Benares, Varanasi, non è stata la mia prima India e nemmeno l’ultima. Si è inserita prepotentemente in un viaggio di mezzo, tra Faridabad e Goa, lasciandomi, nello spazio dei ricordi, in una dimensione ancora sospesa, antica. Ricordo ancora l’arrivo in città, dopo un lungo viaggio in treno, sleeper class, con i sedili sudici e i topolini che sgattaiolavano tra i nostri piedi, eravamo in 4, pieni di entusiasmo, ignari di quello che questa città ci avrebbe, bene o male, svelato.

Perchè Varanasi è anche un oracolo, a volte crudo.

Il tempo di sistemarci in guesthouse e ci ritrovammo ad Assi Ghat. Appena vidi il Gange, inspiegabilmente, scoppiai a piangere. È una destinazione che sa renderti trasparente e senza difese, per mostrarti quello che hai dentro. Un concentrato fortissimo dell’India. Almeno, per me fu così. Un piccolo desiderio, in quel periodo, era quello di assistere al celebre rituale della Ganga Aarti, tanto millantato sulle guide. Non era ancora scoppiato il periodo florido dei travel influencers, di un turismo veloce e sfrenato come quello prima della pandemia. Si viaggiava soprattutto per il piacere di farlo, condividendo su internet, raramente, in modo semplice, seguendo una spinta interiore. Era un altro tempo.

La Ganga Aarti

Una delle prime serate il desiderio venne realizzato. La Ganga Aarti è un rituale induista, una puja, che viene celebrato, in questo caso, in onore della divinità femminile del sacro fiume Gange. I turisti passano da Varanasi per vedere anche questa cerimonia serale, che si svolge al Dashashwamedh Ghat, il Main Ghat (principale).

In attesa della Ganga Aarti a Benares. Fotografia di Matteo Benegiamo

Mi sentivo così emozionata di partecipare, andai con largo anticipo, per prendere un buon posto, ma non mi aspettavo tutta quella gente. Alcuni uomini davano delle indicazioni su dove sederci, c’erano molte sedie, ma avanzai sul tappeto, proprio nelle prime file. Erano presenti diversi bramini (sacerdoti induisti) turisti, fedeli e pellegrini. La cerimonia è molto affascinante, coreografica. È stato un peccato non comprendere il significato delle parole pronunciate dai bramini, mi sono limitata a seguire con gli occhi, e lo spirito, i movimenti ipnotici che compivano con gli oggetti rituali.

Alla mia destra, dolcemente adagiate sul Gange, piccole imbarcazioni popolate da chi aveva scelto di assistere alla cerimonia da una posizione privilegiata e poetica. Ricordo le fiamme del fuoco cerimoniale animarsi vivaci, come se fosse ieri. Benares è una città antichissima, significativa, dove la danza tra vita e morte è in tremenda evidenza e senza veli. Riconoscevo di essere fortunata ad assistere ad uno spettacolo simile eppure, devo ammettere, pur riconoscendo la rarità di quei momenti, ho amato maggiormente, nei giorni successivi, le cerimonie più piccole e intime che si svolgevano, simultaneamente, su diversi ghat minori.

Riflessioni

Mi sono sentita protetta e raccolta partecipando, di volta in volta, ai rituali più nascosti, modesti, meno scenografici della Ganga Aarti sul Main Ghat, ma, a modo loro, impressi di suggestione e magia. Se il soggiorno in città si protrae oltre una visita (e quindi non solo una tappa intermedia e veloce sulla strada verso il Taj Mahal), Varanasi, smuove molto. Più di una serata ho vagato solitaria e riflessiva su quelle scalinate, avvolta dall’aria della sera, mentre il Gange sembrava parlarmi, al punto da sentirmi in totale comunione. Quante volte ho sperato di ricevere una benedizione, ho chiesto di vedere nel mio cuore, ho invocato chiarezza.

E la confusione saliva di giorno mescolandosi con il fumo dei Burning Ghat, dove venivano bruciati i corpi inermi. Forse il fumo di una vita si era depositato in ogni piccolo angolo del mio corpo e nella città sacra è diventato forte come una nebbia fitta, per poi liberarmi. Le offerte colme di speranza e fiducia al fiume, i chai nelle tazzine che poi venivano frantumate per terra, insieme a tante altre, la difficoltà nel reperire anche oggetti semplici, di uso comune, perchè tutto si confondeva in quella danza di luce e fumo. Le mucche placide, dagli occhi grandi, i chili di lana colorata, i sorrisi dei bambini di strada. I loro abbracci polverosi, stretti.

Le bidi, la strada sempre piena di fango, i baracchini dove era meglio non andare, ma attiravano più dei ristoranti. Il mal di pancia. Gli alberi, le scimmie, la vita, la vita, la vita. La verità. Sempre. Senza orpelli, meravigliosamente cruda. Grazie Kashi, mia cara Benares!

Fotografia in evidenza di Matteo Benegiamo, prezioso compagno di viaggio