Articolo in due minutiLa notizia del ritorno in Italia di Massimiliano Latorre ha riacceso l’attenzione mediatica sul caso che da più di due anni resta irrisolto.

Massimiliano Latorre – uno dei due militari italiani trattenuti in India poiché indagati per l’omicidio di due pescatori indiani – è stato rilasciato per poter trascorrere in patria un periodo di convalescenza di quattro mesi a seguito dell’attacco ischemico che lo ha colpito lo scorso settembre.

Questa storia – caratterizzata da incidenti diplomatici, reciproche accuse e rinvii – ha fatto crescere la tensione tra Roma e Nuova Delhi.

Da un lato l’Italia – con un prestigio internazionale già ridimensionato da crisi politiche e incidenti diplomatici – cerca di dimostrare che, secondo il diritto internazionale, è Roma competente a giudicare i due militari. Dall’altro lato l’India è decisa a non scendere a compromessi e a dimostrare la validità della propria giustizia.

Nel mezzo i due marò, che da quel 15 febbraio del 2012 sono in attesa di un processo equo e di un ritorno in Patria auspicato più volte.

 


 

Per approfondire – Il rientro in Italia del fuciliere del 2° Reggimento “San Marco” Massimiliano Latorre, per un periodo di quattro mesi in seguito all’ischemia che lo ha colpito lo scorso settembre, ha riacceso l’attenzione dei media su uno dei casi diplomatici più controversi e dibattuti degli ultimi anni.

Più di due anni sono passati dal 19 febbraio 2012, quando a Kochi, città dello Stato del Kerala nell’India del sud, i due fucilieri della Marina italiana Salvatore Girone e Massimiliano Latorre sono stati arrestati dalla polizia indiana con l’accusa di aver ucciso due pescatori indiani.

Erano le 16,30 del 15 febbraio 2012 quando l’avvicinamento di un mercantile indiano alla petroliera italiana Enrica Lexie e il sospetto di un attacco pirata attivarono i due fucilieri della Marina.

Pochi colpi, sparati in acqua come avvertimento, con l’intento di intimidire, di disperdere i presunti pirati. Secondo le autorità indiane, due di questi colpi avrebbero raggiunto due membri dell’equipaggio di quello che poi si rivelerà essere un peschereccio, il St. Anthony.

Questo caso si protrae da così tanto tempo a causa dei molteplici dubbi da chiarire. A partire dalla giurisdizione da applicare al caso, contesa tra i due Paesi, fino alla dinamica dell’evento: quest’ultima rimane tuttora contraddittoria e incerta.

In merito alla prima, la Corte Suprema – il più alto organo giurisdizionale dell’India – ha istituito un Tribunale Speciale incaricato di definire quale giurisdizione applicare.

Problema che non si può risolvere se prima non si spiega cosa ci facevano dei militari italiani a bordo di una nave commerciale.

I militari italiani si trovavano sulla nave per proteggerla da possibili incursioni dei pirati.

Infatti la pirateria, in particolare nell’Oceano Pacifico e in quello Indiano, è tra i reati più commessi in mare. Basti pensare che ancora oggi questo fenomeno comporta perdite annue tra i 13 ed i 16 miliardi di dollari [fonte: Foreign Affairs; The Heritage Foundation].

In attuazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per combattere la pirateria e in ottemperanza all’articolo 105 della Convenzione di Montego Bay che autorizza ogni Stato ad adottare misure militari contro i pirati, l’Italia ha istituito dal 2011 i cosiddetti Nuclei militari di protezione.

Si tratta di unità operative, composte da fucilieri di Marina provenienti dal 2° Reggimento San Marco, con lo scopo di proteggere navi passeggeri e carghi mercantili italiani in acque internazionali ad alto rischio di pirateria, come nel caso della costa del Kerala.

In merito alla giurisdizione da applicare, il diritto internazionale prevede che in caso di abbordo o di qualunque altro incidente in alto mare, implicante la responsabilità di qualunque membro dell’equipaggio, concorre il principio internazionale dello Stato di bandiera.

Secondo tale principio: “non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone, se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello stato di bandiera o dello stato di cui tali persone hanno la cittadinanza”.

Di conseguenza l’Italia invoca che per i due marò si applichino le norme penali italiane e si istituisca quindi un processo in patria.

Se non fosse che l’India rintracciando il sistema satellitare della Enrica Lexie nel momento dell’incidente ha dimostrato che la petroliera si trovava a 20,5 miglia dalla costa indiana, quindi nella zona contigua e non in acque internazionali, sulla quale la giurisdizione spetta all’India.

Tuttavia, anche nel caso in cui si applichi il principio di nazionalità, non battendo il St. Anthony bandiera indiana e non essendo iscritto nel registro delle navi mercantili indiane, verrebbe meno il principio dello stato bandiera a favore dell’India.

Un caso alquanto cavilloso e intricato, dove l’unica via che sembra possa risolvere la questione è quella diplomatica, anche questa non scevra di complicazioni sfociate nell’incidente diplomatico tra i due Paesi del marzo 2013, con il rifiuto italiano di rimandare i militari in India.

Questa decisione fu anche probabilmente influenzata dalla ritorsione indiana nei confronti dell’ambasciatore italiano Daniele Mancini, il quale veniva bloccato a Delhi e quindi privato della dovuta immunità diplomatica.

In quel mese, il governo italiano decise che i due marò, al termine del permesso di quattro settimane concesso dal governo indiano di rientrare in patria, non avrebbero più fatto ritorno in India, poiché quest’ultima non aveva accettato la proposta italiana di trovare una soluzione diplomatica al caso. Salvo poi, il 23 marzo, fare marcia indietro.

L’incidente diplomatico oltre a ridimensionare la rilevanza politica internazionale dell’Italia ha finito per incrinare i rapporti tra i due Stati.

Nonostante tale incidente, il risultato più importante si è consolidato proprio attraverso la via diplomatica. L’Italia ha infatti ottenuto l’impegno da parte del governo indiano a non applicare la pena di morte, vera spada di Damocle che per due anni ha gravato sulla testa dei marò.

Impegno poi formalizzato il 28 marzo 2014 attraverso una decisione della Corte suprema indiana.

A margine di questa giornata in una nota il governo italiano affermò che la propria posizione resta immutata nel rivendicare con forza la giurisdizione italiana sulla vicenda e nel chiedere l’immediato ritorno dei nostri militari in Italia. Il Governo continuerà a svolgere tutte le azioni internazionali utili a raggiungere quanto prima entrambi gli obiettivi”.

Dall’altro lato il Ministro della Difesa e il Ministro degli Esteri indiani hanno a più riprese difeso la legittimità della giurisprudenza indiana sul caso.

L’ennesimo rinvio del processo, avvenuto a luglio 2014 per indisponibilità del giudice preposto sembra confermare la sfiducia verso la giustizia indiana. L‘udienza è stata così riprogrammata per il mese di ottobre.

Da quel 15 febbraio 2012 abbiamo assistito a un crescendo di estemporaneità e di incompetenza da entrambe le parti. Da un lato, la classe politica e la diplomazia italiana si sono barcamenate tra gaffe e incidenti diplomatici, dall’altro la giustizia indiana si è dimostrata impreparata a produrre una sentenza a più di due anni dall’incidente.

Il governo italiano ha cercato in diverse occasioni il sostegno dell’Unione Europea e della Nato affinché al processo vengano applicate le norme internazionali e per non ridurre il caso a un mero contenzioso bilaterale.

Ultima dichiarazione internazionale in merito al caso è stata quella dell’Alto Commissario dell’ONU, Navi Pillay, il 3 marzo scorso: “I marò italiani sono detenuti da troppo tempo. C’è preoccupazione per il rispetto dei diritti umani.

In attesa dell’udienza di ottobre non resta che chiedersi quando si potrà arrivare a una soluzione del caso che rispetti le norme internazionali e garantisca alle parti un equo processo presso gli organi competenti.

 


Immagine tratta da “LaPresse”, estero – cronaca