Articolo in 2 minuti – Se chiedi a un italiano che lingua parla, ti risponderà senza dubbio ‘italiano’.

Se poni la stessa domanda a un indiano, invece, è probabile che la risposta sia molto meno lapalissiana. Marathi, gujarati, tamil, panjabi, telugu…sono solo alcune delle oltre 20 lingue riconosciute e usate nei documenti pubblici!

La lingua ufficiale, insieme all’inglese, è l’hindi. Una volta entrati in territorio indiano, però, non si fatica a notare che le lingue regionali non hanno soltanto un’importanza data dalla tradizione, ma vanno a rappresentare identità locali fortemente sentite e permettono a una persona di identificarsi in un determinato contesto sociale e culturale.

La condizione problematica delle lingue, in questo paese dalle infinite influenze, è da lungo tempo fondamentale, in quanto strettamente connessa a una definizione ben più ampia del semplice concetto di “lingua”.

Cos’è l’hindi e come si pongono nei suoi confronti le altre lingue regionali? Quanto ha influito l’inglese nella definizione di una lingua nazionale? Proviamo a indagare questi aspetti!

 


 

Per approfondire – Lo sviluppo dei ceppi linguistici in India è una tematica piuttosto complessa. Partendo dal sanscrito (da samskrtam, “elaborato, preparato, perfetto”), passando per pracrito ed apabhramsha, si giunge soltanto in tempi recenti alla definizione di hindi.

Infatti è nella prima parte del XVIII secolo che inizia a delinearsi quella lingua che prenderà il nome di hindi nell’epoca successiva, e che si svilupperà fino a raggiungere la forma correntemente parlata.

La lingua hindi si sviluppa a partire dalla cosiddetta khari boli, dialetto in quel periodo fortemente diffuso nella zona di Delhi e dintorni. Esso è stato, a sua volta, fortemente influenzato dal persiano, per lungo tempo considerata lingua franca dell’impero, a causa del dominio Mughal (o Moghul) che stava avendo la meglio sull’amministrazione locale.

Strano ma vero, furono i colonizzatori britannici a promuovere l’hindi, in particolare tramite la presenza e le azioni dei missionari cattolici. Con l’apertura del Fort William College di Calcutta, l’hindi iniziò ad acquisire una posizione di preminenza, benché la sua funzione non superasse ancora quella dell’inglese, sempre in vetta.

Con il passare degli anni parlare hindi e scrivere in hindi portava con sé significati ben più profondi di quanto si potesse pensare: infatti, l’ormai diffuso sentimento nazionalista aveva acquisito anche una dimensione del tutto linguistica.

Proprio questa divenne centro della diatriba legata all’hindutva (termine coniato da V.D. Savarkar, attivista indiano, nel 1923), ovvero che cosa comportasse l’essere e il definirsi “hindu”.

L’hindi aveva una valenza simbolica, dava a una popolazione la possibilità di sentirsi unita, dopo essere per tanto stata assoggettata a poteri e domini stranieri: permetteva di rivendicare l’appartenenza a un gruppo sociale che doveva, poteva e sapeva rendersi indipendente.

Dopo il 1947, con l’Indipendenza, la forza della lingua hindi è andata via via diminuendo. Solo verso la fine degli anni ’50, essa viene riconosciuta come lingua ufficiale: l’inglese, ancora una volta, manterrà una funzione di preminenza, nonostante la Costituzione stabilisca la necessità di usare entrambe le lingue.

Il passaggio successivo, quello che sta fondamentalmente avvenendo oggi, vede invece una rivalsa delle altre lingue regionali.

Una volta ottenuta l’ufficialità di una nazione unita, infatti, l’hindi come lingua di unione aveva portato a termine il suo obiettivo – creare un’identità nazionale – e iniziò a essere percepita dai vari stati come lingua limitante, e imposta, nei confronti delle parlate regionali.

È proprio in questa situazione, dunque, che i media cominciano ad abbandonare l’uso dell’hindi per intraprendere pubblicazioni nelle lingue regionali.

I canali televisivi trasmettono programmi in lingue specifiche, in questo modo permettendo una maggiore presa sul pubblico, chiaramente più interessato alla realtà locale che a quella di una nazione di cui si continua a sapere poco o niente.

Parallelo è lo sviluppo dell’uso dell’inglese, che per alcuni indiani è come una sorta di madre lingua.

Vi è un aspetto assai peculiare nell’uso dell’inglese: infatti, fra indiani, viene usato soltanto in certe occasioni, e molto spesso non in forma pura ma mescolato alla hindi.

Ad esempio, quando si vuole parlare di argomenti tabù, si vuole salutare o ringraziare, spesso anche quando si parla di sentimenti, le parole in inglese fanno da vocabolario di riferimento. Insomma, l’inglese fornisce una specie di scappatoia linguistica, probabilmente comune anche al nostro, occidentale, universo lessicologico!

Per tirare le somme in questo mare magnum ‘glottologico’, e dare un’occhiata al futuro più prossimo, si può presumere che le lingue regionali, inizialmente messe in secondo piano nel nome di una nazione indiana ancora da crearsi, guadagneranno pian piano maggiore importanza nel panorama linguistico indiano – e in parte ciò è già avvenuto.

Come ci è dato di vedere, anche i recenti sviluppi politici sostengono questa ipotesi: Narendra Modi, Primo Ministro, è infatti un convinto sostenitore delle lingue indiane. E le ha volute favorire fin dal principio, portando avanti un’attività di propaganda in gujarati.

Oltre a ciò, nonostante il sito del Primo Ministro sia in inglese, esso presenta traduzioni in sanscrito, telugu, panjabi, oriya, gujarati, canarese, tamil, assamese, urdu, hindi, malayalam e marathi. Davvero un’ampia scelta!

In ogni caso, non ci resta altro che attendere e vedere come l’evolversi dell’uso di queste lingue influirà sul territorio indiano, sulla sua economia e politica.

 


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