La regista indo-canadese Deepa Mehta ha presentata il suo nuovo film, “Beeba boys”, al Festival di Cinema Indiano “River to River”.

Una gangster story ambientata a Vancouver, dove la violenza si coniuga con le antiche tradizioni della terra madre. Un film sull’immigrazione indiana di seconda generazione e sull’integrazione.


6 dicembre 2015, Firenze. Il colore forte degli abiti alla moda un po’ kitsch dei gangster indiani, il linguaggio volgare, il lusso sfrenato, la guerra tra bande, i tradimenti, gli omicidi sembrano gli ingredienti di un film d’azione indiano o dei libri ambientati fra la malavita di Mumbai, come Maximum city di Suketu Mehta o Giocri sacri di Vikram Chandra.

Ma non siamo in un film di Bollywood e neanche in un romanzo sulla malavita metropolitana. Siamo in Canada e il film che stiamo guardando è originale ed emozionante.

Beeba Boys (Bravi Ragazzi), il nuovo film di Deepa Mehta, è in verità un film sull’identità, sul ruolo che questi giovani assumono per affermarsi in una realtà come quella di Vancouver.

Li si teme, ma in verità li si apprezza e stima. La comunità di immigrati punjabi vede in questi gangster colorati e modaioli un punto di riferimento.

La loro violenza sembra essere giustificata dalla necessità di trovare un posto nella società e diventare un modello per la loro comunità.

I “bravi ragazzi” rispettano le loro madri, frequentano il Gurdwara, il tempio dei sikh a cui fanno generose offerte, organizzano feste pacchiane e ascoltano ritmi bhangra, la musica originaria del Punjab.

Sentono la necessità di affermarsi in una realtà che, come immigrati di seconda generazione, non sentono pienamente loro.

Il crimine è un modo per integrarsi, ma i metodi per farsi rispettare sono legati alla tradizione:  il vero sardar, il vero uomo con il turbante, sa che la vendetta deve essere compiuta con il kirpan, lo spadino tradizionale dei sikh.

Su questo difficile tentativo di integrazione la stessa Mehta dichiara che “dobbiamo condividere questo pianeta in maniera equa; trattare gli immigrati con compassione e aprire i nostri cuori e le nostre porte a tutti”.

Io non sono Bollywood” dice la regista. “Mi piace: è una forma di cinema non serio, un intrattenimento quando non si ha nulla di meglio da fare”.

Quando le chiediamo com’è stato cambiare genere di film, risponde che “non pensa ai suoi lavori in termini di generi ma in termini di storie, dove è centrale l’identità e quello che diventiamo a contatto con gli altri”.

Anche in questo film le donne hanno un ruolo fondamentale, nonostante i protagonisti siano maschili. È la prospettiva a essere femminile, quella di una madre, di un’amante. “Le donne non sono tutte superdonne” dice la Mehta, “ho voluto rappresentarle per ciò che sono nella realtà”.

È una storia in parte vera. La regista, per documentarsi ha trascorso sei mesi a casa di un ex-gangster di Vancouver.

Tinte forti e grande spessore per una Deepa Mehta diversa ma egualmente straordinaria.

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Immagine tratta dal sito del festival