In India le caste non esistono solo all’interno dell’induismo, ma sono presenti anche in altre comunità religiose.

Ma i fuori casta cristiani o musulmani non hanno neanche il diritto alle facilitazioni concesse per legge a quelli induisti.

L’autrice dell’articolo è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto da Guida India e disponibile a questo indirizzo.

 


 

Il sistema delle caste è tipico dell’induismo, ma è confluito anche nelle altre religioni arrivate in India in epoche più recenti, come nel Cristianesimo e nell’Islam.

Per quel che riguarda il Cristianesimo, l’origine del fenomeno delle caste si fa risalire in parte all’utilizzo che frequentemente fecero del sistema locale (peraltro all’epoca più che compatibile con quello europeo) proprio i suoi missionari e divulgatori.

Infatti questi ultimi, ai fini della conversione delle masse, sfruttarono l’influenza operata dalle caste dominanti.

In altre parole, era più facile convertire con le buone o con le cattive un brahmano o un principe influente e aspettare poi che i suoi numerosissimi subalterni lo seguissero grazie alla tradizionale devozione conferitegli proprio dalla sua posizione castale.

Per approfondire sulle caste in India, leggi: Le caste ieri e oggi

Nel caso dell’Islam, il sistema gerarchico locale si fonda principalmente sull’antichità di fede e sulle genealogie (vere o presunte) rivendicate dalle sue élite.

In base a queste, in India si separano nettamente i clan Ashraf, nobili, che discendono cioè da coloro che per primi conquistarono aree del Paese o vi giunsero in seguito essendo già musulmani, da quelli Ajlaf, plebei, rappresentati dalla popolazione locale che si convertì solo in seguito.

Gli Ajlaf a sua volta si suddividono in Baraderi, confraternite endogame che assomigliano alle sottocaste induiste e che come tali si relazionano gerarchicamente a seconda delle occupazioni assegnate ai loro membri.

Ma anche nell’ambito degli Ashraf esiste una struttura gerarchica che sostanzialmente ripropone sotto altra forma le quattro caste principali della tradizione induista:

  • Sayyad: i Principi, coloro che discendono direttamente dal Profeta;
  • Sheiks: gli sceicchi, i capi clan, che pur non discendendo dal Profeta vantano lontanissime ascendenze arabe e dunque un’antichità di fede superiore a quella degli altri;
  • Moghul e Pathan: discendenti dagli omonimi regnanti, i primi, e dai capi tribù dell’etnia afghana oggi nota come Pashtun i secondi. Sempre nobili, sostanzialmente equiparabili tra loro nella gerarchia, ma di stato decisamente inferiore rispetto alle prime due a causa della loro più recente affiliazione all’Islam.

Un analogo e spesso ancor più rigido ordine gerarchico si riscontra anche tra i Cristiani indiani, tra i quali si è mantenuto fondamentalmente intatto il sistema castale induista preesistente, con punte di fanatismo tali da sfociare a volte in paradossi degni del miglior umor nero (come per esempio l’apartheid cimiteriale, con un muro di separazione per le tombe dei dalit, illustrato nella foto principale).

Inoltre, anche fra i cristiani esiste un’ulteriore sorta di gerarchia d’antichità di fede simile a quella rivendicata dagli Ashraf musulmani.

A Goa, dopo le conversioni di massa operate dai Portoghesi nel XVI secolo sotto la guida di Goencha Saiba, noto come San Francesco Saverio, i Cristiani mantennero invariato il sistema induista, cambiando solo vagamente le denominazioni delle caste principali, la cui appartenenza viene fieramente rivendicata dai loro membri:

  • I Brahmani, dal cui gruppo proviene ancora oggi il grosso del clero cattolico locale, sono detti Bamonn.
  • Gli Kshatriya si denominano Chardos.
  • I Vaishyas diventarono Gauddos.
  • I Sudra sono oggi i Sudirs.

I fuori casta, intoccabili o dalit, sono chiamati Mahars e Chamars.

In Kerala, l’élite è costituita dai Cristiani Siriani, o Nasrani, che a loro volta si dividono oggi in Cattolici Siro-Malabar, Cattolici Siro-Malankara, Ortodossi Malankara, Giacobiti e Malankara Marthomiti.

Al di sotto, troviamo i Latini, gli Angloindiani, i Protestanti, i Pentecostali e in ultima posizione i Nuovi Cristiani, di conversione relativamente recente e in maggioranza provenienti dalle caste dedite alla pesca.

All’interno di ognuna di queste confessioni vige la consueta gerarchia, al vertice della quale svettano su tutti i Cristiani Siriani appartenenti alla casta brahmana dei Namboothiris, che si considerano convertiti da San Tommaso in persona o addirittura direttamente discendenti dai compagni dell’apostolo, secondo la tradizione sbarcati con lui in India nel 52 d.C.

In Tamil Nadu, nonostante il fatto che i dalit rappresentino più del 70% della popolazione cristiana locale, solo circa il 5% di questi appartiene al clero e alle sue alte gerarchie.

Anche Malayappan Chinnappa, il dalit che è stato l’arcivescovo di Madras e Mylapore fino al 2012, è riuscito a fare ben poco per eliminare le discriminazioni all’interno del suo stesso gregge.

In Tamil Nadu si verificano infatti periodicamente scontri castali tra Cristiani che provocano anche morti, feriti e gravi atti vandalici, come per esempio accaduto a partire dai tardi anni Novanta a Eraiyur, nel Nord dello Stato.

Ma sono moltissime le località del meridione indiano, particolarmente i piccoli centri, dove esistono chiese, cimiteri e locali parrocchiali destinati alle diverse caste o dove si officiano messe e riti a turni, a causa del rifiuto delle caste alte di condividere le celebrazioni e gli spazi con coloro che considerano esseri subumani.

Non è infatti raro che preferiscano sposare fedeli di altri credi, ma appartenenti al proprio gruppo castale, piuttosto che un correligionario di bassa casta.

Per questi motivi, sebbene per i dalit induisti la conversione a una delle due grandi religioni monoteiste dovrebbe in teoria significare la liberazione dall’oppressione castale, nella pratica si è rivelata spesso solo un’illusione, contornata anche da ulteriori aggravanti che la politica fatica a risolvere.

La definizione di Scheduled Castes, SC, coniata dall’Impero britannico per indicare i gruppi situati al fondo della piramide sociale indiana, venne ufficialmente adottata nel 1950 anche dallo Stato indiano indipendente e in principio applicata esclusivamente ai cittadini di fede induista.

In seguito, vennero inclusi anche Sikh e Buddhisti, comunità religiose che, pur ripudiando in teoria le discriminazioni castali tradizionali, avevano visto il perdurare delle stesse tra i loro membri più svantaggiati di recente conversione.

La popolazione cristiana e musulmana di origine dalit ne rimase invece esclusa, per venire poi riconosciuta nel tempo come appartenente al vasto gruppo OBC, Other Backward Classes, solo da una dozzina di Stati regionali in qualità di minoranze religiose.

I dalit induisti posso godere di alcune facilitazioni, per esempio delle quote riservate nel settore pubblico ed educativo da parte dello Stato centrale o di un certo numero di seggi riservati in parlamento.

Inoltre, in caso di violenze subite per appartenenza castale, hanno il diritto di appellarsi a una legge del 1989, lo Schedule Caste and Schedule Tribe Prevention of Atrocities Act.

Non essendo riconosciuti a livello nazionale come tali, i dalit di religione cristiana o musulmana sono esclusi da queste facilitazioni.

La loro esclusione non si deve però solo alla discriminazione nei confronti delle due principali minoranze religiose.

Il problema è all’interno delle stesse comunità: infatti, le gerarchie religiose del Cristianesimo e dell’Islam per decenni non hanno voluto affrontare il dilemma religioso, prima ancora che sociale e politico, che soggiace alla questione.

Come ammettere che tanto l’Islam quanto il Cristianesimo in India avevano perso la battaglia contro le millenarie discriminazioni locali, se mai l’avevano davvero combattuta, dal momento che presentano al loro interno sistemi castali che offendono l’uguaglianza di fronte a Dio e agli uomini promessa dalle loro fedi?

Dal punto di vista politico, la questione è stata sollevata attraverso una petizione presentata nel 2004 alla Corte Suprema dalle associazioni religiose interessate ed è stata istituita una commissione apposita, la Commissione Ranganath Misra.

A seguito delle sue indagini, nel 2008 la commissione raccomandava la cancellazione del decreto del 1950 che escludeva le due minoranze dal gruppo delle SC, in quanto basato su discriminazioni religiose costituzionalmente inammissibili, e suggeriva al legislatore alcune forme di riorganizzazione delle quote.

[…]

Dopo un aspro scontro politico, però, alla fine non se n’era fatto nulla.

Il 28 febbraio 2015 la Corte Suprema indiana ha invece stabilito che chiunque si riconverta all’induismo abbia diritto di riacquisire anche i benefici riservati alla casta di appartenenza dei propri avi.

Questo a prescindere dal numero di generazioni trascorse dalla affiliazione della famiglia ad altre religioni, mentre precedentemente l’opportunità era riservata solo ai figli dei convertiti.

In altre parole, non solo si continuano a escludere gli ex-intoccabili cristiani e musulmani dal gruppo delle Scheduled Castes e dalle relative quote, ma si forniscono ora anche incentivi sociali affinché questi si sottopongano volontariamente alla cerimonia del gharwapsi, o “ritorno a casa”, secondo il programma da tempo intrapreso a livello nazionale dalla Sangh Parivar, l’unione delle associazioni fondamentaliste induiste.


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