Articolo in 2 minuti – Alla mezzanotte del 3 dicembre 1984 a Bhopal avviene uno degli incidenti industriali più gravi della storia: l’esplosione della fabbrica chimica della multinazionale americana Union Carbide, che produce pesticidi. 

Una nube tossica si espande per la città, causando migliaia di morti e centinaia di migliaia di vittime con disabilità permanenti.

Dal punto di vista legale, una lunga controversia fra il governo indiano e la multinazionale ha portato solo a un irrisorio risarcimento alle famiglia delle vittime, ma nessuno ha ancora bonificato l’area contaminata, che continua a causare malattie e disabilità negli abitanti di Bhopal.

La città di Bhopal però ha reagito con l’impegno sociale e umanitario, aiutata da una straordinaria capacità di contrastare le avversità.

Numerose sono le associazioni che si occupano delle vittime, prima fra tutte il Bhopal Medical Appeal, che con i suoi centri garantisce il trattamento medico gratuito alle vittime dell’incidente.

 


 

Per approfondire – Alla mezzanotte del 3 dicembre 1984, una nube tossica si espande nel cielo di Bhopal, una città situata 800 chilometri a sud della capitale Delhi, nel cuore dell’India.

La nube si sprigiona da un’esplosione negli impianti dell’industria chimica americana Union Carbide, che quindici anni prima ha stabilito a Bhopal la sede della filiale più importante per la produzione e distribuzione di pesticidi in India.

Il disastro è inevitabile: migliaia di famiglie vengono colte di sorpresa nella notte.

I primi soccorsi sono estremamente complicati per il medico di turno, Deepak Gandhé, che si trova ad affrontare una corsa contro il tempo, con la difficoltà di comunicare l’allarme e la mancanza di risorse.

La morte è immediata per circa 3.800 persone, mentre oltre 20.000 persone muoiono nei giorni successivi e circa 200.000 restano vittime di disabilità permanenti.

L’incidente ha forti ripercussioni sull’ecosistema del territorio e segna ancora oggi, a 32 anni di distanza, la quotidianità dei sopravvissuti, costretti a cure mediche continue.

I fatti evolvono fin da subito su due fronti paralleli: sul fronte legale, che arriva a toccare i rapporti politici tra USA e India, e sul fronte umanitario, connotato dalla prontezza di organizzazioni locali e internazionali nate per far fronte in concreto ai danni dell’accaduto.

Gli esiti delle lunghe controversie legali, tra governo indiano e i vertici della Union Carbide, assorbita nel frattempo nel 2001 dalla multinazionale Dow Chemical, danno luogo solo a un irrisorio risarcimento in denaro.

L’azienda americana infatti rifiuta la responsabilità della strage – attribuendola a un sabotaggio dei dipendenti locali – ma riconosce al governo indiano la somma di 470.000 dollari da destinare alle famiglie delle vittime (circa 2 dollari ciascuna).

Gli stabilimenti della fabbrica vengono quindi abbandonati e la Union Carbide non accetta di prendersi in carico la bonifica dei terreni, mai avvenuta, dal costo stimato di oltre 2 miliardi di dollari.

I rischi per la salute degli abitanti restano quindi ancora molto gravi, con bambini che, ancora alla seconda generazione, nascono disabili.

Per rispondere alla domanda “Che cosa è successo a Bhopal?”, molto più della situazione legale aiutano i contributi che si sono susseguiti negli anni per cercare di misurare i fatti dal punto di vista dei più deboli (tra cui il libro reportage di Dominique Lapierre e Javier MoroMezzanotte e cinque a Bhopal”).

Da essi emerge chiara la concomitanza di cause diverse e l’impossibilità di identificare un solo responsabile. Da un lato, si trovano gli interessi economici di un’azienda e dall’altro la voglia di riscatto di un popolo che vive nella povertà.

Da entrambi i versanti si fanno errori tecnici, politici, di valutazione.

Da una parte, c’è la scarsa conoscenza del contesto indiano, con un clima non adatto per un impianto chimico concepito per temperature di gran lunga inferiori, e ci sono le mire produttive sovradimensionate rispetto alle reali opportunità del mercato indiano.

Dall’altra, c’è una popolazione che si apre al mito della modernità, disponibile ad accettare tutto per far fronte all’indigenza, incurante dei pericoli. Lavorare per l’azienda americana diventa la speranza per numerosi indiani accorsi a Bhopal da tutta l’India – spesso non qualificati per i lavori richiesti.

La città ha trovato nella rinascita una lucida risposta alla domanda pressante “Che cosa è successo a Bhopal?”.

The Bhopal Medical Appeal è l’organizzazione locale che più di tutte incarna questo impegno: dal 1989 opera localmente con due centri medici, assistenza ai malati e attività di sensibilizzazione che hanno permesso di avviare concretamente la ricostruzione, laddove le strutture ufficiali non rispondono.

Al di là degli ostacoli della burocrazia e degli appelli inascoltati (anche dall’attuale governo Modi, in occasione dell’anniversario del disastro), chiunque abbia la possibilità di recarsi in questa città oggi respira la forza di riscatto.

Si tratta di una capacità tipica degli indiani tutti, espressa in hindi dalla parola “jaggat”.

Jaggat è la capacità di contrastare le avversità, la determinazione ostinata a trovare soluzioni dal nulla, con fiducia e inventiva, persino di fronte alla devastazione.

Per approfondire, potete consultare:

www.bhopal.org: il sito del Bhopal Medical Appeal;

www.bhopal.net: il sito, con gli appelli degli attivisti, della International Campaign for Justice in Bhopal, che lavora per scongiurare futuri disastri e per assicurare l’accesso all’acqua potabile;

www.bhopal.com: gli atti ufficiali della vicenda USA-India rilasciati dalla Union Carbide.

Per approfondire con un libro ambientato a Bhopal: Animal di Indra Sinha


Immagine tratta da www.ibtimes.co.in