Chi sono i sadhu, i “santoni” indiani? Da dove deriva la loro tradizione di ascetismo, di rinuncia e di vita errante?

L’autrice dell’articolo è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto da Guida India e disponibile a questo indirizzo.


Circa 6 milioni di persone conducono in India una vita eremitica ed errabonda.

Sin dall’antica epoca vedica, l’idea della rinuncia al mondo era contemplata come ultimo e più alto stadio della vita di un brahmano, il cui tempo terreno doveva essere suddiviso in un primo periodo dedicato agli studi religiosi, in un secondo da capofamiglia, in un terzo destinato al ritiro e nell’ultimo di preparazione alla morte.

Leggi anche: Gli stadi della vita secondo l’induismo

A partire dall’Ottavo secolo d. C. quest’ultima fase della vita venne seguita da un numero crescente di persone, anche senza che queste avessero compiuto le tappe precedenti, e il termine generico sanscrito Samnyasin, colui che rinuncia, venne allora affiancato da una serie di nomi specifici, a indicare le molte varianti delle pratiche ascetiche intraprese.

L’asceta mendicante era stato infatti indicato sino al Quarto secolo d.C. con il termine Bhiksu, che col tempo finì però per indicare esclusivamente i monaci buddhisti.

Nelle comunità hindu si finì poi con l’utilizzare prevalentemente un altro termine generico per queste figure in origine quasi esclusivamente maschili, una parola che significa “persona buona, santo, virtuoso” e che è oggi il nome privilegato per gli asceti erranti, i santoni: i Sadhu.

Sadhu 1

Sono considerati come già morti, dalla gente, e altamente rispettati. Quando muoiono realmente, infatti, vengono sepolti e non cremati, essendo la loro morte al mondo e il loro funerale già virtualmente avvenuti.

Rinunciano a ogni legame familiare e sentimentale, al possesso di alcunché, vivono prevalentemente in solitudine e di elemosina, e impiegano il loro tempo nella devozione verso la divinità di loro scelta.

Alcuni praticano forme di magia, yoga e meditazione, con lo scopo di acquisire maggiore sapienza mistica.

Spesso si sottopongono anche a mortificazioni estreme, nella certezza di raggiungere l’illuminazione più rapidamente, come non sedersi o sdraiarsi per anni, mantenere un braccio teso verso l’alto finché non si atrofizza completamente, smettere di parlare per sempre…

Ma la maggior parte, e tra loro svariati occidentali convertiti, si sottopongono principalmente alla “mortificazione” di fumare hashish, secondo la mitologia una delle peculiarità del dio Shiva.

I Sadhu cercano di emulare il loro Dio anche nell’apparenza assegnatagli dall’iconografia tradizionale derivata dalla mitologia, e sono dunque distinguibili dai segni sulla fronte, dagli scarsi vestiti, dagli ornamenti che indossano o dalla pettinatura, a seconda dell’ordine o confraternita d’appartenenza.

I Sadhus vishnuiti, seguaci di Vishnu, generalmente vestono con tele bianche, mentre gli shivaiti prediligono il colore ocra.

L’appartenenza religiosa si può poi desumere, come detto, anche dai segni tracciati sulla fronte: il tripundra, tre linee orizzontali per gli Shivaiti e l’urdhvapundra, due linee verticali che possono racchiudere altri segni per i Visnuiti, ma le varianti sono numerose.

Dopo l’apprendistato e il rito di iniziazione, che corrisponde a una rinascita dopo la morte, ogni riferimento alla vita precedente viene bandito.

Il Guru, il maestro spirituale, diviene l’unico punto di riferimento terreno del discepolo, fino a diventare l’iniziato stesso a sua volta Guru.

sadhu 2

Esistono poi ordini particolari che si distinguono dagli altri per caratteristiche inconfondibili.

I Naga Sadhu sono un’importante confraternita shivaita con la caratteristica di richiedere la nudità, naga, degli adepti. Sono celebri per passate glorie militari ai tempi della conquista islamica e poi britannica.

Oggi, più o meno pacifici, sono tuttavia ancora organizzati in Akharas, reggimenti, ed esibiscono simbolicamente una notevole quantità di armi, tra cui spicca il trishul, il tridente simbolo di Shiva.

Gli Aghori sono invece una setta minoritaria e oscura che emula i lati estremi di Shiva. I seguaci si rotolano e cospargono con le ceneri dei defunti, sono costantemente sotto l’effetto intossicante dell’hashish o dell’alcool e si mostrano (o sono davvero) in preda alla follia.

Secondo la loro dottrina, infatti, trasgredire ai tabù e ribaltare i valori li avvicinerà più rapidamente all’illuminazione. Molte pratiche orride e ripugnanti sono attribuite a questa setta misteriosa, che tuttavia rappresenta una tradizione millenaria e un tempo piuttosto seguita.

Non tutti i Sadhu sono però sant’uomini: molti non appartengono a nessun ordine, né hanno ricevuto istruzione o iniziazione alcuna e a volte sono persino figure dubbie che finiscono per gettare ombre su questa pratica nobile e antichissima.

Tra i tanti devoti sinceri di ogni provenienza, molti sono infatti anche coloro che si improvvisano Sadhu per godere dell’immunità totale, la benevolenza, le elemosine, la libertà di movimento e il rispetto – ma anche il timore – che la società indiana riserva a queste figure uniche al mondo.


Fotografia principale tratta da www.loupiote.com

Fotografie tratte dall’articolo originale