Articolo in 2 minuti – Se, nel mondo, l’immagine riconosciuta di Gandhi è legata alla pratica della non violenza, in India essa è ancora molto discussa.

Gandhi è stato davvero un difensore degli oppressi e un riformista sociale? Un sostenitore della non violenza, dell’emancipazione femminile e del progresso dell’India?

I suoi scritti, oltre 50 mila pagine, ci restituiscono una personalità complessa, a tratti incoerente.

Le scelte personali di Gandhi, inoltre, per l’epoca risultavano radicali: il digiuno quale forma di protesta, lo stretto vegetarianesimo, la naturopatia, la castità, il rifiuto di cure mediche non naturali, e persino il suo modo di aderire all’induismo, lo resero sospetto a molti.

All’immagine del Gandhiji, rispettato padre fondatore dell’India, l’uomo simbolo della nuova identità, e dignità, indiana, si contrappone quella dell’uomo troppo impegnato a seguire la propria personale causa contro gli inglesi, al punto da non affrontare adeguatamente le divisioni politiche e religiose interne, che sarebbero esplose dopo l’indipendenza – una ferita di attualità nelle cronache odierne.

Infine, lo sviluppo che Gandhi prefigurava per l’India, alla base uno stile di vita semplice e contrario al modello industriale, oggi più che mai contrasta la visione progressista del Paese.


Per approfondire – Se, nel mondo, l’immagine riconosciuta di Gandhi è legata alla pratica non violenza, in India essa è ancora molto discussa e, per farcene un’idea, cominciamo da due fatti recenti.

La scrittrice e attivista Arundhati Roy, due anni fa – durante un discorso all’università di Trivandrum in India del Sud – adduce a Gandhi la responsabilità di non essersi mai opposto al sistema delle caste, da secoli in India alla radice di gravi discriminazioni.

Tuttavia sappiamo, dalle parole del premio Nobel Amartya Sen, che – benché non contrario al sistema delle caste  – Gandhi si prodigò molto per l’abolizione dei privilegi delle classi alte e per i diritti dei  fuori casta, detti “intoccabili”, coloro che sono costretti per nascita ai lavori più umili, perciò “da non toccare” perché impuri, esclusi dalla vita sociale.

In modo simile in Ghana, ad Accra, nell’ottobre di quest’anno, i professori dell’università si levano in un coro di protesta contro la statua del Mahatma Gandhi nel cortile dell’istituto, donata pochi mesi prima dal ministero degli esteri indiano, quale simbolo di vicinanza tra i due paesi.

La motivazione addotta è il razzismo di Gandhi in Africa: pare infatti che Gandhi nel periodo africano , si fosse votato esclusivamente a difendere i diritti della comunità degli immigrati indiani, altrimenti schierandosi dalla parte dei bianchi contro i neri.

Per approfondire sulla vita di Gandhi, leggi anche: Chi era Gandhi? La vita della Grande Anima

L’episodio contrasta con l’immagine di Gandhi passata alla storia, che proprio il leader africano Martin Luther King, delinea come “guida illuminante per un cambiamento sociale non violento”(in occasione dell’incontro tra i due avvenuto nel 1959).

Insomma, qual è la verità su Gandhi?

E’ stato davvero un difensore degli oppressi e un riformista sociale? Un sostenitore della non violenza, dell’emancipazione femminile e del progresso dell’India?

Gli argomenti indicati sono solo la punta dell’iceberg dei numerosi ambiti, in cui l’operato di Gandhi è ancora dibattuto: i ritratti che ne fanno i suoi contemporanei (da Einstein a Tagore) e i suoi scritti, oltre 50 mila pagine, ci restituiscono una personalità complessa, a tratti incoerente, e quindi oggetto di strumentalizzazione, a favore ora dell’una ora dell’altra tesi.

Le scelte personali di Gandhi, poi, per quanto non facciano scalpore oggi, per l’epoca risultavano radicali. Il digiuno quale forma di protesta, lo stretto vegetarianesimo, la naturopatia, la castità, il rifiuto di cure mediche non naturali, e persino il suo modo di aderire all’induismo, lo resero sospetto a molti.

Dell’attitudine rivoluzionaria, e ambiziosa, che portò Gandhi a diventare un attivista forte e carismatico, troviamo traccia già negli anni giovanili, nel suo fallimento come avvocato, quale si apprestava a essere alla fine dei suoi studi; diversamente, avrebbe obbedito all’ordine costituito e nessuna delle sue battaglie (a partire da quella anti-coloniale) avrebbe avuto luogo.

In India coesistono due principali versioni su Gandhi e non è raro trovare persone che le sostengano entrambe.

La prima è l’immagine ufficiale, del Gandhiji rispettato padre fondatore dell’India, l’uomo simbolo della nuova identità, e dignità, indiana, che avrebbe portato all’attenzione internazionale la causa dell’indipendenza e il diritto degli indiani all’autogoverno.

La seconda “non politicamente corretta”, molto diffusa tra gli strati borghesi della società, ritiene Gandhi all’origine dell’aggravarsi dei dissidi interni che sfociarono nelle rovinose guerre della Partizione, con la proclamazione dello stato separatista musulmano del Pakistan.

Gandhi, troppo impegnato a seguire la sua personale causa contro gli inglesi, non avrebbe affrontato adeguatamente il problema delle divisioni politiche e religiose interne. Il metodo della non violenza, avrebbe ottenuto l’effetto contrario di rafforzare gli odii e rinviare il conflitto armato a un momento successivo.

La notte stessa dell’indipendenza, infatti, il conflitto tra musulmani e hindu esplose in modo irreparabile, causando subito oltre 200 mila morti – una ferita ancora aperta e di attualità nelle cronache odierne, seppure il contesto sia mutato.

In effetti, Gandhi assunse posizioni estreme, difficilmente condivisibili: nell’ostinata idea di ottenere la resa spontanea del nemico, nel 1940 consigliava agli inglesi attaccati dalla Germania nazista di non reagire con le armi: di lasciare che il suolo venisse occupato e, se necessario, persino di farsi massacrare “uomini, donne e bambini” pur di non cedere “la propria anima”.

Un’altra posizione estrema fu rispetto al grave terremoto del Bihar (nord-est dell’India) nel 1934: secondo Gandhi era la punizione divina inflitta al popolo indiano per le ingiustizie contro gli intoccabili (da lui denominati invece Harijan, “figli di Dio”).

Qui si trovò contro non solo Tagore, che lo rimproverava di accentuare l’inclinazione anti-scientifica degli indiani, ma anche gli induisti “ortodossi”, che consideravano eccessiva la pretesa di Gandhi di erigersi a giudice della legge divina.

Nonostante la crescente notorietà in Occidente, come apostolo della non violenza, Gandhi non rimase insensibile alle aspre critiche dei suoi connazionali. Tardi negli anni, Gandhi espresse un debole dubbio sull’efficacia delle azioni intraprese, nel rammarico di aver messo in atto solo delle resistenze passive.

Tra le critiche, quella di Aurobindo Bose che, pur condividendo la causa dell’unificazione indiana, si riteneva molto distante da Gandhi sotto il profilo patriottico. Per Aurobindo, Gandhi non era un vero induista: egli aveva annacquato il concetto antico hindu di ahimsa (non violenza) con una mescolanza di precetti cristiani, quale “il porgere l’altra guancia”, che nulla avevano a che vedere con l’insegnamento induista.

Egli considerava al contrario più violenti i digiuni di Gandhi, perché ricatti: nessuno voleva sentirsi colpevole della sua morte e perciò i conflitti venivano forzatamente sospesi ma quasi mai risolti.

Nel pieno attivismo politico, la vita privata di Gandhi divenne presto pubblica, per sua stessa scelta, e quindi ancora più esposta ad attacchi.

Gandhi prefigurava un’India riportata allo stile di vita semplice delle campagne, dove ognuno si impegnasse in un’austera condotta per diminuire le diseguaglianze sociali e opporsi all’industrializzazione e allo stile di vita in voga in occidente.

Simbolo di tale disciplina divenne il charka, lo strumento a forma di ruota che Gandhi chiedeva a tutti di utilizzare per filare la propria veste. La proposta di Gandhi veniva considerata dagli oppositori flagellante per il progresso agognato dell’India, retrograda e improponibile a livello collettivo – troviamo tracce di questo sentimento specialmente oggi, epoca di pieno sviluppo economico dell’India.

Gandhi rimane una figura interessante: nella sua lunga vita (78 anni), toccò tutti i temi all’ordine del giorno nel mondo contemporaneo, dal dialogo interculturale tra popoli e religioni, al principio di autogoverno delle nazioni, alla tutela delle minoranze.

Fedele alle radici culturali hindu, egli mantenne la propria libertà di pensiero aprendosi al confronto con personalità di estrazione religiosa, culturale e politica anche molto distanti dalla sua.

Tale apertura lo rese inviso alle frange estreme, come testimonia il suo stesso assassinio, avvenuto per mano di un seguace dell’Hindutva, la corrente politica, nata del 1927, di fondamentalisti induisti.


Immagine tratta da Huffington Post UK, Credit: Daniel Leal-Olivas/PA