Mandateci i racconti delle vostre esperienze in India che volete condividere con la comunità di IndiaInOut e saremo ben lieti di pubblicarli.

Il racconto di oggi è di Graziano Pizzuti di Roma, viaggiatore, amante dell’India e dei bronzi di epoca Chola. 

Nel 2013 ha intrapreso il suo terzo viaggio in solitaria in India. In questo racconto ci parla di una particolare giornata del suo viaggio, iniziata nel traffico sulle strade malandate e anonime dell’Uttar Pradesh e conclusa con le preghiere lungo le rive del Gange, in uno dei posti più sacri dell’India. 

 


 

Una giornata intensa vissuta sulle strade dell’India.

Da Patiala, nel Punjab, devo raggiungere Haridwar, dove i devoti hindu omaggiano i loro dèi e pregano nel punto esatto dove il Gange, proveniente dalle terre alte, incontra la valle per portare vita e rendere fertili le terre basse.

Per arrivare a Haridwar devo passare attraverso un viaggio estenuante sulle strade malandate dell’India, dove l’anarchia regna sovrana.

Sarà il mio amore per l’India o sarò forse pazzo, ma quello che potrebbe – anzi forse dovrebbe – causare stress, stanchezza e nervosismo, riesco a trasformarlo in qualcosa di unico e memorabile: osservare da dentro, anzi, partecipare al folle circo del traffico indiano, che è poi una cartina di tornasole del carattere di questo popolo.

Mi ritrovo così nel girone infernale di Saharanpur, polverosa e anonima città dell’Uttar Pradesh: in pochi chilometri sono ammassati migliaia di camion, pullman, bus di linea, macchine, carretti, trattori, risciò.

E poi animali di tutti i tipi: maiali, elefanti, cani e vacche che ruminano placidamente fra una marmitta e l’altra.

Ognuno cerca serenamente di sopraffare l’altro, questa è la filosofia base del traffico indiano.

Pedoni che cercano strenuamente di infilarsi fra una macchina e l’altra, fanno un passo, si fermano, si tirano indietro, ripartono e anche loro spingono e cercano di prevaricare su chi gli sta davanti.

Un videogioco impazzito dove trionfa il caos e il clacson. In tutto ciò però, trovano il tempo di sorridere, scherzarci su, mettersi in posa per le fotografie.

Chi addirittura scende dall’auto e va a fare qualche commissione lasciandola lì per strada e chi gli sta dietro… nulla: non si arrabbia, prende la cosa come un dato di fatto, si sposta, lo aggira, tagliando la strada a qualcun altro.

È la maniera indiana di vedere la vita, l’ineluttabile accettazione di quello che accade e di ciò che si è.

Arrivo così a Haridwar, che è un concentrato di induismo, dove il divino è presente in ogni oggetto, in ogni volto… in ogni cosa.

La tradizione vuole che questo sia il sito dove il dio Vishnu avrebbe versato del nettare celestiale e impresso la sua orma (da qui il nome di Har-ki Pairi Ghat, il ghat dell’Orma di Dio, dove si svolgono le cerimonie). Anche per questo motivo il posto è venerato come pochi altri in India.

Il centro mistico della città si compone di una serie di ghat (scalinate) uniti da ponticelli, dove si può girare liberamente.

Lo spettacolo è davvero fantastico, fra la folla che si bagna nelle correnti impetuose del fiume (c’è anche una catena che serve ai fedeli per aggrapparsi e non essere portati via dalla forza delle acque), sacerdoti che recitano mantra, astrologhi veri e falsi, templi e tempietti di ogni misura, da quelli opulenti a quelli in miniatura.

Statue di ogni forgia e per ogni divinità dell’affollato pantheon induista, si trovano sparse dappertutto, anche nel greto del corso d’acqua, tutte agghindate di fiori e spalmate di ghee.

Le sculture, nel concetto devozionale induista, non sono belle opere d’arte da ammirare, sono, per così dire, vive. Non importa il loro valore artistico, vivono accanto alla gente, vengono continuamente abbellite, colorate, agghindate, cosparse di oli e di burro, lavate e ricolorate.

In mezzo alla gazzarra, i bambini felici sguazzano chiassosi, districandosi fra i pellegrini che pregano e si purificano nel fiume.

Odori d’incenso, bhajan, il sudore della gente, l’allegria e la sacralità delle abluzioni. E’ un’esaltazione dei sensi, un’ubriachezza felice, un carnevale spirituale e, citando Franco Battiato, “è bellissimo perdersi in questo incantesimo”.

Cala il sole e l’atmosfera diventa puro incanto. Ha inizio la cerimonia del “Ganga Aarti”, che qui a Haridwar attrae ogni sera migliaia di fedeli hindu.

I sacerdoti alzano le loro torce alimentate dal burro chiarificato, le fanno ondeggiare più volte, attraverso movimenti delle braccia che vengono tramandati dalla notte dei tempi, le musiche sono sempre più alte e avvolgenti, le fiamme vengono offerte alla dea Ganga, affinché continui la sua opera vivificatrice.

La corrente del fiume adesso è punteggiata dai lumini

Chiudo gli occhi, e con loro questa lunga giornata, ritrovandomi a pensare che chi da non credente (come me) disprezza le religioni, non capirà mai nulla della bellezza di questo pianeta e dell’umanità.

 

Leggi anche: Gange, il fiume della vita – Parte prima


Foto di Graziano Pizzuti

pizgra[at]gmail.com