Articolo in 2 minuti Come molti di voi sapranno, l’India è un Paese dotato di armi nucleari.

La prima bomba atomica made in India esplose nel deserto del Thar, nel Rajasthan, nel 1974.

L’India intendeva così rispondere alla potenza nucleare della Cina, con cui aveva avuto un conflitto nel 1961, e che negli anni Sessanta si era dotata di un arsenale nucleare.

Negli anni successivi la crescente rivalità con il Pakistan diede ulteriore impulso alle mire nucleari indiane, fino ad arrivare all’apice nei test nucleari del 1998 da parte di entrambi gli Stati.

L’India sostiene di disporre di armi nucleari in chiave puramente deterrente.

Infatti, l’India si è impegnata a non usare per prima la bomba atomica (No First Use), ma è uno dei soli tre Paesi al mondo (insieme a Pakistan e Israele) a non aver firmato il Trattato di Non Proliferazione.

Ancora oggi l’India continua a espandere il suo arsenale, in una pericolosa rincorsa che coinvolge il Pakistan e la Cina.

 


 

Per approfondire – 18 maggio 1974. Nel deserto del Thar, vicino al confine con il Pakistan, alle 8 di mattina il Buddha sorridente detonò con tutta la sua potenza esplosiva.

8 chilotoni, circa la metà di “Little boy”, la bomba che distrusse Hiroshima.

Buddha sorridente” (Smiling Buddha) era il nome in codice della prima bomba atomica indiana, fatta esplodere il giorno in cui si celebra la nascita di Buddha.

Indira Gandhi, allora Primo Ministro, aveva fortemente voluto questo test nucleare.

Alla comunità internazionale dichiarò però che si trattava di “un’esplosione nucleare pacifica”, per testare le potenzialità dell’energia nucleare.

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Indira Gandhi sul luogo dell’esplosione

Oggi è opinione diffusa che sia la rivalità con il Pakistan a spingere l’India verso i test nucleari, ma all’epoca il nemico principale sulla scacchiera internazionale, dotato di bomba atomica, era la Cina.

Nel 1962 scoppiò la guerra sino-indiana, un breve ma intenso conflitto basato su questioni territoriali, che vide l’India perdere una parte del suo territorio himalayano.

La Cina di Mao testò la sua prima bomba atomica nel 1964 e negli anni successivi si dotò di un crescente arsenale nucleare.

L’India aveva in realtà iniziato un suo programma nucleare già nel 1944, prima dell’Indipendenza.

Il programma insisteva sull’uso civile del nucleare, ma subì una decisa crescita nel campo militare subito dopo la guerra con la Cina, per volere del Primo Ministro Nehru.

Nel 1965 e nel 1971 l’India fu nuovamente in guerra, questa volta contro il Pakistan.

In particolare, il sanguinoso conflitto del 1971, sfociato con la proclamazione dello Stato del Bangladesh (fino ad allora parte del Pakistan), diede un ulteriore slancio alle mire nucleari dell’India.

A sua volta, dopo il test nucleare indiano del 1974, anche il Pakistan si mise in moto nella corsa agli armamenti, grazie anche all’aiuto della Cina, che lo supportò in chiave anti-indiana.

Negli anni Ottanta l’India investì in particolar modo nella costruzione di missili balistici equipaggiabili con testate nucleari, dando vita alla famiglia di missili Agni, dal nome del Dio del Fuoco.

L’escalation nucleare fra India e Pakistan raggiunse il suo apice nel 1998. A febbraio salì al governo indiano il BJP, partito nazionalista hindu, che vedeva nel Pakistan musulmano il nemico assoluto.

Fra l’11 e il 13 maggio 1998 furono condotti cinque test nucleari da parte indiana, sempre nel deserto del Thar, noti come Operazione Shakti (“potenza femminile”).

Il Pakistan, scosso da un’ondata di nazionalismo anti-indiano, rispose il 28 maggio con i suoi test, conquistando così per la prima volta il suo posto fra le potenze nucleari.

La comunità internazionale condannò la doppia dimostrazione di forza indo-pakistana e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite impose delle sanzioni economiche, in seguito ritirate.

L’India non mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), che regola lo sviluppo nucleare e vieta il passaggio di tecnologia a scopo militare da un Paese all’altro.

È uno dei soli tre Paesi non firmatari al mondo: gli altri due sono il Pakistan e Israele, mentre la Corea del Nord è uscita dal trattato dopo averlo firmato.

L’India si è impegnata, già a partire dai tempi di Nehru, a non usare per prima i suoi armamenti nucleari, ma a rispondere solo in caso di attacco (No First Use).

Allo stesso modo, professa la dottrina di “minima deterrenza”, ovvero il possesso di un numero minimo di testate nucleari che impedisca a un nemico di attaccare.

Sotto gli ultimi governi, sia di destra che di sinistra, l’India ha ampliato il suo arsenale e in particolare la sua potenza balistica.

Una bomba atomica, infatti, da sola non serve a nulla, senza i mezzi per portarla al di fuori del proprio territorio. Mentre fino una decina di anni fa la potenza nucleare indiana poteva essere considerata di tipo regionale, ora, grazie alla gittata di 5 mila chilometri del missile Agni V, è diventata intercontinentale.

Nell’ultimo anno, il governo guidato da Narendra Modi ha ulteriormente investito nel nucleare, ancora una volta per bilanciare la corsa agli armamenti della Cina, ormai diventata la seconda nazione al mondo dopo gli Stati Uniti a investire nella spesa militare.

Oggi in India si stimano fra le 110 e 120 testate nucleari, contro le 120-130 del Pakistan e le 260 della Cina (Russia e Stati Uniti sono sopra le 7 mila).

Tra Cina, Pakistan e India sembrerebbe in corso una reazione a catena che spinge a un continuo gioco al rialzo.

Quarant’anni dopo l’esplosivo sorriso di Buddha, il pericoloso gioco delle armi nucleari non è finito.

Sulla questione sino-indiana, leggi anche: La risposta della Cina alla visita di Modi nei territori contesi


Immagine principale di Sankara Subramanian

Immagine 1 tratta da indiatoday.intoday.in