Articolo in 2 minuti – Cholamandalam, letteralmente il “cerchio dei Chola”, così venne chiamata per lunghi secoli quel tratto di costa orientale dell’India del Sud, oggi conosciuta come Costa del Coromandel, che vide l’arrivo, a partire dal XVI secolo, dei grandi colonizzatori europei in cerca di esotiche ricchezze.

Ma chi furono i Chola e perché questo tratto di costa prese nome proprio da loro?

Audaci sovrani di una dinastia fra le più potenti mai sorte sul suolo indiano e che ci hanno lasciato un’immensa eredità, oggi inclusa nella lista dei Patrimoni Mondiali dell’Unesco.

Dall’imponente struttura e squisita pittura del tempio Brihadeshvara di Tanjavur, commissionato dal grande Rajaraja I, al riccamente scolpito complesso di Gangaikondacholapuram, costruito dal successore e altrettanto valoroso Rajendra I, passando dal più raffinato tempio Airavateshvara di Darasuram, partiamo per un tour che ci porterà alla scoperta di un’antica e splendida storia.


Per approfondire – Cholamandalam, letteralmente il “cerchio dei Chola”, così venne chiamata per lunghi secoli quel tratto di costa orientale dell’India del Sud – compresa tra il delta dei fiumi Krishna e Kaveri – che vide l’arrivo, a partire dal XVI secolo, dei grandi colonizzatori europei, primi tra tutti i Portoghesi, seguiti da Inglesi, Olandesi, Francesi e Danesi, attratti dal commercio delle spezie e in cerca di esotiche ricchezze.

Protetta parzialmente, grazie alla presenza dei Ghat Occidentali, da quelle piogge continue che tra i mesi di giugno e settembre si riversano invece in abbondanza sull’opposta Costa del Malabar, negli attuali stati del Kerala e di Goa, quella che è oggi conosciuta con il nome di Costa del Coromandel , costituisce una meta perfetta – certo un po’ calda – per tutti quegli italiani, costretti ad andare in vacanza nel mese di agosto, i quali non vogliono tuttavia rinunciare a conoscere l’India, in questo caso quella più autentica, per nulla influenzata dalla cultura islamica, fortemente presente invece nelle regioni del Nord.

Ma chi furono i Chola – che i conquistatori occidentali non fecero in tempo a incontrare – e perché questo tratto di costa prese nome proprio da loro? E’ il caso di dirlo che quella dei Chola fu tra le più potenti dinastie mai sorte sul suolo indiano, una tra le più longeve e sicuramente quella sotto cui l’arte dell’India meridionale visse un periodo di massimo fulgore che segnò una svolta decisiva nello sviluppo dell’architettura templare dravida (“del Sud”).

Templi di proporzioni mai viste, di massima dedicati al culto di Shiva, raffinate statue di bronzo, eloquenti iscrizioni, preziosi dipinti murali e icone divine che faranno scuola nei secoli successivi, sono quanto di più squisito ci è stato lasciato da quei sovrani della dinastia che vollero esprimere con l’arte e con l’architettura il loro potere, che si espanse nei secoli ben oltre i confini dell’India.

Nonostante le origini dei Chola vengano presentate dalle fonti come assai remote (III secolo a.c.), è solo a partire dal IX secolo d.c. che si può cominciare a parlare di dinastia imperiale, quando il sovrano Vijayalaya (850-871 d.c.) – forse un feudatario dei Pallava – fondò un piccolo regno nella zona di Thanjavur, destinata a diventare, sotto i suoi successori, la capitale di un fiorente impero.

Ma dovettero passare oltre due secoli perché questo accadesse, sotto il regno di Rajaraja Chola (“Re dei Re”), il quale, sconfitti i vicini Chera e Pandya, estese poderosamente il dominio della dinastia verso nord, invase lo Sri Lanka e le Isole Maldive e come coronamento delle sue imprese, fece innalzare proprio nel centro di Thanjavur, il tempio più maestoso che l’India avesse conosciuto fino ad allora, oggi inserito nella lista dei Patrimoni Mondiali dell’Unesco.

Correva l’anno 1010 quando, in tutta l’India del Sud, riecheggiavano le voci che la costruzione di un imponente tempio di granito fosse appena stata portata a termine, grande cinque volte i templi costruiti dai suoi predecessori, circondato da alte mura di protezione e con uno shikhara (“elevazione della cella”) alto 66 metri, coronato da un elemento a calotta (stupi) del peso di ottanta tonnellate che secondo la tradizione fu collocato in posizione facendolo scorrere sopra una rampa lunga sei kilometri. Si trattava del tempio di Brihadeshvara, del “Grande Signore Shiva”, comunemente noto come il tempio di Rajarajeshvara, del “Signore di Rajaraja”.

Uno shivalingam (icona fallica) alto tre metri e mezzo, vuole essere il simbolo della presenza del Dio che, ancora oggi, a distanza di un millennio, viene venerato durante tutto il giorno da folle di fedeli, che si recano il più vicino possibile al sancta sanctorum, per assistere alle celebrazioni della puja quotidiana che vede i sacerdoti (brahmani) del tempio cospargerlo da cima a fondo di burro e latte. Uno spettacolo da non perdere!

Ed è sempre Shiva, nei vari momenti del suo mito, il protagonista del programma scultoreo ospitato nelle nicchie che si estendono lungo tutte le facciate del tempio: Shiva Nataraja, il “Re della Danza”, Shiva Bhikshatana, ovvero nella forma di un mendicante nudo, la cui bellezza e il cui fascino vinsero i cuori di tutte le donne che gli si avvicinavano, Shiva Ardhanarishvara, metà uomo e metà donna, Shiva Tripurantaka, vittorioso dopo la sconfitta di tre demoni con una sola freccia e Shiva Lingodbhava, ovvero Shiva che emerge dal lingam di fuoco proclamando implicitamente la sua superiorità  rispetto a Brahma e Vishnu.

Il recinto, che misura 241 metri per 121, può essere diviso in due quadrati, al centro dei quali si trovano rispettivamente il sancta sanctorum e il toro Nandin, cavalcatura di Shiva. Quest’ultimo, che si trova in un padiglione di epoca successiva meravigliosamente dipinto, come  da tradizione, guarda nella direzione dello shivalingam come a volerlo proteggere.

Ma il tempio, raccontano le iscrizioni poste lungo tutta la sua base, non si limitava a svolgere una funzione meramente religiosa, bensì serviva da sede amministrativa e finanziaria, commerciale e culturale: 850 addetti tra cui 67 musicisti, 400 danzatrici, 174 sacerdoti, 143 guardiani e ancora tesorieri, contabili, astrologi, artigiani, gioiellieri. Il tempio venne anche utilizzato come forziere per custodire donazioni preziose e bottini di guerra.

E ancora, le iscrizioni raccontano che il tempio possedeva 66 immagini di bronzo, tutte create con il metodo della cera persa che ancora oggi viene utilizzato dagli artigiani per riprodurre l’infinita serie di icone divine che viene venduta in tutti i negozi e mercati dell’India. Le immagini, debitamente vestite e ingioiellate, venivano portate in processione in occasione di festival religiosi.

Due anni dopo aver completato la costruzione del tempio, Rajaraja I decise di incoronare imperatore il figlio Rajendra, durante il cui regno il dominio dei Chola giunse alla massima espansione: marciò a nord fino alle rive del Gange, dalle quali tornò con anfore piene di acqua; ordinò spedizioni navali che giunsero fino alla penisola Malese, a Giava e a Sumatra; occupò le isole Andamane e Nicobare e intrattenne rapporti diplomatici con la Birmania e la Cina.

Fu così che, nel tentativo di eguagliare la grandiosità del tempio paterno, Rajendra fece edificare l’altro tempio di Brihadeshvara, ma questa volta a Gangaikondacholapuram (“Città del Chola che ha conquistato il Gange”), 65 chilometri a nord di Thanjavur. Qui, le figure nelle nicchie sono spesso scolpite a tre-quarti, quasi come se emergessero di lato, a differenza del tempio di Thanjavur dove sono scolpite frontalmente. Di grande pregio è quella che raffigura Shiva e Parvati nell’atto di benedire Chandesa, uno dei 63 Nayanar, santi-poeti devoti di Shiva.

Ma la lista dei templi Chola inseriti nella lista dell’Unesco non si esaurisce qui: ve ne è ancora uno che potrete visitare lungo la strada che collega Gangaikondacholapuram a Thanjavur ed è quello di Darasuram, dedicato a Shiva Airavateshvara. Ancor più rifinito dei due precedenti, abbellito da raffinati motivi floreali, figure divine, animali mitologici e da padiglioni accessori concepiti nella forma di carri celesti trainati da cavalli galoppanti – elemento che verrà riproposto nei secoli successivi anche a distanza di centinaia di kilometri, nell’odierno stato dell’Orissa – il tempio di Airavateshvara, il “Signore di Airavata”, fu il luogo dove, secondo la tradizione, Airavata, l’elefante bianco di Indra, si recava per venerare Shiva. Vuole la leggenda che, a causa di una maledizione lanciatagli dal saggio Durvasa, la pelle di Airavata cambiò colore fino a che, immergendosi nelle acque divine che circondavano allora il tempio, l’elefante del grande dio vedico riacquisì le sue sembianze originali.

Una profusione di scene relative alla danza e alla musica, arti di cui i re Chola furono grandi patroni, nonché notevoli statue scolpite nel basalto nero e inserite nelle nicchie presenti lungo tutte le facciate, rendono il tempio di Darasuram un esempio artistico di grande valore, sicuramente degno di una visita durante il vostro viaggio in Tamil Nadu.

Ecco dunque presentati i tre complessi templari che l’Unesco ha voluto insignire del titolo di Patrimoni Mondiali, ma certo non si tratta degli unici commissionati da questi grandi regnanti dell’India del sud. All’incirca cento templi, per lo più dedicati a Shiva, sono infatti ascritti a quest’epoca, tra i quali il meraviglioso complesso di Chidambaram, di cui parleremo prossimamente!


 


La foto principale è stata presa da flickr.com, le altre foto sono dell’autrice