi pubblici, all’emergere di un collezionismo più informato e di artisti sempre più consapevoli.

Cosa ci si deve aspettare allora nei prossimi anni sulla scena artistica di questa megalopoli asiatica?

Un profondo conoscitore dell’arte contemporanea indiana come Peter Nagy, il gallerista americano che osserva Bombay dalla capitale, Delhi, dove ha aperto nel 1997 Nature Morte, una galleria diventata una istituzione in India, sostiene che «negli ultimi 15 anni abbiamo assistito a una quantità enorme di cambiamenti nella scena artistica indiana, non credo che molto cambierà ancora nei prossimi 5-10 anni. E guardando avanti, direi che le cose più interessanti potrebbero emergere fuori delle principali città di Delhi e Bombay. Ma la qualità della scena artistica dipenderà soprattutto dal ruolo che l’India stessa come Paese riuscirà ad assumere».

Travalicando i confini della città di Bombay, il ruolo dell’India è un argomento molto delicato in questo momento in cui si assiste a una forte spinta nazionalistica trainata dal partito induista del BJP di cui l’attuale Presidente Narendra Modi è la massima espressione.

Un tema caldo che non potrà lasciare fuori l’arte anche se a oggi, come sostiene Archana Hande, «fino a che non si sarà calmata l’intolleranza del nazionalismo hindu che sta montando sulla scena politica, è molto difficile vedere qualsiasi pratica artistica reagire in modo personale.

In questo momento assistiamo piuttosto a un forte attivismo collettivo, le questioni vengono sollevate dagli artisti in diverse parti del Paese, come ad esempio a Bangalore dove gli artisti hanno dato vita al blog VAG Forum (vagforum.in). Quella del “fascismo” nazionalista hindu è oggi la più grande minaccia per il Paese che nei prossimi anni potrebbe portare a un conflitto più ampio».

Allora si vedrà come reagiranno l’India e le sue grandi città.


 Immagine dell’articolo originale