È il 2004: Consuelo Pintus ha solo 19 anni e parte in missione per il suo primo viaggio in India. Durante il suo viaggio, Consuelo scrive quasi in diretta un diario, Chapati in the Darkness, che poi verrà premiato dall’Archivio Nazionale Diari di Pieve Santo Stefano nel 2008.

Consuelo oggi insegna hindi all’Università di Milano e ha voluto condividere con noi il suo diario. Questa è la settima puntata, in cui seguiamo lo scorrimento dei suoi giorni nel lebbrosario a Mehendiphara.


Giovedì, 15 luglio 2004

(Rossella scrive sul mio diario), manca quasi un mese al mio rientro in patria.

Il sole campeggia alto nel cielo, cotonato di nuvole, una brezza leggera porta una desiderata frescura… I lebbrosi nelle loro stanze giocano a carte nella penombra… un uomo dirige i buoi con l’aratro, le donne fanno il bucato nello stagno… il gatto gioca col topolino…

Il tempo scorre lento ed ordinato ma ci insegna una grande lezione di umiltà e serenità…lenti ritmi, che possono sembrare monotoni ci aprono il cuore al contatto con la natura e la sensibilità umana. Qui ogni uomo è fratello dell’altro uomo perché partecipe dello stesso disegno della natura e del tempo…

Cara Annina, Anilise, o come vuoi essere chiamata.

Il messaggio di ieri mi ha fatto piacere ma mi ha messo anche un po’ di malinconia… Chissà ora cosa sta succedendo lì? Ti dedico la giornata di oggi e in particolare questo sole indiano caldissimo che asciuga i miei capelli appena lavati che a te piacciano tanto. Qui tutto è un’impresa. Tutto è unico e autentico. Non vedo l’ora di raccontarti e di fare le nostre solite e divertentissime risate. UNICHE anche quelle. Anche se con Rossella non si scherza. Ogni cosa diventa pretesto per ridere un po’.

Dopo aver preparato pasta e zucchine e aver tostato il pane sulla piastra, siamo andate nella nostra stanza. Adesso siamo in chiesa ad ascoltare i bambini che cantano. Fra poco insegneremo noi loro una canzone. Sono felice, davvero. Fuori ci saranno quaranta gradi, è bello.

È una felicità diversa, particolare.

È stato stupendo sentirti e sentirsi dire certo cose; mi ha fatto capire quanto tu sia più indispensabile. Sento che al mio ritorno tu ci sarai, con la tua presenza curiosa di sapere tutto, desiderosa di raccontarmi le tue tanto attese vacanze… insieme alle tue vicende amorose.

La sera, insieme alle suorine, durante le ore e ore di preghiera, penso sempre alle mie amiche. Grazie perché posso dire di esserlo per te, ancora per l’ ennesima volta, TI VOGLIO DAVVERO TANTO BENE.

PS. MI MANCHI.

 

LESSON NUMBER 1 

ITALIAN FOR THE SISTER

  1. alfabeto e pronuncia
  2. le presentazioni
  3. saluti
  4. io vengo da… abito da…

 

16 luglio 2004

Sveglia alle cinque per la messa importante, quella che avrebbe celebrato il rinnovo dei voti di Sister Tency. Assonnate all’inverosimile ci dirigiamo, dopo aver aperto i cancelli del lebbrosario in cui stiamo, verso la chiesa. Prima però dobbiamo attraversare un prato pieno di fango che ogni mattina viene inondato dallo stagno pieno di melma.

Dopo aver saltato su qui stupendi mattoni rossi (STUPENDI perché sono la nostra unica ancora di salvezza) e dopo aver sporcato tutti i piedi, ci togliamo i sandali ed entriamo.

Tutti i bambini e le suore, posizionati in modo rigoroso davanti all’altare, mi guardano in modo strano. Indosso il vestitino bianco che mi hai visto anche tu, ti pare che sia così scandaloso? La messa dura 1:45 minuti. Mi fanno portare gli incensi all’offertorio e Rossella comincia a farmi ridere chiedendomi perché camminavano così veloci!

Dopo la solita colazione con chapati, marmellata e tè nero, la suora comincia a dirmi se ho veramente intenzione di andare al mercato con quel vestitino. Inizialmente credevo scherzasse, poi quando comincia a dirmi che devo alzarmi per andare a cambiarlo, non ci ho visto più.

Chiedo gentilmente il motivo e lei mi risponde che va bene all’ interno della missione ma che per il mondo fuori è inadeguato… Stavo per risponderle male, quando Rossella mi ferma; andiamo in camera, comincio a “sclerale”, non potevo accettare quella chiusura mentale, ne rimango molto delusa, non voglio andarci. Rimango così poi per tutto il tragitto, in quella jeep che è adibita per essere un’ ambulanza. Mi viene la nausea.

Ad un certo punto, dopo aver passato campi inondati da un fiume che proviene dal Bangladesh, ci fermiamo. Solo in quel momento realizzo che siamo nei villaggi e NON AL MERCATO e quindi era quello il motivo per cui non potevo tenere il vestitino. Sarebbe diventato nero.

Arrivano due paramedici ed insieme a loro cominciamo la “CACCIA AL LEBBROSO”, ossia andiamo in un villaggio e casa per casa (capanna per capanna) si vede se ci sono dei casi di lebbra o TBC e poi si segna quali medicine si possono prescrivere a seconda del grado e del livello di lebbra.

Ne vediamo di tutti i colori, bambini piccoli senza dita, donne bellissime rovinate, dalla malattia, uomini (padri di famiglia) “pieni zeppi” fino ai piedi. Capanne che per stare in piedi hanno bisogno del fango che viene distribuito sugli strati di bambù. Il tutto camminando in mezzo al fango, alle cacche delle pecore, delle caprette.

Le persone escono per osservarci, così, quasi a bocca aperta. Chissà cosa pensano e come ci vedono. Straniere o amiche? Credo la prima. Non riesco a riflettere molto, ho solo la mente offuscata da un grande senso di paura, PAURA VERA di prendermi qualche malattia, soprattutto quando ci siamo sedute in casa di lebbrosi e sono venuti a lavarci i piedi e a baciarli.

Lì ho chiesto alla suora perché loro e i paramedici non indossano i guanti e lei mi risponde: “È IL SIGNORE CHE LI AIUTA”!!! Mi mostra il crocefisso e mi dice che sono anni che mette le mani nelle piaghe e non le è mai successo nulla.

Sono rimasta allibita. Poi ci dirigiamo verso la sponda di un piccolo fiumiciattolo e vediamo una barca. Io e Rossella ci guardiamo. Avevamo capito, dovevamo attraversarlo con quella “cosa”. Non ci posso credere. Entra acqua dappertutto, ci dobbiamo sedere su delle canne di bambù. Ma sono matti. Arrivati dall’ altra parte, altro giretto.

Ci allontaniamo poi, molto tristi per quest’ingiustizia e per queste disparità sociali, da quella che è considerata un po’ la porta dell’ inferno. Lo stomaco si rilassa. Ora ci fermiamo in un negozio di soli sari, è tutto un colore. Ci offrono il tè mentre noi scegliamo il modello che più ci piace. È speziato, molto, con ginger profumato.

Dato che le nostre forme non si adattano con quelle delle indiane, compriamo della stoffa per farci fare solamente il pezzo sopra. Così ci rechiamo dal sarto. Incontriamo prima di tutto una donna. Resto abbagliata da quella bellezza femminile indiana. Da quella semplicità ma allo stesso tempo da quell’eleganza.

Si tratta della moglie del sarto. È povera, come tutta la famiglia. Lo si nota dalla casa. Non hanno acqua, né luce eppure ci offre subito da mangiare e il solito tè. Sorride, in modo particolare quando vede entrare il marito. Il loro è stato un matrimonio combinato. Ma sono innamorati, ne sono sicura.

Ci prendono le misure. Ci raccontano un po’ della loro vita. Lei è insegnante d’inglese, lui guadagna 60 rupie al giorno. Quasi 1 euro… Oggi è l’anniversario di matrimonio dei miei genitori, perciò telefono a mio papà anche per raccontargli di oggi… Mi ha detto che da voi fa caldissimo. Approfitto per raccontarti un po’ invece com’è il tempo qua.

Il cielo è SEMPRE e COMUNQUE COPERTO DI NUVOLE. Ogni tanto spunta quel raggio di sole che fa alzare la temperatura ad almeno 40° C. Per il resto il monsone non dà tregua. Il buio della notte è vero buio, e le stelle sono la sua unica luce.

Concludo lasciandoti quest’immagine che non ha confini, nemmeno geografici…


Foto tratta da https://www.skymetweather.com.