Siamo a Valsad, poco sopra Mumbai. Bomi e Jer sono i protagonisti in un’India ancora sotto il dominio britannico. Tramite la loro storia l’autore ci fa conoscere i Parsi, minoranza presente in India da tempi immemori e considerati gli ebrei dell’India. 

L’autore dell’articolo si chiama Guido Bollino, è nato ad Alessandria nel 1982. Fotografo e scrittore, alterna la sua attività tra studio fotografico, reportage e narrazione. Ha vissuto ad Alessandria, Bologna, Torino e Valsad (India). Si sporca ormai da anni le mani d’inchiostro e di soluzioni per sviluppo fotografico.

Articolo originale tratto da Indianaut.com

 


Bomi sfreccia sulla sua bici nera lungo la strada che porta all’oceano.

La terra sta finendo di liberarsi dall’acqua del monsone e da qualche giorno si può arrivare fino alla spiaggia senza dover guadare pozze grandi come laghi.

Bomi ha un naso sottile e curvo come un becco, che fende l’aria come una spada. Un naso Parsi. E subito a sud di quell’orgoglio, l’ombra appena accennata di un paio di baffi dei quali osserva i progressi giorno dopo giorno come il più scrupoloso degli scienziati.

Bomi si sente grande e fiero e se anche non pensa di essere perfetto, di sicuro crede che la somma dei suoi difetti sia quantomeno un numero primo.

Come ogni ragazzino, sa benissimo che prima o poi farà qualcosa che tutto il mondo ricorderà. Ma a Bomi, al contrario di chi lo sta guardando ora, questo accadrà davvero. Solo che non se ne accorgerà subito e dopo non lo vorrà accettare.

Per sua fortuna la vita gli regalerà anche chi lo aiuterà a capire.

Bomi pedala per le strade della città che ha lo stesso nome della sua famiglia, Bulsara, e mentre sfreccia veloce rapito dai suoi pensieri, poco lontano da quella strada, un pianto acuto sta annunciando al mondo la nascita di Jer.

Bomi perso sulla via dell’oceano e Jer persa nel cercare di capire cosa sia tutta quella luce, non lo sanno ancora ma i loro destini s’incontreranno presto.

Jer avrà un sorriso di miele e, come ogni donna della sua gente, sembrerà portare sempre un arcobaleno nascosto in una tasca.

Il sole sta scendendo e fra poco Bomi e Jer si godranno inconsapevoli il loro primo tramonto insieme, il tramonto di un giorno d’ottobre del 1922.

Di tutta la strada percorsa quel giorno da Bomi, ora non rimane nulla; il vecchio bazar non ha lasciato tracce e le case sono state abbattute e ricostruite chissà quante volte. Di tutto ciò che Bomi può aver incrociato con lo sguardo è rimasto solo un elefante di pietra alla porta di un tempio su quella che oggi si chiama Mahatma Gandhi Road.

Nell’India rurale nulla è vecchio. Tutto è antico e immortale oppure nuovo e scadente, non c’è ricordo né spazio per ciò che sta nel mezzo.

Quando si chiede ad Atul, barba bianca e occhi quasi sconfitti dalla cataratta, seduto tutto il giorno sull’uscio della sua bottega a scandire il tempo a sputi di betel, cosa c’era a Bulsar prima dell’indipendenza; lui inizia a guardarsi intorno, o forse a fingere di poterlo ancora fare, guarda il traffico e la gente che cammina fra le macchine, prende fiato gonfiando a fatica la sua tunica bianca, come farebbe un vento debole con un lenzuolo steso e risponde: niente. Non c’era niente. Poi torna al suo amato silenzio.

Di tutte le case che ora s’incontrano, poche hanno più di trent’anni e una manciata ne ha più di cento, anche se tutte sembrano averne almeno il doppio. Della vecchia Bulsar, oggi Valsad, rimane poco, si fatica a trovare anche solo un riferimento.

Tutto pare coinvolto in un mutamento continuo che segue pari passo l’esplosione demografica e il vizio tutto indiano che prevede, quando si tratta di pianificazione urbana, di non ricorrere quasi mai a regole ma più che altro a opinioni.

Ciò su cui l’uomo non può mettere mano però è rimasto per fortuna immutato. C’è ancora la spiaggia che le maree continuano a cancellare e far riapparire, il mare in cui solo i bambini si tuffano e corrono. C’è ancora un posto, come c’era ai tempi di Bomi e Jer, poco lontano dalla città, in cui i pescatori abbandonano le barche che non riescono più a riparare.

Appena possono i bambini cercano di fuggire fin là e, lontani dagli occhi degli adulti, mentre scompaiono caste e religioni, giocano a sentirsi grandi eroi o a combattere con mostri marini dentro ai quali si può camminare. Nel loro mondo di navi senza mare e balene di legno.

 

Vedi quel fuoco? Non si spegne mai. Nemmeno la notte, nemmeno quando tutti dormono. Jer inizia a imparare i miti e le leggende della sua gente, che prega raccolta nel tempio e che vive la propria fede in modo quasi invisibile.

Impara che i suoi avi, arrivati in India fuggendo dalla Persia, mai avrebbero immaginato di dover fare una promessa davanti a una coppa piena di latte. Jadi Rana teneva quella coppa in mano come l’immagine del suo regno, non ci sarebbe stato spazio per altro latte e per nessun altro popolo.

Ma uno tra di loro prese un pizzico di zucchero e lo fece cadere nella coppa. Lo zucchero si sciolse lasciando solo il suo sapore e il latte non traboccò. Quelli sarebbero stati i Parsi, zucchero per l’India. E come quello si sarebbero dissolti, avrebbero parlato la lingua e vestito gli abiti della gente del Gujarat.

Ma nessuno, che ci veda almeno un po’, a quasi mille anni di distanza, può confondere una donna parsi con una indiana, e questo Jer lo sa benissimo. Soprattutto con l’età che avanza c’è una distanza che pare un abisso tra quelle donne così sottili e distinte e le discendenti del Raja con i loro ventri grassi e molli ripiegati attorno ai sari come pantaloni di Jodhpur.

Bomi quelle storie le sa ormai a memoria, conosce le preghiere e i riti tramandati da millenni che ancora danno vigore al fuoco del tempio.

Quel fuoco sacro che continua a bruciare e che non può toccare i loro corpi nemmeno dopo la morte, quando, come accade dalla notte dei tempi, i cadaveri sono esposti sulle torri del silenzio dove gli avvoltoi li privano della carne, nella più antica delle morti, la stessa toccata a Dario ed Artaserse.

Alla prossima puntata!

Per saperne di più sui Parsi, leggete I Parsi: gli eredi indiani di Zarathustra


Tutte le immagini sono tratte dall’articolo originale