Articolo in 2 minuti – Gli adivasi, che significa “abitanti originari”, è il nome comunemente usato per indicare gli appartenenti ai popoli tribali dell’India.

Sono diffusi in quasi tutta l’India, di cui costituiscono l’8% della variegata popolazione e sono i discendenti delle popolazioni che abitavano il territorio indiano più di 3.000 anni fa.

Gli adivasi costituiscono una realtà culturalmente ed etnicamente disomogenea: ognuno dei circa 450 gruppi detiene una sua specifica identità ed è caratterizzato da particolari usi e costumi. 

Gli adivasi hanno sempre vissuto in stretta simbiosi con la natura, per la quale nutrono un profondo rispetto e da cui ricavano tutto il necessario per sopravvivere. 

Da diversi anni  la sopravvivenza di queste popolazioni è a rischio, principalmente a causa dei ricchi  giacimenti minerari che si trovano proprio nel sottosuolo delle loro zone.

Lo Stato indiano ha un piano per dislocare la maggior parte di queste popolazioni indigene in aree urbane, un cosiddetto ”piano di urbanizzazione” che prevede di sfollare una zona grande quanto l’intera Italia.

Così, insieme a loro, la foresta perde i suoi veri custodi, coloro che per secoli sono stati i protettori degli ambienti naturali e della biodiversità.



 

Per approfondire – Secondo i dati dell’ultimo censimento, gli adivasi sono circa 80 milioni, cioè circa l’8% della popolazione dell’India. Sono i discendenti di comunità tribali insediatesi nel sub-continente indiano precedentemente l’arrivo degli Arya, il ceppo etnico da cui discendono la maggioranza degli indiani di oggi.

Per secoli hanno resistito ai numerosi attacchi esterni e ai tentativi di sottomissione, trovando rifugio all’interno del territorio, in aree isolate e impervie.

Sono così riusciti a ritagliarsi una relativa autonomia e a mantenere un rapporto simbiotico con l’ambiente naturale.

Hanno vissuto praticando l’agricoltura e la caccia, la raccolta di frutti selvatici, hanno accumulato preziose conoscenze riguardo le foreste, alle piante e al loro uso nell’alimentazione e nella medicina.

Dal punto di vista religioso potrebbero essere definiti “animisti”, con le loro forme rituali, e con la venerazione della forza ancestrale della natura; in realtà spesso anche con integrazioni e contaminazioni induiste e cristiane.

Con la colonizzazione inglese inizia il processo di privazione delle loro terre e il tentativo di integrarli nel nuovo sistema produttivo in condizioni di semi-schiavitù.

Con l’indipendenza, il problema degli adivasi viene affrontato dai leader del nuovo stato indiano indipendente con approcci che vanno dall’isolamento – tramite la costituzione di apposite “riserve”- all’assimilazione, attuata negando la loro diversa identità etnica e le loro tradizioni culturali.

Ma quali sono i reali motivi dell’ingente calo demografico delle tribù adivasi?

Il principale motivo è la presenza nelle zone degli adivasi di alcuni tra i giacimenti minerari più ricchi al mondo, a cui le grandi multinazionali sono interessate.

Nel 2011 a Londra vi è stato un incontro importante promosso dallo ICAWPI (Campagna Internazionale Contro la guerra al Popolo dell’India), al quale presenziò anche la celebre scrittrice indiana Arundathi Roy.

La Roy, che supporta da decenni la causa delle popolazioni tribali in difesa dei loro diritti ha riportato molteplici esempi della brutalità del governo, non solo contro la guerriglia di ispirazione maoista ma contro tutte le forme di resistenza di queste popolazioni.

Ciò che non molti sanno è che lo Stato indiano ha un piano per dislocare la maggior parte di queste popolazioni, chiamato ”piano di urbanizzazione”, volto a spopolare superfici grandi come l’Italia intera.

Per costringere all’esodo le popolazioni adivasi, lo Stato non esita a impiegare ogni arma in suo possesso: esercito, truppe speciali, milizie irregolari, arresti e deportazioni in massa.

“Questo è un vero e proprio genocidio!” ha esclamato la Roy rifacendosi alla definizione delle Nazioni Unite di genocidio, e ha più volte insistito sulla legittimità della resistenza armata dei maoisti.

Ma c’è anche da sapere qualcosa in merito allo squisito tè indiano!

E’ difficile immaginare che tale bevanda così dolce possa celare un lato tanto amaro!

L’Assam, uno degli stati del nord-est dell’India, grazie alle caratteristiche del suo territorio e alle sue condizioni climatiche, rappresenta una zona adatta per la coltivazione del tè.

L’Assam produce oggi il 65% di tutto il tè prodotto in India, grazie proprio alla manovalanza “adivasica”. Gli adivasi lavorano tutto il giorno nelle piantagioni, ricevendo poche rupie come paga e, in più, privati del diritto di istruzione scolastica.

Sono quindi costretti ad accettare una vita di povertà estrema, senza intravedere alcuna possibilità di cambiamento.

Viene a formarsi così un circolo vizioso, dove a pagarne le conseguenze maggiori sono i bambini: senza la possibilità di frequentare la scuola come i loro coetanei indiani, i bambini adivasi non potranno far altro che rimanere a lavorare nelle piantagioni, sfruttati come i loro genitori.

Ma per fortuna ci sono anche storie a lieto fine!

Grazie all’aiuto di molteplici ONG che operano in India per la tutela e la salvaguardia della popolazione adivasi, molti bambini hanno avuto la possibilità di vedere un futuro diverso.

Sono state costruite scuole dove poter offrire a queste creature non solo un’istruzione, ma anche la possibilità di tornare a giocare, e soprattutto sognare in un futuro diverso.

A seguito di un’esperienza diretta con gli adivasi, ho sviluppato la consapevolezza che tali popolazioni avranno un lungo seguito, in quanto detengono il vero significato del rapporto uomo-natura e hanno molto da insegnare a noi ”civilizzati”!

Ho trascorso diversi periodi con gli adivasi, in particolare con la tribù katchkari predominante nello stato indiano del Maharastra, nella foresta. Ho vissuto con loro in una costruzione di fango e legno, con il tetto di foglie di cocco. Ho partecipato alle attività del piccolo nucleo e mi sono occupata prevalentemente dei bambini, dedicandomi ad attività ludico-creative.

In quei giorni, scanditi solo dalla luce del giorno e dal manto di stelle di notte, in quei momenti dove si confondeva e si perdeva il senso del tempo e del luogo, ecco, in quegli istanti ho assaporato quella forza ancestrale, dirompente, quel suono primordiale di una madre chiamata natura.


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