È il 2004: Consuelo Pintus ha solo 19 anni e parte in missione per il suo primo viaggio in India. Durante il suo viaggio, Consuelo scrive quasi in diretta un diario, Chapati in the Darkness, che poi verrà premiato dall’Archivio Nazionale Diari di Pieve Santo Stefano nel 2008.

Consuelo oggi insegna hindi all’Università di Milano e ha voluto condividere con noi il suo diario. Questa è la nona puntata, in cui racconta i suoi ultimi giorni in India prima del rientro in Italia.


19 luglio 2004, ore 23

Scrivo dal balcone, seduta su di uno sgabello artigianale, fatto con fili intrecciati e base in cerchione di automobile. Se ci sta nella valigia credo che me ne porterò a casa un paio. È tutta la mattina che mi sento malinconica, ti penso, continuo a pensare, qui nella calma…

L’unica cosa che sia riuscita a fare è stata andare al lebbrosario a dare le ultime medicine che mi rimangono nello zaino. Sì, perché dopodomani si riparte per tornare a Siliguri, dove mi aspettano altri 15 giorni senza le mie adorate amichette… Nel frattempo l’infermiera stava dando  le pastiglie alle lebbrose e mi ha chiesto se avessi voluto aiutarla. Rispondo ovviamente di sì, ed ecco che vedo da vicino le mani senza dita di quelle donne. Ma un sorriso enorme sul volto. Il sangue per un momento mi si è fermato…

Da qui riesco a mettere in pratica tutti i cinque sensi:

olfatto: dalla cucina arrivano i profumi speziati delle prelibatezze che ci stanno preparando per il pranzo; da fuori arriva l’ odore del fango, misto a quello della pioggia e dello sterco della solita mucca magra; dalla mia persona, l’essenza del mio corpo in calma e quello dei miei capelli, misto al profumo dell’olio di cocco; dai miei vestiti odore di biancheria pulita ma allo stesso tempo non asciugata nel migliore dei modi.

Tatto: il contatto con questa carta riciclata ma allo stesso tempo umida, mi fa troppo impazzire.

Vista: foglie di banano, grandi palme, pozzo attorniato di bambini, scuola vuota. Camion pieni di gente, vestiti d’arancione, induisti in viaggio verso un luogo di culto per il pellegrinaggio annuale.

Udito: voci di bambini, corvi che gracchiano, suoni di clacson spiegati, suore che pregano.

Gusto: ho appena finito di mangiare i dośa: frittelline di frumento, pasta di riso e zucchero che vengono poste su delle foglie di banane abbrustolite.

Sono andata a visitare la scuola con tutti gli annessi e connessi problemi a non finire. Spero che riuscirò, al mio ritorno, a fare qualcosa per queste piccole creature, che dormono solo su di una stuoina, al freddo quand’è inverno, che non hanno tachipirine a sufficienza, che non hanno una sala da pranzo ma mangiano sul pavimento freddo di un portico, e che non vedono l’ora di vedere la mamma (una volta al mese) e di ricevere qualche caramella…

Pensavo di chiedere a Massimo di scrivere una canzone per questo popolo e le sue condizioni… Perché sempre più gente possa conoscerlo. Ma lui aveva già scritto qualcosa. È un onore. È una felicità.

20 luglio 2004

…Finalmente riesco a trovare la penna giusta per scrivere qui. L’ho comprata al bazar stamattina. Sì, perché, dopo una sveglia difficile e una camminata mattutina nel fango… Eccoci in chiesa, pronte per un’altra messa. L’ultima messa con “Father Riporto”…

Dopo aver visto che la nostra nuova strada di mattoni rossi funziona, ci dirigiamo per fare colazione. Anche stamattina niente corrente e niente acqua.

Poi, dopo aver indossato quei miei pesantissimi pantaloni bianchi, mi dirigo insieme a Rossella sulla jeep con il Marpione… Per farmi ridere Rossella continua a cantarmi:

E PASSA E SPASSA SOTTO Stù BALCONE,

MA TU SI MARPIONE, TE PIACIONO E FEMMINE,

CON QUESTA FACCIA D’ ANGELO…”

Oggi è l’ultimo giorno qui e per l’occasione ci hanno concesso di fare shopping (ovviamente con la suora).

Ci hanno imbrogliato per l’ennesima volta. Prima di andare al bazar, ci hanno portato nei loro villaggi a guardare come stessero i lebbrosi. Non è questo il problema. Quello che mi fa più rabbia è che la suora superiore mi ha fatto mettere i pantaloni lunghi (caldissimi) bianchi. Io gliel’avevo detto che sarebbe stato un casino ma lei no, perché altrimenti gli uomini mi guardano, se metto la gonna (lunga, comprata qua in India) che non lascia trapassare nemmeno un filo d’aria!

Ci troviamo come al solito senza avvertimento in mezzo al villaggio con i paramedici, a cercare per l’ennesima volta il “lebbroso più lebbroso”…

Dopo di che ci siamo trasferiti nella casettina del paramedico. La casetta è costruita con i soliti mattoni rossi indiani, è composta da tre stanze principali più due esterne comprese di puja, più un sacco di fiori, incensi e polverine.


Foto tratta da wikimedia.org