Il dottor Sunil Deepak è un medico di origine indiana che ha vissuto e lavorato in Italia per 30 anni. Ha diretto il reparto di assistenza medica e scientifica di AIFO (Amici di Raoul Follereau). Un’organizzazione non governativa con sede a Bologna.

Nel 2014 decide di tornare nel suo paese di origine con l’idea di mettersi a disposizione come medico dove ci sia più bisogno. Ha raccontato la sua esperienza sul suo blog Arawaghi, e questa è la quindicesima puntata della sua avventura.

Articolo originale tratto dal blog Awaraghi e disponibile a questo indirizzo.

 


 

L’ultima volta che avevo scritto il mio diario era nel febbraio 2016. Allora abitavo a Guwahati nella casa di Padre Paul e lavoravo come responsabile di un’organizzazione indiana che si occupa della riabilitazione delle persone con disabilità.

Molto è cambiato da allora. Ora siamo in novembre e manca poco più di un mese al natale e al nuovo anno, 2017. Sono a Delhi mentre scrivo questo post.

In questi 9 mesi sono diventato un girovago, uno che cerca di mettere in atto il principio di “non attaccamento” raccomandato dai monaci buddisti.
Quando vivi con tutto quello che hai, chiuso dentro una valigetta, è facile arrivare in un luogo nuovo e poi ripartire. Ciò non significa che partire sia sempre senza dolori e rimpianti. Anzi proprio il contrario. Forse, ciò vuol dire che mi manca ancora molto per assimilare il principio di non attaccamento.
Avevo concluso il mio contratto con l’associazione per la quale lavoravo a Guwahati e in maggio 2016 ero tornato in Italia per alcuni mesi. Li ho partecipato al matrimonio di mio figlio. Nella foto qui sotto potete vedere la famiglia Deepak al completo.

La famiglia Deepak – Foto di Sunil Deepak

 

Tornato di nuovo in India, invece di un lavoro fisso, ho deciso di collaborare con diverse associazioni locali, sopratutto con le organizzazioni di base. Diciamo che in questo momento della vita mi piace scegliere i miei impegni volta per volta.
La regione di Bundelkhand è situata nella parte centro-nord dell’India. In ottobre, ho avuto l’opportunità di visitare alcune città di questa regione (Gwalior, Jhansi, Orchha e Khajuraho). Ero stato invitato da una piccola associazione a tenere un corso di formazione per i genitori dei bambini con paralisi cerebrale.
Durante questa visita sono stato ospite presso una famiglia in un villaggio vicino a Orchha. È stata un’esperienza molto bella. Erano i giorni della festa delle luci (Divali) per cui tutta la famiglia che mi ospitava, compreso i bambini, era impegnata nelle pulizie della casa. Una mattina tutti si sono messi a dare il colore rosa alla casa.

Dare colore alla casa – Foto di Sunil Deepak

Alla sera della festa della luci di Divali, ho accompagnato i due ragazzini della casa, Vishal e Sahil, a portare le piccole lampade di terracotta riempite di olio ad un piccolo tempietto sotto un albero. Li abbiamo piazzato altre lampade sui muri della casa. Era una delle feste delle luci più belle che avevo passato in questi ultimi anni. La semplicità e la povertà della celebrazione, mi faceva pensare a come la celebravamo quando ero piccolo.

festa delle luci

Vishal e Sahil alla festa di Divali – Foto di Sunil Deepak

Nella ragione di Bundelkhand mancano i servizi di sostegno e di riabilitazione per i bambini cerebrolesi. Le famiglie non sanno dove andare per chiedere i consigli e l’assistenza.

Per esempio, la città di Khajuraho, famosa in tutto il mondo per i suoi templi erotici, e riconosciuta da Unesco come il patrimonio dell’umanità, ha circa 30.000 abitanti ma nessun fisioterapista.

Abhay gestisce un negozio a Khajuraho ed è il padre di una bambina con la paralisi cerebrale.

Lui mi ha raccontato la sua situazione: “Due volte alla settimana, devo portare mia figlia a Chhattarpur, a 30 km da qui per la terapia. Lei non ci vuole andare perché quel terapista è molto severo. Se lei non fa gli esercizi come li vuole lui, la colpisce sulle gambe con una bacchetta. Non mi piace quella persona ma non so cosa altro fare. Non c’è nessun altro a quale posso chiedere consigli. L’ho portata agli ospedali di Jhansi e di Gwalior. Però a parte tutti i test che le fanno, non ci sanno dire che cosa possiamo fare per rendere la vita della mia figlia più facile.”

Tanti genitori mi hanno chiesto di aprire un centro e di andare a vivere nei loro villaggi. Uno mi ha detto che se fossi andato a lavorare nel suo villaggio, mi avrebbe offerto un pezzo di terreno per costruire un centro di riabilitazione. Era difficile dire di no a queste persone ma non avevo altra scelta.

Ho suggerito a persone come Abhay di creare una loro associazione e di identificare alcuni genitori ad essere formati per fornire l’assistenza ai bambini cerebrolesi. Dopo qualche giorno di discussione hanno già identificato due mamme per la formazione.

Comunque, non so se questa idea funzionerà. Sembra che non vi sono corsi di formazione adatti per i genitori in questa parte dell’India. L’unico centro di formazione che ho trovato è a Calcutta ma loro dicono che è troppo lontano. Mancano anche i manuali e altro materiale didattico semplice indirizzato ai genitori in lingua Hindi.


Foto tratte dall’articolo originale