A volte è un film, a volte un racconto, a volte un libro a darci l’ispirazione per un viaggio.

Oggi Graziano Pizzuti ci racconta di come abbia iniziato a sognare un  viaggio a Hyderabad, una città nel sud dell’India, sulle pagine del libro “Nella terra dei Moghul bianchi” di William Darlymple, che descrive la pacifica convinenza degli inglesi con i sovrani di Hyderabad. 

E di come questo sogno sia poi divenuto realtà.

A voi è mai capitato di visitare un luogo sulla scia di un libro o di un film?

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Si viaggia spesso seguendo strane intuizioni, tracce lasciate da incontri, film, letture.

Io, nel mio terzo viaggio in India, ho deciso di seguire lo scrittore William Darlymple, dando vita a un sogno iniziato anni prima con la lettura del suo libro “Nella terra dei Moghul bianchi” .

I Moghul bianchi del titolo erano gli inglesi alla corte dei sovrani della città di Hyderabad, nel sud dell’India.

La pacifica convivenza con i sovrani della città li trasformò al punto che assunsero comportamenti locali, diventando parte armonica della cultura e del tessuto sociale, tanto da differire solamente per il colore della pelle.

I regnanti di Hyderabad erano chiamati “Nizam”, erano di religione musulmana e avevano un’inclinazione particolare per poesia, bellezza e arte.

La storia dei Nizam è affascinante.

Il fondatore, Qumar-ud-din Khan, ricevette dai Moghul di Delhi, la grande dinastia che regnò su gran parte dell’India fino alla conquista inglese, il titolo di “Nizam al-Mulk”, cioè governatore del Regno, per amministrare il Deccan, l’altopiano nel cuore della penisola indiana, formando così un’enclave musulmana all’interno dell’India meridionale hindu.

Le lotte interne dell’impero Moghul portarono il Nizam al-Mulk a prendere il potere assoluto.

L’indipendenza non venne mai apertamente dichiarata, ma fu di fatto accettata dagli imperatori di Delhi che non avevano né la forza, né la volontà di intervenire.

I Nizam non ebbero mai troni o corone e le monete vennero coniate per molto tempo con i simboli dei Moghul, ma in compenso Hyderabad fu di una bellezza inimmaginabile: al suo interno la ricchezza era leggendaria, lo sfarzo sfrenato, il lusso la norma.

Fiorivano le arti, dalla poesia alla architettura, dalla scultura alla pittura. Ancora oggi entrambe le sponde del fiume Musi sono puntellate da splendidi edifici di quell’epoca.

I Nizam regnarono su Hyderabad da metà del Settecento fino all’Indipendenza dell’India.

Dopo la Partizione, a lungo vacillarono e a un certo punto sembrarono propendere per essere annessi al Pakistan.

Alla fine scelsero di rimanere autonomi, ma Nehru e il Partito del Congresso non permisero l’esistenza di un Paese così fiorente inglobato nel territorio indiano e con un’azione militare deposero l’ultimo Nizam, assimilando lo Stato all’Unione Indiana.

Quando ho visitato Hyderabad, l’ho fatto con gli occhi di James Achilles Kirkpatrick, il protagonista inglese del libro di Darlymple, brillante funzionario della Compagnia delle Indie.

Sorpreso, stregato dalla cultura e dalla vita di corte, Kirkpatrick  venne praticamente adottato dal monarca, fino a ricevere titoli altisonanti, fra cui “Mutamin ul Mulk”  (Salvaguardia del Regno).

La mia visita non poteva non iniziare con il Charminar (“quattro torri”), l’icona di Hyderabad nel mondo.

Hyderabad - Charminar

Un anomalo, armonico, perfetto monumento, composto da quattro torri equidistanti, a formare un preciso quadrato da cui si stagliano i minareti.

Il tutto nel seducente stile indosaraceno, con logge, finestre e arabeschi che ne fanno una di quelle opere magnetiche verso le quali l’occhio è attratto inconsapevolmente.

E’ il cardine della vita di Hyderabad, nel vecchio quartiere islamico, di fronte al Laad Bazar, il mercato dei gioielli. E’ qui che mi ritrovo nel bel mezzo di una babilonia di venditori di cipolle e frutta, bancarelle di fritti, battaglioni di motorickshaw e poi gente, gente dappertutto.

Su tutto il viavai, apparentemente insensato, troneggia il Charminar, come ad accogliere sotto la sua ombra protettiva la città e la popolazione di Hyderabad.

Ma che cos’è davvero il Charminar? E’ un monumento, sì, è una moschea, sì, è un capolavoro architettonico, sì. Ma per gli abitanti di Hyderbad è molto di più, è il simbolo della città, un compagno, un fratello maggiore, è l’identità.

E’ talmente somatizzato da non poter concepire una vita senza di esso, così che, dopo la Partizione, i musulmani emigrati in Pakistan ne edificarono uno in miniatura a Karachi. Passandoci davanti, potevano far rivivere negli occhi, nelle orecchie, nei nasi, i colori, i suoni, i profumi della città vecchia di Hyderabad.

Hyderabad - Bazar

Vicino al Charminar c’è la Mecca Masjid, una moschea così chiamata perché per costruirla vennero utilizzati mattoni provenienti dalla Mecca.

James Achilles Kirkpatrick, ora, dal Charminar si sarebbe recato nel poco distante Chowmahalla Palace, una delle residenze ufficiali dei “Nizam”, nei cui giardini venivano portati gli ospiti importanti, stranieri, dignitari e ambasciatori.

Anche io mi addentro nel palazzo, che subito mi regala una chiara idea dell’opulenza del regno.

La mia curiosità mi spinge a ricercare, nel caos della città vecchia, la ex-residenza inglese dove soggiornava Kirkpatrick, che ora è la sede di un istituto di istruzione superiore femminile.

La preside mi accoglie cordialmente, compiaciuta e un po’ sorpresa della visita… e dei motivi che hanno portato un italiano a volere fortemente vedere la sua scuola.

Attraversando lo smisurato lago artificiale di Hussain Sagar, lascio Hyderabad per la città gemella di Secunderabad, dove ammiro un Buddha enorme al centro del lago. Tanto pesante che quando vi fu trasportato, la chiatta sulla quale veniva portato affondò e la statua languì per due anni nei fondali.

Per pranzo, mi dico: “sono ad Hyderabad, diamine!” Non posso esimermi dal mangiare il suo famoso byriani omonimo, riso basmati, carne di pecora e di pollo. Quale ristorante? Il migliore di Secunderabad, il “Paradise”, frequentato anche da Rahul Gandhi.

Mi allontano ora da Hyderabad e Secunderabad, e mi sembra di tornare indietro nel tempo, prima ancora dell’arrivo dei Nizam.

Nelle propaggini della città, immerse in un bel bosco, visito le tombe della dinastia Qutb Shahi, che regnò prima dei Nizam, e su una collina si erge la vecchia rocca di Golconda.

Qui graziosi mausolei disegnano un profilo di cupole a forma di bulbo e poi archi, corridoi, decorazioni. E’ possibile bisbigliare in un angolo e nell’angolo opposto sentire nitidamente tutto.

Il nome Golconda (etimologicamente “collina dei pastori”) evoca però soprattutto l’ idea dei diamanti. Qui ne sono stati estratti alcuni divenuti poi famosi e dalla storia rocambolesca, fra cui anche il celebre Koh-i noor, estratto nel XIV secolo e ora conservato nella Torre di Londra.

La salita verso la vetta è faticosa: rampe, scalinate impervie si succedono senza sosta.

Le massicce mura difensive seguono la morfologia della collina, vedendole capisco finalmente come la città sia potuta resistere per tanto tempo alle invasioni dei moghul.

Arrivato in cima, rimango in estatica contemplazione del panorama, in compagnia di uomini in dhoti (un lungo panno che avvolge la vita e le gambe) e donne in sari, con i bambini e tanti giovani, alcuni dei quali appollaiati sullo strapiombo per godersi il tramonto.

Ma Hyderabad non è solo islam, c’è anche un piccolo angolo di induismo, l’Ujjaini Mahankali Temple.

Con una corsa folle nel traffico di Hyderabad, raggiungo l’Ujjain Temple prima della chiusura serale. Qui verso sera l’atmosfera è raccolta.

Osservo gli impiegati che, finito il lavoro, passano al tempio, si fermano davanti alla murti (rappresentazione della divinità), celebrano una puja, e poi possono ritornare alle proprie abitazioni.

A Hyderabad, come in tutta l’India, noto ancora una volta come dal baccano estremo e irrefrenabile sgorga la calma, la pacatezza, l’accettazione degli eventi, la fiducia in se stessi e negli altri.

Come è possibile tutto ciò?  Il dharma… il karma

Chissà se Kirkpatrick, in questo angolo di Hyderabad, avrà pensato la stessa cosa anche lui.

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Fotografie di Graziano Pizzuti

pizgra[at]gmail.com