Articolo in 2 minuti – Nella società indiana esiste un terzo sesso chiamato Hijra, che si distingue nettamente dal concetto occidentale di transessuale.

Descritti il più delle volte come ermafroditi, in quanto inglobano entrambe le caratteristiche femminili e maschili, gli Hijra non sono considerati né uomini né donne, andando a ricoprire un ruolo ben preciso nella società di cui fanno parte.

Ogni cerimonia che scandisce gli stadi della vita dell’individuo indiano, che si tratti della nascita di un figlio maschio o della celebrazione di un matrimonio, vede la presenza degli Hijra, intermediari della divinità capaci di portare prosperità e fertilità.

Tuttavia, la costante e disordinata urbanizzazione dell’India, insieme alla rapida occidentalizzazione, ha comportato una perdita di importanza del loro ruolo sacro, inducendoli a vivere di prostituzione ed elemosina.

Un grande passo avanti dal punto di vista legale e per il miglioramento delle loro condizioni di vita è stato fatto lo scorso aprile 2014 con il riconoscimento ufficiale del Terzo Sesso dell’India da parte della Corte Suprema Indiana.

Sotto la guida dell’attivista transgender Indiana Laxmi Narayan Tripathi, gli Hijra hanno ottenuto la promessa di eguaglianza sociale e legale in tutto il subcontinente indiano.

 


 

Per approfondire – Ogni qualvolta ci si ritrovi a parlare degli Hijra, la prima difficoltà sorge nel darne una definizione. Riconoscere che “non sono né uomini né donne” implica che siano qualcos’altro. Esiste una vasta gamma di possibilità: “eunuchi”, “ermafroditi”, “omosessuali”, “transgender” e “travestiti”, ma in realtà nessuna di queste definizioni risulta completamente soddisfacente.

Per comprenderne la natura, occorre partire dunque dalla loro origine. A differenza degli ermafroditi e di altri individui affetti da disfunzioni sessuali, gli Hijra sono generalmente individui di sesso maschile che si sottopongono a castrazione. Quest’ultima, detta Nirvana, è un vero e proprio rito iniziatico nonché dovere religioso (dharma).

Viene effettuata da una levatrice (Dai ma) con le lame taglienti di un rasoio e senza alcun tipo di anestetico. L’operazione viene effettuata tra le 3 e le 4 del mattino, in quanto momento propizio di passaggio dalle tenebre alla luce del giorno. Segue dunque l’iniziazione religiosa del neofita, introdotto dall’Hijra più anziano – o guru – con una puja (offerta rituale) a Bahuchara Mata, la dea protettrice degli Hijra.

Le ore che seguono la castrazione sono le più critiche, perché l’emorragia provocata dall’evirazione non viene in alcun modo arginata: si crede, infatti, che il sangue simboleggi la mascolinità dell’uomo che abbandona il corpo. Al contrario, viene inserito un piccolo bastoncino nell’uretra per evitare la sutura della ferita e soltanto l’applicazione di olio caldo sulla lesione ne scongiura l’infezione.

Il nuovo nato, divenuto ufficialmente un Hijra consacrato a Bahuchara Mata, prenderà un nome iniziatico femminile, sarà addestrato alla danza e al canto, e riceverà insegnamenti religiosi dal proprio Guru (maestro nella tradizione indiana), essendo a tutti gli effetti un discepolo, o chela, votato al celibato.

Nonostante gli Hijra non posseggano gli attributi di nessuno dei due sessi, la società li considera da sempre simbolo di fertilità. Di conseguenza, essi sono ben accolti a dispensare le proprie benedizioni in cerimonie, quali matrimoni e nascite di figli maschi. Danzando, suonando strumenti tradizionali e recitando formule rituali, essi svolgono la propria performance, o badhai, ricevendo in cambio offerte in denaro.

Non è raro notare da parte degli Hijra un atteggiamento alquanto seduttivo e addirittura offensivo nei confronti degli uomini, che viene tollerato con soggezione in occasione di cerimonie ufficiali, ma eluso in luoghi pubblici (stazioni ferroviarie, incroci stradali ecc.) in cui chiedono l’elemosina. Invariabilmente, si dà loro un’offerta per evitare maledizioni pericolose o la più grave offesa all’onore maschile (izzat): l’esibizione dei genitali mutilati.

Definire la sessualità degli Hijra a partire dai nostri schemi categorici occidentali è piuttosto complicato. Nascono uomini ma, sottoponendosi a una operazione di castrazione, rinunciano alla mascolinità; si abbigliano come donne ma non si sottopongono a chirurgia estetica di ricostruzione dei genitali femminili o a terapie ormonali. Non sono travestiti nella nostra accezione comune, in quanto consapevoli della loro natura di Terzo Sesso.

Le loro preferenze sessuali sono diverse da caso a caso e, sebbene alcuni di essi si diano alla prostituzione per sopravvivere, non è certo questa la loro principale occupazione.

In contrasto con la formula “né maschio né femmina” o la definizione di “terzo genere”, gli Hijra si suddividono in base a una serie di caratteristiche comportamentali, spesso divergenti: attività sessuale (Kandra Hijra o prostitute) o rinuncia (Badhai Hijras), specialisti del rito o personaggi dallo spiccato talento artistico, castrazione o travestitismo.

Tutti gli Hijra, comunque, si riconoscono tra loro come Koti: uomini che desiderano altri uomini ma che hanno abitudini femminili.

Indipendentemente dalla loro origine religiosa e sociale, in seguito all’iniziazione, essi assumono un nome femminile conferito da un maestro e continuano a praticare la religione alla quale sono stati educati. Tuttavia, il culto di Bauchara Mata sembra essere un culto transnazionale, sebbene prevalente in India.

Negli ultimi due secoli, gli Hijra hanno lottato sempre di più contro l’emarginazione, le vessazioni, le maldicenze, la negazione dei diritti umani e la mancanza di risorse. Di conseguenza, il numero di coloro che si sono rivolti alla prostituzione è drasticamente aumentato. Tale fenomeno – secondo gli stessi Hijra – è fortemente dovuto al fatto che non ricevono nessun supporto dal governo o dalle autorità locali.

Nonostante la loro presenza significativa in India, Pakistan e Bangladesh, gli Hijra sono trattati in maniera diversa a seconda della propria identità costituzionale e religiosa. La loro attività sessuale, aumentata considerevolmente in seguito al colonialismo, viene considerata illegale e punita con provvedimenti severi che, anziché mirare a estirpare le cause di un problema, tendono a esacerbarle, punendo ingiustamente gli Hijra.

L’avvilente condizione degli Hijra è aggravata da leggi restrittive che colpiscono le vittime di un sistema piuttosto che mirare alle cause. In India, il codice penale prevede che “Chiunque abbia volontariamente una rapporto carnale contro natura, con un uomo, una donna o un animale, è punibile con l’arresto a vita o con l’arresto di altro genere che si può estendere fino a 10 anni e sarà inoltre soggetto a contravvenzioni”.

Tale legge fu inserita come parte del codice penale nel 1860 e applicata all’intero subcontinente a opera di Lord Macaulay, il primo Legislatore del Consiglio del Governatore Centrale del Raj (dominio anglo-indiano). Nel 2009 tale Sezione 377 del Codice penale è stata abrogata, inducendo a un lieve miglioramento della posizione legale degli Hijra, per poi essere nuovamente messa in vigore a fine 2013.

I Koti dell’India e dei paesi limitrofi hanno finito con l’accettare di essere allo stesso tempo prostitute (Kandra Hijra) e autori di benedizioni e rituali propiziatori (Badhai Hijra). Come testimoniano molti racconti personali, essere un prostituto è una condizione disprezzata e spesso conduce a un declassamento nella gerarchia interna. Molti Hijra comunque stanno diventando più tolleranti verso questa pratica, rendendosi conto che il lavoro sessuale è spesso l’unica via d’uscita.

Recentemente, come risposta a una società che li minaccia da diversi fronti, hanno cominciato a reagire, organizzandosi in corporazioni o, a un livello più basso, in consigli di villaggio (Pancayat). Grazie a ONG come “Vividha” e “Sangam”, gli Hijra – con altri sex workers – stanno lottando per i loro diritti umani e per un riconoscimento formale.

In India alcuni Hijra sono stati eletti sindaci e altri prendono parte attiva alla vita politica del paese. La stessa diffusione di programmi educativi che mirano a creare una coscienza civile nei confronti dei LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) e dei loro diritti sta portando a qualche risultato.

A oggi più di 5 milioni della popolazione indiana, gli Hijra possono celebrare la recente vittoria ottenuta a livello legale: il 15 aprile 2014, infatti, la Corte Suprema Indiana, in un verdetto dalla portata storica, ha riconosciuto loro e alla più ampia comunità transgender, lo status di “terzo genere sessuale” davanti alla legge.

Si tratta di una presa di posizione importante, destinata a cambiare – almeno formalmente – le condizioni di vita di centinaia di migliaia di transessuali nel paese, garantendo loro i medesimi diritti che la Costituzione sancisce per il resto della popolazione e considerandoli come una delle “Other Backward Class (Obc)”, gruppi sociali che godono di misure governative ad hoc in ambito lavorativo e scolastico.

Le conseguenze pratiche della sentenza si ripercuotono su una serie di aspetti della vita di tutti i giorni.

In primo luogo, l’opzione «transgender» è stata inserita nei moduli da compilare per i documenti d’identità, si stanno creando bagni pubblici ad hoc e la condizione di Hijra verrà adesso tutelata nelle strutture ospedaliere nazionali con reparti appositi, escludendo l’obbligo di scegliere tra uno dei due sessi per poter banalmente accedere alle cure mediche.

Inoltre, in virtù dell’appartenenza alle Obc, il governo dovrà stanziare un determinato numero di posti riservati nei luoghi d’impiego statali, nelle scuole primarie e nelle università, secondo il sistema delle quote riservate, già in vigore per le altre classi svantaggiate.

Se il verdetto segna un primo passo verso il pieno riconoscimento dei diritti degli Hijra nel paese, l’effettiva applicazione della sentenza e, soprattutto, il cambiamento delle loro condizioni di vita, richiederà tempi dilatati, scontrandosi contro le resistenze di un paese progressista e pluralista sulla carta ma in realtà estremamente conservatore.

Creature misteriose, intermediarie del divino, dispensatrici di ricchezza e fertilità: perché dunque non garantire agli Hijra un futuro migliore?

Per approfondire leggi anche: Hijra: creature meravigliose


Immagine tratta da bbc.co.uk