La mia esperienza in India di due anni e mezzi è stata come un sogno ad occhi aperti. Tuttora, rientrata in Italia da 3 anni, faccio fatica a credere di aver vissuto proprio nel continente indiano.

L’India mi ha chiamato, senza avvisarmi, a 20 anni in uno studentato tedesco a Bonn. Non avevo infatti mai considerato l’India prima di allora. 

Era l’anno del mio Erasmus in Germania e, appena arrivata nel dormitorio che sarebbe diventato casa, faccio subito conoscenza con il mio vicino di camera Rishikesh. Un ragazzo indiano, anche lui appena arrivato a Bonn per il Master in Astrofisica da una lontana città indiana chiamata Nashik. Era tutto nuovo per me. 

Sin da subito si crea una forte sintonia fraterna, che si sviluppa e rafforza durante l’anno trascorso insieme. 

Rishi (diminutivo del suo nome) è stata la mia chiave d’accesso per l’India. Non dimenticherò mai la prima volta che mi ha preparato il chai (il tè indiano) durante una triste giornata di pioggia e mi raccontava dell’abitudine indiana di bere il tè durante i monsoni ascoltando la pioggia. I suoi racconti, le videochiamate con la sua famiglia, mi hanno fatto innamorare del subcontinente a distanza di migliaia di chilometri. 

Mi ha lasciata entrare lentamente nel suo mondo fatto di musica indiana, poesia in sanscrito e deliziosi piatti speziati, di cui ero totalmente ignara prima di averlo conosciuto. Per me era ormai chiaro, sarei andata in India. Il sogno si è poi concretizzato due anni dopo, a 22 anni, al termine dei miei studi universitari, con un tirocinio di due mesi per ricerca tesi presso una ONG a Bangalore.

Nel frattempo, avevo già ottenuto un ulteriore tirocinio post laurea di 6 mesi a Pune, il quale si è poi trasformato in lavoro. In qualche modo, il mio destino legato all’India era già scritto. Tra l’altro, Pune è la città in cui il mio amico Rishi aveva studiato e vicina alla sua città natale perciò sono spessa stata ospitata dalla sua famiglia in India mentre lui conseguiva il suo dottorato in Italia. Se non è questo il karma.

L’India che tutti immaginano è fatta di santoni, villaggi sperduti tra i campi e templi. C’è però un’altra faccia dell’India, quella inaspettata, delle grandi città che concorrono ormai con le più grandi metropoli internazionali. 

Ho vissuto infatti due anni a Pune ed è una città molto lontana dall’immaginario comune che si ha sull’India e che anch’io avevo. Pune è “occidentalizzata”, una città aperta e in cui la forza del progresso è tastabile.

L’alto numero di espatriati ha contribuito ad accelerare questo processo e creare un agglomerato internazionale dove è impossibile farsi mancare nulla: dal sushi alla serata in discoteca. Tuttavia, non era questa l’India che ricercavo. 

Ho vissuto i primi sei mesi in una famiglia indiana e questa esperienza mi ha aiutata a mantenere quel contatto autentico con la società e cultura indiana ed addentrarmi nelle problematiche quotidiane di vita come se fossi una componente della famiglia. 

All’inizio sono rimasta un pò distaccata rispetto alla famiglia in quanto travolta dalla nuova vita in città. Tuttavia, a poco a poco, il rapporto con la signora che mi ha ospitato è diventato sempre più intimo e confidenziale. 

È stata la mia finestra sulle problematiche reali dello strato sociale medio indiano al quale altrimenti non avrei avuto accesso: il ruolo di una donna non sposata nella società (scelta ardita in India), il problema dell’alcolismo e della violenza sulle donne (da giovane aveva subito violenze).

Ci siamo prese cura l’una dell’altra, ed è diventata la mia sorella maggiore in India. Leggi qui la mia esperienza di vita in una famiglia indiana.

Immancabile il nostro appuntamento per il chai pomeridiano, un momento profondo di scambio tra due realtà tanto diverse tra loro ma alla fine vicine. 

Ancora oggi, a distanza di 3 anni dal mio rientro in Italia, mi ritrovo a scoprire negli angoli più reconditi della mia mente, piccoli aneddoti o avvenimenti accaduti quando vivevo in India e che mi hanno lasciato un sorriso, un insegnamento, un monito. 

L’India è soprattutto un percorso di Crescita interiore ed averla vissuta in un’età importante di passaggio come quella tra i 22 e i 25 mi ha segnato profondamente. 

Sono sicuramente diventata più minimalista: non ho bisogno di tanti oggetti o beni materiali, e non vado più alla ricerca sfrenata di fare qualcosa solo perché è sabato ad esempio. Cerco sempre di seguire ciò che sento veramente nelle mie scelte e non ciò che mi viene imposto. 

Un’attitudine indiana che mi ha colpita molto e che cerco di applicare a casa (anche se in Occidente è molto difficile) è la leggerezza nell’affrontare i problemi, da non intendersi con l’accezione negativa come superficialità. 

Ci sono infatti così tanti problemi di portata ben più grande in India che i piccoli imprevisti quotidiani per i quali solitamente ci innervosiamo non possono essere affrontati con la stessa pesantezza. 

Il “no problem, no problem” degli indiani è un mantra che cerco di ripetermi anche nelle situazioni più insidiose: adottando la propria calma e pazienza, si può trovare un rimedio anche ai problemi insormontabili senza bisogno di riversare le proprie energie negative. Sono doti che richiedono tanto esercizio e pratica, ma possono apportare piccoli miglioramenti nella propria vita.

L’India è una terra che ha tanto da insegnare se si è pronti ad accoglierla, senza pregiudizi. La filosofia di vita sulla quale si impernia è ben lontana dal nostro mondo frenetico e consumistico occidentale (ovviamente l’India non è solo rurale, ma le sue grandi metropoli sono ormai fondamenti nuclei di progresso).

Vivere l’India mi ha permesso di  toccare con mano valori ancestrali che in Occidente abbiamo ormai dimenticato. Tuttavia, ci tengo a sottolineare che non basta prenotare un biglietto per l’India e viaggiare due settimane per diventarne esperti. Le dinamiche sono infinite e ben radicate ed è importante farlo in maniera consapevole, cercando il più possibile il contatto con realtà del luogo.

Anche chi si trasferisce in India da espatriato dovrebbe essere in grado di uscire dalla comfort zone creata ad hoc nei quartieri occidentali  (come è stato per me il caso di Pune) ed aprirsi al Paese ospitante, ai suoi costumi e tradizioni anche se questi implicano mangiare con le mani.

Bisogna allontanare la paura del diverso e capire che alla fine siamo parte dello stesso sistema.

Facilitatori di questo processo credo siano anche le persone a noi più vicine, come i nostri genitori. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia molto aperta che non mi ha mai ostacolato nelle mie scelte nè le ha accolte con timore, anzi, mi ha sempre incoraggiata.

Il coraggio è una virtù che abbiamo tutti dentro in quanto essere umani. 

A tal proposito, sento di dover dare un consiglio a chi viaggerà in India: è bene mostrarsi sempre sicuri di sé ed impavidi. 

Se stai progettando il tuo viaggio in India, qui troverai informazioni molto utili.

Bisogna cambiare il proprio modo di pensare in maniera ottimista già prima di partire perché in fondo si tratta di un’esperienza che arricchisce e, ancor di più, fa apprezzare ciò che si ha a casa. Ognuno ha i propri tempi e modalità di affrontare una scelta e devono essere rispettati ma è necessario avere consapevolezza del primo passo: quello di accettare l’esistenza e la coesistenza delle diversità ed essere pronti a tollerarle ed includerle.