Il Taj Mahal è la più celebre struttura architettonica dell’India e probabilmente una delle più belle al mondo.

Nessuna riproduzione rende la magia e le perfette proporzioni di questo luogo, che il poeta indiano Tagore definì “una Lacrima di Marmo sul volto del Tempo“.

L’autrice dell’articolo è Alessandra Loffredo, fondatrice del portale online Guida India, inesauribile fonte di curiosità e informazioni su storia, arte, architettura, letteratura, musica, cinema e grandi personalità legate all’India.

Articolo originale tratto da Guida India e disponibile a questo indirizzo.

 


 

Il Taj Mahal, la Corona del Palazzo, è una tomba, un mausoleo costruito da Shah Jahan, quinto imperatore Moghul (dal 1627 al 1658) per la moglie Mumtaz Mahal, la Preferita del Palazzo, seconda e favorita sposa ufficiale del sovrano.

Mumtaz Mahal, il cui vero nome era Arjuman Banu Begum, era una principessa persiana, che influenzò la vita e la visione politica di Shah Jahan, grazie anche a suo padre, primo ministro del sovrano.

Morì dissanguata a 39 anni, dopo aver dato alla luce il tredicesimo figlio (o quattordicesimo, le versioni sono discordanti), una bambina.

Aveva partorito durante il viaggio intrapreso col marito nel 1631, lasciando il sovrano prostrato da un profondissimo lutto che, si narra, gli aveva fatto incanutire i capelli tutti in una volta.

Mumtaz aveva appena avuto un altro figlio, prima di partire per accompagnare il marito, ma era rimasta nuovamente incinta durante il viaggio.

Alla moglie agonizzante – che soleva appunto accompagnarlo in ogni circostanza, comprese le campagne militari, rivelando così un’inusuale e strettissima relazione di amicizia, fiducia e complicità – il sovrano promette di non sposarsi mai più e di edificarle un mausoleo funebre che sarà la testimonianza perenne del loro profondo e unico amore.

Taj Mahal

Il risultato fu un’opera eccezionale: dodicimila tonnellate di pietre e marmi trasporati da grandi distanze, un complesso la cui area supera quella della Basilica di San Pietro e della Piazza del Bernini messe assieme, la perfezione delle forme e dei loro ornamenti raggiunta grazie a complicati calcoli matematici, la profusione di pietre rare incastonate nei muri, le pregevoli decorazioni affidate al più grande calligrafo persiano dell’epoca, Abdul Haq, detto Amanat Khan.

Molte le leggende sull’architetto artefice di questo capolavoro, e alcune portano in Europa, suggerendo persino autori veneziani o francesi, ma in realtà il nome dell’architetto del Taj Mahal è sconosciuto.

L’invidia occidentale per lo straordinario capolavoro e la mentalità colonialista dell’epoca, con i complessi di superiorità che ne derivavano, alimentarono quelle leggende, ma non esiste traccia concreta non solo del presunto artefice europeo, ma nemmeno di qualsivoglia dettaglio di diretta derivazione occidentale nel Taj Mahal.

Non si conosce il nome di un ideatore e realizzatore perché si trattò in realtà di un’opera corale, alla quale parteciparono tra gli altri Abd ul-Karim Ma’mur Khan, Makramat Khan e Ustad Ahmed Lahwari, affiancati da una nutrita squadra di esperti magistralmente diretti dall’imperatore stesso, fine conoscitore di arti e architettura.

Molti di questi esperti, secondo la tradizione, furono inviati dal sovrano a studiare altre strutture analoghe contemporanee, quali la Ibrahim Rauza di Bijapur, o del passato, come il mausoleo di Hoshang Shah a Mandu o il mausoleo di Humayun, per trarne ispirazione.

L’unica cosa certa, infatti, è che i migliori talenti artigiani ed ingegneristici del mondo islamico si riunirono ad Agra per la costruzione del principale capolavoro dell’architettura moghul.

Agra, la capitale dell’impero, a quel tempo era detta la Venezia indiana per la profusione d’arte e lusso, ma le sue dimensioni eclissavano qualunque città europea dell’epoca: con 750mila abitanti era infatti già due volte più grande di Londra e superava di molto sia Parigi che Istanbul, le maggiori metropoli europee del Seicento.

Si calcola che circa 20mila persone presero parte ai lavori, che durarono dal 1631 al 1648 e fino al 1653 per il completamento dell’area, intaccando però seriamente le risorse economiche dell’impero.

I conflitti familiari e la lotta per la successione fecero sì che Shah Jahan, già gravemente malato, venisse poi deposto e imprigionato fino alla morte (avvenuta nel 1666) dal figlio Aurangzeb.

Nel XVIII secolo, con l’avvento degli Europei e il crollo dell’impero Moghul, il complesso cadde nell’abbandono e fu oggetto di scempio, fino allo scellerato progetto di Lord William Bentink, Governatore Generale del Bengala, che ne cominciò lo smantellamento pianificando la vendita in Europa del marmo ricavato.

Fortunatamente, a causa dello scarso riscontro economico ottenuto, la distruzione si interruppe immediatamente dopo.

Ma, in oltre quattro secoli di esistenza, il Taj Mahal ha attraversato tutte le tensioni e le contraddizioni della storia indiana.

Nel 1965, quando durante la guerra indo-pakistana fu tenuto lungamente incappucciato con un’immensa rete nera per nasconderlo ai raid aerei nemici e sottrarlo ai possibili bombardamenti.

Da tempo invece i fondamentalisti induisti rivendicano la tanto improbabile (quanto comunque del tutto ininfluente) natura originale di tempio shivaita del mausoleo, auspicandone quindi l’immediato ripristino come tale.

Le ultime aggressioni dirette e concrete subite dal Taj sono per ora quelle causate dall’inquinamento e dal turismo di massa.

Per salvare i suoi marmi candidi dalla corrosione dell’anidride solforosa, il governo ha dovuto tempo addietro far chiudere 250 piccole fabbriche locali, costringendo 100mila operai alla disoccupazione.

Ma persino il fiato dei turisti è ormai una minaccia, perché gli oltre tre milioni di persone all’anno che lo visitano provocano un’umidità pericolosa per la conservazione delle decorazioni all’interno del mausoleo.

Per non parlare poi della minaccia del terrorismo, che fa sì che ingenti misure di sicurezza siano permanentemente dispiegate a difesa del simbolo dell’India e dell’incessante flusso dei suoi visitatori provenienti da tutto il mondo.

Taj Mahal

Si accede al recinto attraverso una porta trionfale, la Darwaza, una struttura a due piani più uno in arenaria rossa, con una camera centrale ottagonale a volta e altre piccole sale laterali.

L’arco centrale è affiancato da ali con torri e il tutto è sormontato da chattris, ombrelli dalla cupola in marmo bianco, simbolo di regalità.

I giardini ornamentali sono pianificati secondo il classico stile dei Charbagh, i giardini quadripartiti Moghul: due canali perpendicolari in marmo si incrociano nella vasca centrale dividendo lo spazio in quattro quadrati a loro volta ripartiti in quattro dai vialetti e ulteriormente divisi in 16 aiuole.

Taj Mahal

In contrasto con lo scintillante candore marmoreo del Taj Mahal – un’eresia per la cultura islamica ortodossa, visto che il marmo bianco era destinato solo alle tombe dei santi – due edifici in arenaria rossa fiancheggiano il mausoleo.

A sinistra, a ovest del mausoleo, si trova una moschea, mentre l’edificio a est, sulla destra, chiamato Naqqar Khana o Jawab, la risposta, fu creato per simmetria e venne utilizzato come luogo di ricevimento.

Il mausoleo vero e proprio presenta un ampio arco centrale fiancheggiato da due ali a due ordini di archi acuti.

Ogni ala è sormontata da una piccola cupola con quella principale, sormontata da un puntale di ottone, nel centro.

La decorazione esterna è composta da calligrafia, bassorilievi e mosaici in pietra dura che formano bellissimi motivi floreali.

Decorazioni marmo Taj Mahal

La sala principale è ottagonale e contiene al centro il sarcofago di Mumtaz, ornato da meravigliosi intarsi, i 99 Bellissimi Nomi di Allah e una lastra d’ardesia, simbolo femminile; quello di Shah Jahan, con ugualmente splendidi intarsi e un portapenne, simbolo dell’uomo di Stato, è spostato sulla destra.

Il progetto originale non prevedeva la sua presenza qui. Fu il figlio che lo fece collocare a lato della moglie 35 anni dopo, rovinando la simmetria perfetta del luogo.

Il sovrano aveva invece progettato per sé un mausoleo gemello ma in marmo nero sull’altra sponda del fiume Yamuna che lambisce il Taj, quasi a sottolineare il rapporto di parità con la moglie, ma che non venne mai nemmeno iniziato dal figlio.

I due sarcofagi sono circondati da un recinto in pizzo di marmo, che sostituisce un precedente e raffinatissimo divisorio in metalli e pietre preziose che fu asportato da Aurangzeb che ne temeva il furto.

Le sepolture effettive dei due sposi si trovano nella cripta, secondo un uso comune, frequentemente chiusa a causa delle infiltrazioni d’acqua.

Agli angoli della sala centrale sono presenti altri quattro ambienti ottagonali, pensati per ospitare le sepolture degli altri membri della famiglia che però, evidentemente, non onorarono il desiderio di Shah Jahan.

Leggi anche: Bijapur: si può chiamare l’Agra del Sud?


Tutte le immagini sono tratte dal blog dell’autrice