Il Dott. Sunil Deepak è un medico di origine indiana che ha vissuto e lavorato in Italia per trent’anni.

Ha diretto il reparto di assistenza medica e scientifica di AIFO (Amici di Raoul Follereau, un’organizzazione non governativa con sede a Bologna) ed è stato la persona di riferimento nazionale per il Movimento Salute del Popolo (PHM) in Italia, nonché segretario dell’italiana Global Health Watch e membro della commissione scientifica per la filiale italiana di Medici per l’ambiente.

Il Dott. Deepak ha una vasta esperienza nel campo della ricerca e della formazione, si è occupato di tematiche quali la lebbra e l’assistenza sanitaria di base in diversi paesi tra i quali l’Africa, l’Asia e il Sud America.

Inoltre, è esperto in monitoraggio e valutazione di programmi che si occupano di strategia di sviluppo all’interno delle comunità e per la riabilitazione, le pari opportunità e l’inclusione sociale dei bambini e degli adulti con disabilità.

Ha collaborato con l’unità Disabilità e Riabilitazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel Consorzio Internazionale Disabilità e Sviluppo ed è stato anche Presidente della ILEP (Federazione Internazionale Anti-Lebbra) .

Nel luglio 2014 ha deciso di  tornare in India per lavorare sul campo: attualmente si trova a Guwahati (nello stato dell’Assam, nord-est dell’India) dove si occupa dei programmi di riabilitazione alle persone con disabilità, per un’associazione di volontariato indiana chiamata Mobility India.

Ho avuto la fortuna di conoscere il Dott. Deepak personalmente: una persona carismatica, accogliente e disponibile, dalle grandi qualità umane.

Oggi ci ha concesso un’intervista, andiamo a scoprire l’India dal punto di vista di un medico indiano.

Lei ha studiato in India, esercitando poi il mestiere di medico per un periodo nella sua terra natale. Cosa ricorda dell’India di allora?

“Negli anni Settanta, quando ero uno studente di medicina, l’esperienza dell’indipendenza dell’India dal regno coloniale inglese era ancora recente. I messaggi delle persone come Mahatma Gandhi e Pandit Nehru, gli ideali che avevano ispirato erano ancora vivi, come anche i ricordi delle esperienze laceranti della partizione dell’India.

La famiglia di mia madre aveva perso le terre e le case in quello che era diventato il Pakistan ed erano arrivati a Delhi come profughi. Ricordo quel periodo come il tempo degli ideali e dei sogni, la vita era sicuramente più semplice.

Andavo ovunque in bicicletta, anche per incontrare parenti o amici che abitavano a distanza di 10-15 chilometri. Nella stradina dove abitavamo, soltanto una vecchia dottoressa aveva un’automobile e il traffico era costituito soprattutto da bici e motorini.

La TV era arrivata, ma era ancora in bianco e nero, con un canale unico che trasmetteva solo alla sera. Non tutti avevano il frigorifero o la tv, mentre per avere una linea telefonica o per comprare una vespa bisognava aspettare nelle liste di attesa che potevano durare anche qualche anno. Comprare il latte era un dramma, bisognava andare a fare la fila presto alle 4 di mattina altrimenti si rischiava di restare senza.

Il ritmo della vita era più lento e tranquillo. Conoscevo di nome quasi tutti quelli che abitavano sulla nostra stradina. I valori predominanti di quell’epoca erano risparmio, sobrietà, educazione e partecipazione comunitaria. Avere grandi ambizioni o ostentare ricchezza erano da evitare. Ho iniziato a fare il medico di base negli anni ’80 e dovevo occuparmi di tutto, dalle nascite dei bimbi, alle piccole chirurgie, agli esami al microscopio.

Lavoravo tutti i giorni della settimana, compreso la domenica mattina. Era una vita molto impegnativa ma anche piena di soddisfazioni. Ho molti ricordi belli di quei giorni, ma ricordo anche le mie sconfitte, quando le persone se ne andavano per delle banalità”.

Ha ricoperto ruoli importanti, sempre in prima linea nella formazione e nella ricerca, nell’assistenza sanitaria di base, nella lotta contro la lebbra e le disabilità. Che cosa le ha lasciato tutto questo?

La mia esperienza negli ultimi 30 anni mi ha dato la consapevolezza che non ci sono scorciatoie per superare le grandi sfide che l’umanità deve affrontare e che tutte le strategie per superare queste sfide devono partire dalle persone direttamente coinvolte.

Questo significa accettare che gli altri possano avere desideri diversi, altre idee di intendere lo sviluppo e possano scegliere le proprie strategie per raggiungere questi obiettivi. Credo che problemi complessi richiedano risposte complesse, con i propri tempi e percorsi.

La tentazione di intervenire con delle azioni dirette è molto forte perché pensiamo di sapere cosa bisogna cambiare e non abbiamo la pazienza di “perdere tempo”, nell’attesa che le persone direttamente interessate possano capire e maturare le loro soluzioni.

Il contesto globale vuole messaggi chiari e semplici, con degli interventi che si completano in brevi tempi e che sono presentabili su giornali e telegiornali, ma nella vita reale le tempistiche hanno tempi differenti.

La mia precedente esperienza di medico in India era incentrata verso l’assistenza e la cura dei pazienti: questo modo di agire mi aveva dato una grande soddisfazione personale e emotiva. I 30 anni di esperienza internazionale, invece, mi hanno fatto capire che per intervenire bisogna ragionare sulle cause e promuovere un cambiamento radicale di base.

Perciò, come diceva Raoul Follereau (il giornalista francese che ispirò la fondazione di AIFO – ndr), se desidero cambiare il mondo, devo prima di tutto cambiare me stesso e il mio modo di agire. La mia esperienza internazionale mi ha fatto capire l’importanza di creare una rete e di agire in sintonia con gli altri per avere un maggiore impatto. Agire come singoli, ognuno per conto proprio, può dare molta soddisfazione personale, ma ha un impatto limitato”.

Ha vissuto in Italia per tre decadi e per lavoro ha girato il mondo, toccando con mano realtà difficili da accettare, non solo in Asia, ma in Sud America, Africa e tante altre nazioni. Quali sono tuttora i problemi principali e le difficoltà per l’assistenza sanitaria in questi paesi?

“Riguardo alle condizioni di 30 anni fa, quando iniziai a lavorare in campo internazionale, sotto alcuni aspetti sono migliorate notevolmente, per altri aspetti, invece, la situazione è peggiorata. Penso che complessivamente il numero e la percentuale delle persone povere sia diminuita in questi anni e l’impatto di alcune malattie infettive si è ridotto notevolmente.

Le malattie della povertà sono diminuite, ma sono aumentate le malattie del benessere come l’ipertensione, il diabete e l’obesità. Anche nei paesi poveri l’aspettativa media di vita è aumentata e questo ha fatto insorgere nuovi problemi legati agli anziani: per esempio, la presenza di un numero crescente di famiglie nucleari che ha un impatto negativo sull’assistenza agli anziani.

All’aumento del traffico urbano, si accompagnano molti più incidenti stradali, inquinamento ambientale e acustico, così come il selvaggio incremento dell’urbanizzazione; questi sono solo alcuni esempi dei cambiamenti che hanno influito negativamente sulla salute delle persone.

Non tutti i cambiamenti, però, sono negativi: alcune tecnologie, come quella dei telefoni cellulari, hanno mutato le possibilità di comunicare con gli altri. Oggi, molte più persone vivono nelle città, dove le condizioni igieniche e ambientali sono spesso peggiori, ma dove possono mangiare meglio e avere facile accesso a scuole e servizi sanitari.

Per quanto riguarda quest’ultimi, nell’ India di oggi vi è una commercializzazione dei servizi sanitari molto forte e quindi una maggiore difficoltà per le persone povere ad accedere a tali servizi, sempre più privati e sempre meno pubblici.

Da qualche mese ha deciso di tornare nuovamente sul campo e quindi di tornare in India, al servizio dei più bisognosi: un grande gesto di altruismo. Quali sono le prime impressioni della sua ricerca e cosa ha toccato maggiormente il suo cuore?

“In questi mesi ho girato diverse parti dell’India, incontrando persone e organismi che agiscono con il desiderio di aiutare gli altri, operando a favore delle persone più povere. Sono state delle esperienze molto belle. Mi hanno impressionato i piccoli gruppi di persone che lottano contro sfide enormi, lavorando a fianco degli emarginati. In questi mesi, però, ho anche dovuto fare i conti con me stesso e soprattutto con i limiti del mio corpo.

Attualmente mi trovo nella città di Guwahati nella parte nord-est dell’India, vicino alla frontiera con la Birmania (Myanmar) dove lavorerò con disabili e gruppi vulnerabili per i prossimi 3 mesi”.

L’India sta progredendo velocemente. A distanza di tre decadi, quali sono le differenze tra allora e adesso nell’ambito sanitario?

“Complessivamente, penso che la vita in India sia migliorata dal punto di vista qualitativo. Diversi indicatori relativi alla salute degli indiani, aspettativa media di vita, mortalità infantile, accesso all’educazione, sono migliorati. A livello comunitario vi è un grande fermento, le persone nelle aree rurali spesso si organizzano per chiedere i loro diritti invece di aspettarli maniera passiva.

Nonostante tutti i progressi, le sfide che l’India deve superare sono tuttora enormi, con milioni di persone che ancora vivono in condizioni di grande disagio e povertà assoluta. Queste due situazioni, da una parte lo sviluppo economico e dall’altra l’esclusione, si possono applicare anche alla situazione sanitaria in India.

Così, da una parte vi sono i nuovi ospedali ultramoderni dalle tecnologie avanzate, con pazienti che giungono anche da altri paesi per farsi curare. Dall’altra, vi sono le aree fuori dai centri urbani, sprovviste di ospedali, di medicine e di personale sanitario. Ciò che colpisce maggiormente è la commercializzazione dei servizi sanitari a vari livelli: il divario, purtroppo, è ancora troppo grande”.

Si conclude così l’intervista con il Dott. Sunil Deepak, al quale invio un sentito ringraziamento per la sua disponibilità, con l’augurio che il suo contributo di umanità e coraggio sia d’aiuto ancora a tante persone.

Grazie Dott. Sunil per questa toccante testimonianza.


Immagine di proprietà di Sunil Deepak