Articolo in 2 minuti – Il governo Modi, nonostante le promesse di tutela in materia ambientale, ha sensibilmente peggiorato la già precaria situazione indiana.

Le città e i fiumi dell’India sono fra i più inquinati al mondo.

La campagna “Missione India Pulita” lanciata dal governo non ha raggiunto i suoi obiettivi e ancora non esiste un sistema efficiente di smaltimento dei rifiuti. 

Le politiche di sviluppo e di apertura ai finanziamenti esteri stanno mettendo in pericolo i 70 milioni di ettari di aree forestali.

A essere in pericolo, sono le tigri, la flora e la fauna, ma anche le popolazioni tribali che vivono nelle foreste.

Eppure, nella tradizione hindu era proprio la foresta, in contrapposizione al villaggio, il luogo dove fare esperienza dell’Assoluto e affrancarsi dall’ignoranza.

 


 

Per approfondire – Dopo mesi di estenuante campagna elettorale incentrata anche sulla questione ambientale, il Premier indiano Narendra Modi saliva al governo nel maggio 2014 con lo slogan “achhe din āne vāle hain“, i giorni buoni stanno arrivando.

A più di un anno e mezzo dal ritorno al potere del BJP, il partito di destra di stampo hindu del premier Modi, i giorni buoni sembrerebbero essere in pesante ritardo, almeno per quel che riguarda l’ambiente.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tredici fra le venti città più inquinate al mondo si trovano in India, con la capitale New Delhi in cima alla classifica.

I fiumi Gange e Yamuna, entrambi sacri alla tradizione hindu, risultano essere rispettivamente il primo e il terzo corso d’acqua più inquinati del pianeta.

Il governo indiano ha cercato di lanciare vere e proprie campagne nazionali di pulizia, prima fra tutte la “Swacch Bhārat Mission”, “Missione India Pulita”, che prevede entro il 2019 di dotare tanto le grandi municipalità quanto i villaggi rurali di sistemi razionali di smaltimento e riciclo dei rifiuti.

A un anno esatto dal suo lancio, spenti i riflettori sulle star di Bollywood sapientemente chiamate come testimonial della campagna dal Primo Ministro Modi, immortalato anch’egli con scopa di saggina in mano intento a pulire le strade della capitale, Swacch Bhārat ha in realtà raggiunto una minima parte degli obiettivi previsti entro la fine del 2015.

Le strade così come gli argini dei fiumi vengono effettivamente puliti, il problema è che non si sa che fine facciano i rifiuti raccolti.

L’unica cosa certa è che, in un anno e mezzo di legislazione, il governo indiano ha deciso di smantellare una a una le norme a tutela dell’ambiente introdotte dalla precedente coalizione al potere, guidata dal partito del Congress, in nome dello sviluppo e della lotta alla povertà, altro punto nodale della campagna elettorale del BJP.

Il governo indiano, con lo slogan “Make in India”, ha dato il benvenuto agli investimenti esteri soprattutto nel settore automobilistico, delle infrastrutture e dello sfruttamento delle risorse minerarie.

Per fare spazio a nuove industrie è stata cancellata in tutta fretta la norma, contenuta nel National Forest Policy Act, che prevedeva la difesa delle aree forestali del paese: per legge, le foreste indiane che ammontano all’incirca a 70 milioni di ettari, non potevano essere convertite in terreni a uso industriale.

Di conseguenza, è venuta meno la tutela tanto dei fragili ecosistemi naturali quanto degli adivasi, le popolazioni tribali indiane che in quelle stesse foreste hanno fissato la loro dimora da millenni e con cui, insieme a organizzazioni non governative e alla stessa Greenpeace, il governo Modi ha deciso di chiudere il dialogo e qualsiasi tipo di trattativa.

Per approfondire, leggi anche: Gli adivasi, aborigeni dell’India

Nonostante l’India risulti al terzo posto sulla scala mondiale per le emissioni di CO2 dopo Cina e Stati Uniti, il governo indiano ha approvato due leggi i cui effetti saranno l’aumento della produzione e dell’importazione di carbone: sarà più semplice ottenere, anche da parte di investitori non indiani, la concessione all’estrazione del combustibile.

Ancora una volta a farne le spese saranno le foreste, dove si trova la maggior parte delle aree di estrazione del carbone e dove coesistono dieci riserve naturali per la salvaguardia delle tigri, un’ampia varietà di flora e fauna selvatica e novemila villaggi.

E dire che il tòpoi della foresta è particolarmente caro alla tradizione hindu: āraṇya, la foresta appunto, è per antonomasia il luogo in opposizione al grāma, il villaggio.

Quest’ultimo è considerato dalla filosofia indiana come una concentrazione di esseri umani che si regge tanto sulla coesione sociale degli individui che lo compongono quanto sul sacrificio che all’interno delle sue porte viene svolto.

La foresta è, invece, il luogo della solitudine, della meditazione, è la dimora dei saggi, dei maestri del Veda che vivevano ai piedi degli alberi gli ultimi anni della loro esistenza, istruendo i propri discepoli.

Più di qualsiasi altro luogo la foresta è, secondo il punto di vista hindu, il posto in cui l’uomo può fare reale esperienza del Brahman, dell’Assoluto, e liberarsi in questo modo del dolore e dell’ignoranza.

Nel suo Hinduism and Ecology, lo studioso britannico Ranchor Prime ricordava come nella tradizione hindu l’idea del mondo sia assimilabile a quella della foresta.

Ma di questo, alla luce delle politiche di sfruttamento portate avanti dal governo indiano, Narendra Modi e il suo gabinetto parrebbero essersene dimenticati.


Foto tratta da asianews.it