Articolo in 2 minuti – Da un po’ di anni l’India sta sperimentando una straordinaria crescita economica.

 

Ma chi ha beneficiato maggiormente di questa nuova ricchezza?

 

Sicuramente non le fasce meno abbienti: secondo uno studio dell’OCSE, infatti, tale guadagno si è distribuito in maniera non omogenea tra le classi sociali, tra i diversi stati e tra le zone urbane e rurali.

 

Questo studio evidenzia come negli ultimi venti anni il divario tra ricchi e poveri sia enormemente aumentato.

 

L’esperienza indiana smentisce quindi la visione delle teorie neo-liberiste secondo le quali un’apertura senza regole nei confronti del mercato globale porterebbe i paesi in via di sviluppo a un benessere collettivo.

 

Servirebbero invece riforme, strutturali e sociali, per meglio gestire tale sviluppo e distribuirne i benefici. Tuttavia, in India ogni tentativo di riforma deve fare i conti con la dura realtà della corruzione e della cattiva governance.

 

Le tematiche sociali dovrebbero essere al centro dell’agenda del nuovo governo Modi, il quale sembra però più interessato a un modello di sviluppo economico rampante e ad aggraziarsi la maggioranza hindu su tematiche religiose.

 

Viene anche da chiedersi se tali ideali di uguaglianza non siano forse concetti occidentali profondamente alieni alla cultura indiana, la quale è pervasa da un senso di accettazione del mondo, quasi di rassegnazione. Il mondo è ingiusto perché è “karmico”. Se soffri oggi, se sei di una casta più bassa, è per espiare colpe di vite precedenti.

 

Partendo dallo sfarzo dei matrimoni, si cercherà di comprendere le contraddizioni della società indiana e porre domande di difficile risposta.

 


Per approfondire – E’ una fredda sera di dicembre. Vestito da guardia inglese, mi trovo all’entrata di una struttura per eventi addobbata magnificamente per un’occasione eccezionale: un matrimonio indiano. Il mio compito, insieme ad altri ragazzi bianchi vestiti allo stesso modo, è aprire la portiera delle auto degli invitati

 

E’ un tipo di lavoro piuttosto diffuso tra i giovani stranieri bianchi che vivono a Delhi: far parte della coreografia ai matrimoni dei nuovi iper-ricchi indiani. Qui svolgono le più svariate funzioni: apri-porta, suonatori di tamburo, promotori di alcolici, danzatori e addirittura fontane viventi.

 

Lo sfarzo intorno all’evento è inimmaginabile. Ci sono artisti di ogni sorta e cibo in tale quantità da far impallidire il più abbondante banchetto nuziale italiano. Centinaia di camerieri indiani si aggirano per offrire degustazioni di prelibatezze di ogni sorta.

 

Decine di buffet dei più svariati cibi nazionali ed esteri sono presenti. Cucina del sud e del nord India, cucina del Punjab, cibo italiano, messicano, libanese, di tutto di più. Inoltre, le più prestigiose pasticcerie e gelaterie di Delhi offrono i loro prodotti. C’è anche uno stand del fastfood Domino che offre pizza agli invitati.

 

Il tutto è contornato da palchi dove cantanti e ballerini si esibiscono, da fuochi d’artificio e musiche di ogni tipo.

 

Sembrerebbe una magnifica festa. Invece si respira un’aria surreale. Le decorazioni plasticheggianti contribuiscono a creare un’atmosfera kitsch. La musica è assordante. La quantità di cibo è esagerata in proporzione al numero di invitati e la gran parte verrà sprecato.

 

I partecipanti arrivano in macchine lussuose, maneggiano l’ultimo modello di Iphone e sfoggiano vestiti da centinaia se non migliaia di dollari. Hanno bisogno di mostrare la loro ricchezza acquisita. Hanno però uno sguardo triste e insoddisfatto.

 

La sensazione di questa festa, se si può definire con un aggettivo, è troppo. Ogni cosa, che se fosse presa in moderazione sarebbe bella, diventa eccessiva, inutile in tale misura.

 

La musica, i balli, il cibo, le decorazioni: tutto è in eccesso.

 

Ma questo è in linea con le priorità della festa: dimostrare di non essere gli indiani poveri ma quelli benestanti che hanno talmente tanto da poter sprecare.

 

Questa situazione rispecchia perfettamente le contraddizioni della società indiana, profondamente divisa tra ricchi e poveri.

 

Anche l’India sta sperimentando gli eccessi del capitalismo e del consumismo. Sembra che il capitalismo applicato a una società così divisa e strutturata in caste non porti benessere collettivo ma accentui tale disuguaglianza.

 

Difatti, fuori da questo sfarzo, probabilmente a pochi metri di distanza, c’è l’altra India. Quella che vive di stenti per strada. Quei famosi 400 milioni di individui, un terzo della popolazione totale, che, secondo la banca mondiale, vive con meno di un euro al giorno.

 

Il personale indiano dell’evento lavora per cento rupie all’ora (poco più di un euro) mentre gli occidentali vengono pagati dieci volte tanto per fare spesso le stesse cose. Mi sento a disagio per questa situazione, persino in colpa. Perché per fare lo stesso lavoro devo essere pagato dieci volte tanto? Solo per il colore della mia pelle o per il passaporto? Sarò un idealista ma mi pervade un profondo senso di ingiustizia.

 

Dov’è un minimo di senso di equità? Com’è possibile accettare tali disuguaglianze? E soprattutto: com’è possibile per il personale indiano accettare di lavorare per una paga da miseria in un posto dove gli invitati si concedono tali lussi?

 

Gandhi diceva che la caratteristica comune di molti indiani è l’accontentarsi di bassi guadagni. Un guadagno è pur sempre un guadagno. Meglio poco che niente.

 

Anche perché la manodopera è talmente abbondante e la miseria diffusa che ci sarà sempre qualcuno disponibile a lavorare per meno, quindi tanto vale accontentarsi.

 

Secondo uno studio dell’OCSE del dicembre 2011 chiamato “Divided we stand: Why inequality keeps rising” il numero dei poveri è ancora più elevato di quello stimato dalle fonti ufficiali indiane e dalla Banca Mondiale. In India vi sarebbe infatti il più alto numero di poveri al mondo, il 42% della popolazione vive con meno di un euro al giorno: mezzo miliardo di persone. Mentre in altri paesi in via di sviluppo come Brasile, Indonesia e Argentina il divario tra ricchi e poveri è diminuito, in India, così come in Russia, Cina e Sud Africa, è aumentato.

 

Questi dati sembrano smentire una volta per tutte le idee neo-liberiste secondo le quali un’apertura senza regole verso il mercato globale porterebbe i paesi in via di sviluppo a un benessere collettivo.

 

Nonostante il PIL indiano stia crescendo incessantemente da molti anni, lo studio afferma che tale nuova ricchezza sia di beneficio solamente ad alcuni stati indiani, alle zone urbane e alle fasce alte e medio alte della popolazione.

 

In particolare, la proporzione tra il guadagno della parte più alta della popolazione e quello della parte più bassa sarebbe raddoppiata negli ultimi vent’anni.

 

Insomma, la globalizzazione in India sta portando ricchezza a chi è benestante o ha i mezzi per diventarlo lasciando indietro i ceti più bassi.

 

Per meglio distribuire la ricchezza acquisita ci vorrebbero riforme strutturali e politiche sociali per gestire tale sviluppo e distribuirne i benefici. Ma ogni tentativo di riforma in India deve fare i conti con la dura realtà della corruzione e della pessima governance.

 

Queste tematiche sociali – insieme a quelle ambientali – dovrebbero essere al centro dell’agenda del nuovo governo di Modi, il quale sembra però più interessato ad un modello di sviluppo economico rampante e ad aggraziarsi la maggioranza hindu su tematiche religiose.

 

Ma è lecito aspettarsi un cambiamento reale dalla politica? I cambiamenti sociali non partono forse prima di tutto da un’evoluzione di mentalità nella società?

 

I subordinati dovrebbero acquisire consapevolezza di essere padroni del proprio destino e che per cambiare devono ribellarsi a un sistema che si sta arricchendo sulle loro spalle. Anche i ceti più alti dovrebbero diventare consapevoli che l’eccesso non porta alla felicità e che senza l’inclusione dei più deboli, il loro stesso benessere sarà nel lungo periodo messo in pericolo.

 

Ma questi concetti sembrano alieni alla società indiana. Una società che sta applicando i principi economici del capitalismo senza quelle lotte sociali che hanno accompagnato lo sviluppo economico in Europa.

 

Come può una cultura così diversa come quella indiana acquisire tali principi?

 

In Europa le lotte sociali non sono forse state il risultato di lenti processi cominciati dal modo di pensare? Lo stato sociale è stato solo l’ultimo passaggio di un evoluzione nata con l’illuminismo e passata attraverso la rivoluzione francese e il marxismo.

 

Ma la società indiana è differente. La cultura indiana è pervasa da un senso di accettazione del mondo, quasi di rassegnazione. Il mondo è ingiusto perché è “karmico”: se soffri oggi, è per espiare colpe di vite precedenti. Le caste rappresentano questa mentalità che difficilmente può portare al cambiamento. Quindi chi vive un’esistenza misera deve accettarla e non può ribellarsi.

 

Tante domande rimangono e poche risposte sono davvero convincenti. Rimane l’amaro in bocca nel vedere tali contraddizioni, ingiustizie e sofferenze in una società così ricca di potenziale come quella indiana.

 


Il report “Divided we stand: Why inequality keeps rising” è disponibile sul sito ufficiale dell’OCSE: www.oecd.org

 

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