Dopo la notizia dell’ assoluzione di Tomaso ed Elisabetta, incontriamo la mamma di Tomaso, che ci racconta la reazione alla notizia della liberazione dei ragazzi, le impressioni e la lunga battaglia durata cinque anni.

 

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Qual è stata la sua prima reazione alla notizia dell’assoluzione di Tomaso ed Elisabetta? Ha già avuto la possibilità di riabbracciarlo?

La mia prima reazione è stata una reazione di gioia e incredulità, dopo un’attesa durata 5 anni.

Quando ho risposto al telefono, e ho appreso la notizia, ho provato una gioia incontenibile, come se un grosso peso se ne andasse finalmente via dal cuore.

Ci dica un po’, Tomaso è già rientrato in Italia? Ha già avuto la possibilità di riabbracciarlo?

Assolutamente no! Tomaso è ancora in carcere a causa della procedura burocratica complicata del’Uttar Pradesh. L’India è composta da stati federali, e purtroppo in tale stato le procedure sembrano essere molto lunghe.

Effettivamente mio figlio ormai è un uomo libero da tre giorni, però continua a essere ancora in carcere.

Vista l’ossessiva importanza che la stampa e il governo italiano hanno dato ai marò, perché secondo lei, per suo suo figlio ed Elisabetta c’è stata meno attenzione? Come la faceva sentire questa situazione?

Lo Stato e le istituzioni ci hanno sempre dato il loro appoggio, magari lo abbiamo sentito maggiormente negli ultimi anni, rispetto ai primi 2 anni. Abbiamo sempre cercato di coinvolgere i media nella vicenda di Tomaso ed Elisabetta, ma molti avevano dei dubbi, alcuni non erano interessati alla notizia perchè non era permesso realizzare filmati all’interno del carcere, e la cosa è passata nella totale indifferenza. I marò sono militari, sembra che sia un caso nazionale, dal quale è molto più semplice ricavare notizie.

Ci sono state comunque eccezioni che non ci hanno fatto sentire accantonati, come i media locali della Liguria, che hanno sempre seguito la vicenda e ci sono stati vicini.

I media nazionali sono stati all’inizio totalmente assenti, così come trasmissioni televisive di un certo rilievo hanno mostrato titubanza, ma ce l’abbiamo fatta ugualmente, anche senza di loro!

Cosa succedeva quando incontrava Tomaso in carcere? Come erano scanditi quei momenti?

In questi 5 anni direi che almeno la metà l’ho trascorsa in India, gli ultimi due anni, salvo brevi periodi in Italia, ho vissuto sempre a Varanasi.

Non ho mai avuto problemi a incontrare mio figlio, l’ho sempre visto regolarmente. La difficoltà più grande è stato il divieto di comunicare con me e mio marito attraverso il telefono o internet. In cinque anni non gli è stata mai concessa neanche una telefonata a casa.

Tuttora ancora non siamo riusciti a sentirci.

Comunque, durante questo lungo periodo di detenzione, ci scrivevamo anche delle lettere settimanalmente. Nei nostri incontri parlavamo il minimo necessario della vicenda giudiziaria, Tomaso teneva duro, diceva che prima o poi sarebbe uscito a testa alta da lì. Questo ci ha dato tanta forza! Il tempo a disposizione lo dedicavamo ai suoi aneddoti curiosi che notava all’interno del carcere, alla quotidianità all’interno delle barak, i grandi cameroni delle carceri indiane.

Io lo aggiornavo sulle vicende dei suoi amici, su quello che succedeva nella nostra città, sulle notizie d’attualità in Italia.

Durante questi lunghi anni, vivendo a stretto contatto con gli indiani, ho fatto un passo in avanti sforzandomi di capire questo popolo.

Gli indiani sono brave persone, credo che siano loro stessi le prime vittime, quando si parla di giustizia e burocrazia, soprattutto nei confronti dei più deboli e disagiati.

Molte persone in questi anni mi hanno domandato perché io non provi odio verso l’India.

Io non odio l’India, anzi, le dirò di più, appena mio figlio tornerà a casa, non passerà molto tempo che riandrò in India.

Farò un viaggio per andare a ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine durante questi anni. Vivevo in un quartiere di Varanasi dove ormai conoscevo un po’ tutti, ho vissuto con una famiglia indiana, e mi sembra giusto tornare in quei luoghi senza un peso nel cuore. Tornerò anche per andare in un tempio a ringraziare una divinità alla quale sono particolarmente legata.

Perché secondo lei la giustizia indiana ha voluto condannare così velocemente Tomaso ed Elisabetta?

Ho assistito a tutti i processi, a partire da quello di primo grado, durato un anno. Il lavoro svolto dai nostri avvocati è stato ottimo, così come gli atti presentati in Corte Suprema.

Ho chiesto a molti legali perchè ci sia stato una sorta di accanimento nei confronti di due italiani, dove oltretutto non era coinvolto neanche un indiano. Forse all’inizio è stata un po’ così, sia dalla parte dell’India che dalla parte dell’Italia. Forse, se inizialmente fosse stato inviato  un diplomatico, anziché solo dei legali, a parlare con il capo della polizia, magari le cose sarebbero andate diversamente, chissà.

Che idea si è fatta della morte di Francesco? Come è morto secondo lei?

Secondo me, e secondo anche vari patologi che sono stati consultati in questi anni, Francesco è morto per asfissia, cioè si è addormentato nel sonno. Forse dovuto anche a un cocktail di farmaci che prendeva, antidolorifici e sostanze stupefacenti. O forse per un ematoma aracnoideo osseo in un lato del cervello, come hanno sostenuto i nostri avvocati.

La sentenza lo dice chiaramente, non è mai stato prodotto il foglio rilasciato dal medico che ne ha constatato il decesso, cioè che è morto senza che il corpo presentasse alcun tipo di violenza. Tale medico non è mai stato interrogato. Inoltre a Varanasi le autopsie le fa il centro di medicina legale, mentre l’autopsia di Francesco è stata fatta da un oculista.

In tutta sincerità, che idea si è fatta dell’India in tutta questa vicenda?

L’India è un grande paese, se vuole diventare una potenza mondiale deve (a parte dare la corrente a tutti, ride ndr) cercare di eliminare questo sistema corrotto che troviamo in tutti i livelli, e questo sistema di burocrazia. L’India e l’Italia si assomigliano, per certi versi abbiamo anche gli stessi problemi e gli stessi difetti. Siamo molto simili agli indiani, nel modo di parlare, nel modo di gesticolare… ma anche nel modo di saltare le code, forse però anche troppa rigidità non va bene. In ogni caso, tutte queste persone che ci abitano creano inevitabilmente un grande caos.

Le mie domande sono terminate, ha qualcosa da aggiungere? Qualcosa che vorrebbe dire in particolare?

Sì, vorrei fare un ringraziamento particolare all’Ambasciatore Daniele Mancini perché è stata una persona eccezionale, ha svolto egregiamente i suoi compiti istituzionali. Non solo, dal punto di vista umano ci ha sempre dato conforto, ci è stato molto vicino e ci ha dato una forza incredibile. Sono contenta che la vicenda si sia conclusa durante il suo incarico, perché questa è una vittoria anche sua.


Immagine tratta da savonanews.it