Indiani e italiani, cosa c’entrano?

“Gli indiani sono gli italiani d’Asia… Si potrebbe dire con altrettanta certezza che gli italiani sono gli indiani d’Europa, ma credo che tu abbia afferrato il concetto. Sia gli indiani sia gli italiani hanno bisogno di una Madonna: non possono fare a meno di una dea, anche se la religione gliela nega.

Sia in India, sia in Italia, ogni uomo diventa un cantante quando è felice, e ogni donna una ballerina quando va a fare la spesa dietro casa. Per questi due popoli il cibo è musica nel corpo, e la musica cibo nel cuore.

E le loro lingue… fanno d’ogni uomo un poeta, e ammantano di bellezza anche la peggiore banalità.

Sono nazioni in cui l’amore fa di un gangster un cavaliere, e di una contadina una principessa, anche se solo per il breve istante in cui ti guardano negli occhi.

Il segreto del mio amore per l’India, Lin, è che il mio primo grande amore è stato un italiano…

(Gregory David Roberts, Shantaram)

 



Gli indiani sono gli italiani d’Asia. Gli italiani sono gli indiani d’Europa. I cugini dell’altro continente. Non siamo poi così diversi. Tante volte son stata definita “cugina” dagli indiani.

Ma ha davvero ragione Roberts che indiani e italiani sono così simili?

Sarà bene fare un passo indietro e ricordarci chi siamo e da dove veniamo. Avere a disposizione una vasta gamma di prodotti hi-tech che ci fanno inevitabilmente sentire parte dell’era moderna e che effettivamente hanno reso il mondo totalmente accessibile con un clic, rappresenta per noi un sintomo di un’epoca di sofferenza e dolore.

È sufficiente voltare lo sguardo a sessanta/settant’anni fa, alla generazione dei nostri nonni, per ritrovare uno scenario molto simile a quello che i miei occhi vedono oggi in India.

Ai tempi della guerra, l’analfabetismo era una delle tematiche calde, soprattutto al Sud Italia. Lì quando il cibo scarseggiava, si cercava di azzittire lo stomaco il più possibile.

La storia del nostro Bel Paese è fatta di racconti di nonni e bisnonni che hanno dovuto lasciare la scuola in tenera età, per andare a lavorare nei campi nei casi più fortunati, di inflazioni monetarie da capogiro e corruzione, che pare essere ancora oggi di casa.

La povertà è un’afflizione socio-economica per nulla estranea al nostro Bel Paese: i racconti dei miei nonni sono sempre carichi di amarezza al ricordo dei tempi duri e difficoltosi dell’Italia di settant’anni fa. Tuttavia hanno resistito e anzi sono divenuti i rappresentanti del boom socio-economico più importante per il nostro paese.

I beni di lusso di cui siamo circondati e che diamo per scontato, pensando siano sempre stati lì, in realtà non rappresentano propriamente il nostro patrimonio storico-culturale, un patrimonio fondato invece sull’arte, sul cibo e sulla musica. Un po’ come l’India.

I soliti luoghi comuni, starete ora pensando, eppure è proprio così, e dobbiamo farcene una ragione. Avendo trascorso gli ultimi cinque anni quasi interamente all’estero, ho capito che l’Italia gode della più alta fama mondiale per il suo territorio e per i suoi monumenti di grande valore storico-architettonico, per la cucina deliziosa e la diversità, tra settentrionale e meridionale.

Così è l’India. Un territorio talmente vasto, da essere definito Subcontinente, in cui si assiste alla più grandiosa varietà linguistica e culturale: si dice che ogni 20 km ci sia una nuova lingua e cibo e modi di essere delle persone differenti. Non è forse lo stesso per l’Italia?

I dialetti infatti sono una risorsa eccezionale che la dice lunga sulla nostra storia: basti spostarsi da un paesino all’altro per percepire immediatamente la differenza nell’accento, così come nelle tradizioni popolari.

Ogni qualvolta cammino per le strade in India, diverse scene di vita quotidiana indiana si sovrappongono ai ricordi dell’Italia, ma spesso è solo un particolare che mi rimanda alla mia terra natìa: vivendo in un paesino nel Sud Italia, ritrovo una costante connessione personale con lo stile di vita che ho in India.

Gli uomini anziani seduti al bar tutto il giorno a bere il caffè – sostituto del chai in India – a giocare a carte; gli schiamazzi dei ragazzi che giocano in strada a calcio – equivalente del cricket per gli indiani, esaltando a ogni gol come fosse quello di Baggio nell’89.

I più strambi oggetti che vengono trasportati dalle classiche Ape nelle viuzze di campagna, i motorini che sfidano le leggi della fisica trasportando tre o quattro persone, anche senza casco.

Famiglie sedute fuori casa, gustando l’aria del calar del sole e conversando allegramente sugli ultimi gossip del vicino. Grandi riunioni familiari, in cui il cibo è protagonista e alzarsi da tavola risulta un’impresa omerica.

Ancora, feste popolari accompagnate da rulli di tamburi, statue di santi portati al groppo dei fedeli, e danze incessanti fino a notte fonda, giovani, ma soprattutto anziani, nella cui memoria il folklore è più vivo che mai.

I balli, tradizionalmente rappresentavano e rappresentano tutt’oggi l’espressione dell’amore e della passione, un corteggiamento quasi “dannato” tra uomo e donna. In particolare, la “taranta”, danza tipica della Puglia meridionale, rappresentava uno sfogo dalla rigida società patriarcale, dove l’eros e la libertà erano preclusi alle donne.

In seguito al morso di un ragno velenoso, le donne si davano alla perdizione durante tali balli. La Chiesa, ha tentato di ricollegare tale pratica profana a San Paolo. Allo stesso modo, amore e corteggiamento sono temi ricorrenti nelle musiche e nelle danze indiane.

Sulle danze indiane leggi anche: La danza Kathak dell’India del Nord

Trova così ragione d’essere, l’espressione tratta da Shantaram per cui l’amore sia un leitmotiv comune tra India e Italia.

Tanti sono coloro che arrivano in India con la presunzione che la nostra cultura sia di gran lunga migliore e superiore, sono coloro che generalmente ritengono che mangiare con le mani sia cosa indecente e che il traffico sia impraticabile e senza regole (eppure funziona!).

Forse varrebbe la pena fermarsi a riflettere sulle nostre radici e indagare sul passato. Osservare dentro di noi e nel nostro patrimonio genetico. Probabilmente, troveremmo proprio lì quella chiave che ci consentirebbe di scoprire una realtà non così diversa dalla nostra, con un pizzico in più di tolleranza e comprensione.

 


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