Quando si arriva in India per la prima volta, spesso si sperimenta uno shock culturale, di fronte a usanze e modi di vita diversi dai nostri.

Ma anche il ritorno in Italia, dopo aver vissuto a lungo in India, non è facile. In questo caso si parla di shock culturale inverso: non ci si ritrova più neanche a casa propria.

Ecco come ho cercato di affrontarlo, rientrando dall’India dopo un lungo periodo. 


Si sente spesso parlare di shock culturale, quel fenomeno per cui, all’arrivo in un nuovo Paese al di fuori dalla propria “zona comfort”, ci si sente del tutto disorientati e fuori luogo, vuoi per la lingua diversa, vuoi per le usanze e i modi di fare completamente diversi dai nostri.

Tuttavia, per chi trascorre lunghi soggiorni all’estero, si parla di shock culturale inverso.

Il rientro in patria comporta il sentirsi “estranei in casa propria”, e spesso si prova un senso di inadeguatezza e irritabilità.

Anche io, che ho vissuto a lungo in India, ho provato questa sensazione al rientro in Italia.

Il vivere in “un paese in via di sviluppo” (per coloro che credono in questa definizione) mi ha permesso di riordinare le mie priorità e improntare la mia filosofia di vita su un modello più indiano che occidentale.

In realtà, io non sono andata in India “alla ricerca di me stessa”, ma per scoprire, esplorare e capire una cultura diversa e farne tesoro.

Dopo otto mesi di permanenza continui in India, ero eccitata all’idea di rientrare in Italia e trascorrere le vacanze insieme alla mia famiglia e a miei amici.

Allo stesso tempo il rientro destava in me un senso di stress, dovuto forse al confronto della mia personalità, ormai ridefinita dalla mia esperienza in India, con il mio contesto familiare di origine.

Inconsciamente avevo due tipi di timori: uno sul piano personale, perché mi rendevo conto di essere cambiata e temevo di non essere più capace a reinserirmi nella mia famiglia, l’altro sul piano sociale, perché nel contatto con gli altri temevo di non essere più compresa oppure di destare delusione per non saper adempiere a determinate prestazioni sociali.

Così dopo otto mesi mi ritrovo a casa, in Italia, tra le persone che mi hanno visto crescere e con le quali ho condiviso traguardi importanti.

Improvvisamente, mi rendo conto come un periodo di separazione così lungo abbia distanziato anche me da usanze e dinamiche di cui facevo parte a suo tempo.

Mentre apprezzo maggiormente i momenti trascorsi in famiglia e leggo la gioia negli occhi dei miei familiari nell’aggiungere un posto in più a tavola, mi sorprendo di non essere in grado di trasmettere quella vita di cui ormai sono parte, se non a grandi linee o solo quando mi vengono poste domande precise.

Mi sorprendo anche di fronte ad alcune lamentele e al senso di insofferenza della gente per motivi che io ora percipisco come futili.

Forse perché nel tempo ho imparato la lezione indiana che insegna come il miglior appagamento venga dalle piccole cose e si può essere compiaciuti con ciò che si ha.

E mi viene da chiedermi: perché davanti al tutto si ha bisogno ancora di più?

Al rientro, si è anche inconsciamente assaliti dall’ansia da spiegazione: cosa ci fai in India, come ti trovi, come vivi, quando tornerai la prossima volta.

Al contrario, sorrido compiaciuta di fronte alle domande di chi cerca di capire la realtà per quella che è davvero.

Considero oggi casa l’India, il Paese (dopo l’Italia) in cui ho vissuto più a lungo, che mi ha accolto senza esigere, che mi ha sorriso anche quando ne ero frustrata, che mi ha donato preziose esperienze lavorative e sociali e una nuova finestra di dialogo su me stessa.

Mi chiedo se ci siano parole efficaci per dimostrare ciò che l’India fa scaturire e come ciascuno avverta il cambiamento sulla propria pelle; come comunicare il diverso modo di intendere la vita, così come l’approccio e i rapporti con la sua gente. E mi chiedo se poi sia possibile applicare tale visione nel mondo occidentale.

L’India è un paese molto esigente, in cui non si può abbassare la guardia tanti sono gli input provenienti dall’esterno. È facile sentirsi frustrati e demoralizzati, soprattutto nel contesto lavorativo.

Tuttavia, quando ne si è lontani, è l’India a richiamare: dalle piccole cose che ormai sono entrate nella quotidianità come le mucche in strade, il rumore assordante dei clacson, ai modi di fare e percepire la vita, ormai lontani dai nostri standard occidentali.

Per gli indiani, ogni giorno è ancora un’occasione di essere grati degli affetti che circondano, e della possibilità di vedere un’altra alba.

Non c’è molto spazio per lamentele o autocommiserazione, perché qualunque cosa accada in questa vita ha un senso connesso a una entità superiore, e lo scopo ultimo di ogni azione è il benessere personale.

Mi ritengo perciò grata di vivere in “un paese in via di sviluppo” perché mi ha dato l’opportunità di affrontare contesti personali e sociali con una nuova lente.

Per rendermi conto che forse coloro che più necessitano e ricercano uno sviluppo interiore non sono gli indiani, bensì noi occidentali.

La gioia della prima pioggia monsonica dopo mesi di calura, uscire in strada e danzare sotto la pioggia è, ai miei occhi, espressione della linfa vitale che scorre in ogni singolo essere umano.

Un valore che l’Occidente pare aver dimenticato, sostituito da costrizioni e pressioni sociali che ci limitano e incanalano su percorsi e scelte di vita discutibili.

Tuttavia, mentre cercavo di elaborare la mia sensazione di disagio per farne un punto di partenza per un miglioramento personale, ho avuto il grande dono di scoprire l’India anche da me, a Lecce, entrando in contatto con persone che esprimono e mantengono vivo il legame con il continente indiano anche qui.

Ho capito che dipende tutto dalla propria predisposizione nei confronti del luogo e del prossimo: in fondo attiriamo cose e gente in base al nostro stato d’animo.

L’elaborazione dello shock culturale alla fine ha assunto tutt’altro significato e si è perciò rivelata una piacevole sorpresa.

Come canta Niccolò Fabi: “Si parte per conoscere il mondo, si torna per conoscere se stessi”.

Questa è anche la magia dell’India: saper dare una risposta e direzione al proprio cammino, se la si accetta con la dovuta pazienza e tolleranza.

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