Per noi occidentali, l’India rappresenta spesso un Paese pieno di contraddizioni, per gli indiani semplicemente convivenza di opposti.

Un mondo che accetta ogni male come giusto perché il karma, il “destino” secondo l’induismo, porta a ciascuno ciò che si merita.

Con questa prospettiva partiamo di Dharavi – una delle baraccopoli più estese dell’Asia – che si trova nel cuore di Mumbai.

L’autrice dell’articolo è Francesca Rosso, giornalista, studiosa di cinema e danza. Un progetto di dottorato di ricerca in Comunicazione Sociale la porta in India, per studiare la danza del cinema di Bollywood. Oltre a conoscere coreografi e registi, incontra persone di ogni tipo. Sul blog de La Stampa Bollywood Party racconta le loro storie e la sua esperienza.

 


 

India. Un subcontinente da 1 miliardo e 200 milioni di abitanti.

Il peso dei valori della tradizione contro un futuro presente che tutto tritura.

La crescita economica travolgente divora i poveri mentre crescono i nuovi ricchi.

Sempre più velocemente.

L’urbanizzazione selvaggia spinge i grattacieli verso le nuvole come piante tropicali nella notte. E al mattino c’è un piano in più.

Le periferie esistenziali sono spesso nei centri delle città. Succede a Mumbai, 20 milioni di abitanti. Nel 1991 erano 10 milioni. Ogni giorno, richiamati dalle lusinghe delle industrie, dal miraggio di Bollywood e dal bisogno di sfuggire alla miseria estrema dell’India rurale, si riversano qui migliaia di persone.

Ci sono persone che si occupano di esseri umani che nessuno vuole, oltre i limiti, intoccabili. Persone che sfidano il rigido sistema delle caste per cercare l’Altro col cuore.

Reality Tours and Travel è l’associazione fondata da Chris Way, un inglese che ha vissuto la realtà delle favelas in Brasile. Le guide sono ragazzi che vivono nello slum di Dharavi.

La mia è Jitesh: sguardo vivace, battuta pronta e sorriso autentico.

“A Dharavi abitano un milione di persone. Slum significa ‘casa costruita sul terreno del governo’ ma le case appartengono a proprietari che affittano.

A Mumbai la popolazione che vive negli slum è il 55%: su 20 milioni di persone, circa 12 abitano qui e in altre 2mila aree simili. Noi non usiamo questa parola diventata famosa dopo il film Slumdog millionaire. Noi chiamiamo il posto col suo nome, Dharavi”.

“Questo tour – dice Jitesh – vi farà cambiare idea sugli slum: non è dove vivono poveri, banditi, mendicanti.

A Dharavi non manca nulla, è centrale, comodo ai treni, c’è tutto. È uno slum a cinque stelle. Vedrete”.

Ci avviamo.

Per la strada vivono i veri poveri: quelli che dormono, cucinano, mangiano, confezionano ceste e lavano pentole fra i marciapiedi e l’asfalto.

La periferia del vivere.

Il confine col non essere.

Si comincia con il riciclo della plastica. Spiega Jitesh: “I lavoratori vengono dai villaggi, guadagnano 120-150 rupie al giorno (1,5-2 euro) per 10-12 ore di lavoro. Al mese significa 3mila rupie e un affitto ne costa 2mila, quindi non se lo possono permettere e dormono qui. Stanno 10 mesi all’anno e poi vanno a casa”.

Viene raccolta, schiacciata e pressata da una macchina da cui escono strisce tipo tagliatelle. Poi viene lavata e trasformata in pallets di vari colori per finire nelle fabbriche e diventare sedie, giocattoli, oggetti vari.

Visitiamo la fabbrica che produce le macchine per lavorare la plastica. “Non toccate niente – ci raccomanda Jitesh: o è rovente o tagliente”.

È una fucina infernale: metallo, fuoco, aria irrespirabile, venti persone stipate.

Usciamo, dopo venti secondi mi sento morire, non posso pensare a dieci ore qui.

Saliamo su un terrazzo per vedere lo stoccaggio della plastica: giganteschi grappoli di taniche, bacinelle, sedie, divisi per colore, più alti delle case.

Tocca al riciclo dell’alluminio. L’odore è insopportabile. Qui finiscono le lattine, che vengono sminuzzate, lavorate e trasformate in blocchi. L’aria è insostenibile, la gente lavora senza alzare la testa. “Perché non usano maschere?”. Jitesh: “Non le vogliono. Fa caldo e sono scomode. Anche se dici loro che viene il cancro ai polmoni, ti rispondono che non possono pensare al cancro di domani ma a cosa mangiare oggi”.

Passiamo dove si riciclano le latte di vernici: si rimettono in forma, si lavano, si bruciano all’interno e si rimandano alle fabbriche.

Il fumo è biancastro. I residui liquidi finiscono nelle acque. Forse vanno al depuratore. Forse. Ogni tanto, dal labirinto di strade, arrivano spiragli di luce e profumi di cucina. Le mamme preparano il pranzo, insaponano i figli, impastano papad. Qua e là capre, gatti, uno anche morto, galline.

La sera si buttano giù i materassi. I maschi fanno la doccia fuori, le femmine dentro, in un angolo chiuso.

Acqua corrente e luce sono disponibili 24 ore su 24.

“Questo è uno slum a cinque stelle, ve l’ho detto”. Sorride Jitesh. Chissà gli altri.

Fuori i ragazzini sono pronti per la scuola: divisa, lavati e profumati, ragazze con trecce e fiocchi rossi.

A scuola vanno più dell’80% dei bambini. Ce ne sono di tre tipi: privata dove si insegna in inglese, necessario per accedere all’Università, con una retta molto alta; statale che insegna in hindi ed è gratis e le scuole delle ONG che insegnano in inglese e sono gratuite.

Facciamo una sosta davanti ai bagni: una casetta stile campeggio. Di fronte, una gigantesca latrina a cielo aperto. I bambini la usano armati di un secchiello di acqua. Che odore. Per Jitesh è la norma: “Si possono prendere dissenteria e colera, ma noi abbiamo un sistema immunitario molto forte, io sono cresciuto qui e vivo qui, ho sempre fatto due docce al giorno e non mi è mai successo nulla”.

Jitesh è fiero di abitare a Dharavi: “Abbiamo un forte senso della comunità: vicino a casa mia si sono sposati due ragazzi, le famiglie non avevano i soldi per il matrimonio così abbiamo fatto una colletta. Non passa giorno in cui non sappiamo chi nasce e chi muore”.

Intanto i bambini giocano a biglie. Sorridono. La nostra guida ne approfitta per sottolineare l’importanza delle relazioni: “I bambini si intrattengono fra di loro, non stanno parcheggiati davanti alla PlayStation o all’iPad. Sono fortunati”!

“Dharavi ti insegna a essere felice con quello che hai. Sappiamo che potremmo avere di più ma non abbiamo aspettative e stiamo bene”. Lo ripete citando Shakespeare: “Piangevo perché non avevo le scarpe, poi mi voltai e vidi un uomo senza piedi”.

E quando dice: “Noi sappiamo che valore hanno le cose” siamo oltre le parole.

Il giro continua con la conceria delle pelli con altri profumi molesti e la fabbrica di terracotta.

Per finire il viaggio, dopo due ore e mezza, arriviamo al quartier generale di Reality Tours and Travels.

Scopriamo i progetti: empowerment dei ragazzi, corsi di nutrizione per donne incinte (la malnutrizione dei bambini è altissima, 43%), classi di musica, danza, fotografia, cricket e calcio. Fra i partner ci sono ONG che si occupano di disabili e donne. L’80% del ricavato del nostro tour (700 rupie a testa) va alle ONG, il resto in tasse e nuovi progetti.

Qui l’indirizzo dell’agenzia che organizza i tour a Dharavi:

www.realitytoursandtravel.com

 


 Immagine tratta da ngm.nationalgeographic.com