Un viaggio in Ladakh, un passaggio in autostop e la storia di un’amicizia nata per caso sulle strade polverose dell’Himalaya.

Ecco la seconda parte di una giornata particolare durante uno dei miei viaggi in India.

Una famiglia di camionisti sikh in viaggio da Leh a Jammu ci ha dato un passaggio, e molto di più: un’occasione di fare amicizia, di vedere come si vive su un camion indiano e di salutarsi con un addio che resterà per sempre nel cuore.

 


 

Per leggere la prima parte: Autostop sull’Himalaya – l’incontro

Appeso al vetro del camion c’è un pendaglio con i dieci Guru, i fondatori della religione sikh: Rano me li elenca orgogliosa.

Poi inizia a parlare dei luoghi della sua religione che vorrebbe farci visitare, in particolare il Tempio d’oro di Amritsar, il luogo sacro sikh per eccellenza.

Mi chiede di che religione sono.

Penso che dire che non sono credente sia troppo complicato: in India ognuno appartiene sempre a una qualche religione. Dico che sono cristiana e lei dice che non ha mai sentito parlare del cristianesimo, ma qualsiasi cosa sia, la accetta: andremo insieme a pregare al Tempio d’oro. Anche io accetto.

Improvvisamente una gomma esplode e ne approfittiamo per una sosta.

Rano mi prende per mano e mi dice se la accompagno a fare la pipì mentre gli uomini cambiano la ruota.

Ci incamminiamo lungo la strada, dietro a una curva, quasi abbracciate, come due adolescenti ubriache di ritorno da una festa. Lei scherza, io rido.

Visto che siamo in un territorio arido e desertico, è difficile nascondersi dietro un albero o un cespuglio, non c’è assolutamente niente. Solo alcune carcasse di camion cadute nel dirupo, forse per colpa di un autista meno prudente del nostro.

Strada del Ladakh con carcassa di camion

Lei non si fa problemi: si accuccia e fa la pipì, intanto dei camion militari passano per la strada proprio lì davanti. Qualche soldato si sporge addirittura dal finestrino e saluta, non so se me o lei.

Anche io dovrei farla, ma non mi sento a mio agio a pisciare così, sul ciglio della strada mentre passano dei camion militari. Me la tengo.

A vederla lì, accucciata che fa la pipì, la invidio. Invidio la sua libertà, la libertà di poter ruttare liberamente, di fare la pipì lungo la strada, di prendermi per mano dopo che ci conosciamo da qualche ora. Penso alla mia e alla sua libertà.

La mia libertà: quella di poter comprare un biglietto per l’India e visitare il Ladakh.

La sua libertà: quella di viaggiare su un camion e di decidere quando tornare a casa, giorno più, giorno meno, ma di non potersi permettere nient’altro.

La mia libertà: quella di avere un lavoro con stipendio regolare e ferie pagate, che presuppone che torni in ufficio fra una settimana.

La sua libertà: quella di non avere mai ferie né scadenze da rispettare.

La mia: quella di sognare altri mondi, l’India e l’Oriente, di immaginare un’altra vita possibile e di chiedermi il perché di questa mia libertà.

La sua: quella di non sognare altri mondi, impensabili per lei, condannata a vivere a Jammu, quella di non farsi domande su come o perché.

Cambierei la mia libertà con la sua? Baretterei le mie libertà con le sue?

Pipì fatta, ruota cambiata. Si riparte.

Da adolescenti ubriache siamo diventate vecchie amiche e abbiamo conquistato la complicità di donne che parlano dei loro figli e mariti e, anche se io non sono sposata e non ho figli, sembra funzioni perfettamente lo stesso.

Ma ogni viaggio ha la sua fine e anche questo sta giungendo al termine.

Arriviamo a Lamayuru e viene il momento di scendere dal camion. Sono quei momenti in cui devi dire addio e allora pensi: ma che gentili che sono stati, ma quanto bene gli voglio, a loro, ai camionisti, agli indiani, ai punjabi, ai sikh.

Che se fosse sempre così per tutti si potrebbe pensare che nessun odio fra i popoli possa mai esistere.

Sono quei momenti in cui ci guarda come se si fosse in un film, come se per un attimo si potesse estraniarsi da se stessi e assumere il punto di vista di Dio: esterno, oggettivo, imparziale.

Sono quei momenti in cui allora si cerca di recitare meglio possibile, di interpretare la parte al meglio in modo che tutto scorra perfetto, come in un bel film di quelli seri, fatti bene, senza sbavature, estetici, artistici

Eccomi lì allora: zainetto in spalla, che scendo al rallentatore dall’altissima cabina di un camion dello Jammu.

Un piede sul gradino, un piede sulla ruota, attenta a non cadere in questa discesa dal tetto del mondo.

Ecco che cerchiamo di dare dei soldi all’autista, per pagare il passaggio e la benzina, che in queste strade di montagne di solito giustamente si paga.

Pochi soldi per noi, un patrimonio per loro. Ecco l’autista, che li rifiuta orgogliosamente, quasi offendendosi.

Eccomi che, ormai a terra, ormai distaccata per sempre da quel camion, alzo gli occhi per ringraziare ancora una volta la sorella dell’autista dal finestrino. Tutto funziona, tutto è come deve essere.

Però ecco che incrocio lo sguardo di Rano e trovo delle lacrime nei suoi occhi.

Così non va bene: non è mica un film di Bollywood, questo è un film serio, siamo state insieme solo alcune ore, un addio lacrimevole è eccessivo.

Rientro allora di colpo in me stessa, allungo una mano dal finestrino, per farmi dare la sua ultima stretta di mano, fortissima come la paura di non rivedermi mai più.

Addio allora al film estetico artistico, addio a suo fratello autista che rifiuta i soldi, addio al nostro viaggio e al volo di ritorno, addio al clacson dei camion, addio a tutto tranne che a una cosa: alla sua libertà di piangere così, senza pudore, senza vergogna, per niente, di fronte a una sconosciuta.

Questa libertà sì che la baratterei con qualsiasi cosa.

Blow horn, use dipper at night.

Zaino in spalla, Lamayuru e il suo monastero ci attendono.

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