Maria Elena Cantù ci porta alla scoperta di Jacinta Kerketta, una poetessa che si batte per i diritti civili delle popolazioni minoritarie in India.

“In città la brace

prende fuoco, brucia

e poi diventa cenere,

Nel villaggio

Le braci passano

Da una stufa all’altra

E in tutti i focolari divampa il fuoco”

                    [Jacinta Kerketta, Brace]

Angor (“Brace”) è una raccolta di 41 poesie della poetessa Jacinta Kerketta, pubblicata per la prima volta nel 2016 dalla casa editrice Adivaani e nel 2018 anche da Miraggi edizioni nella traduzione italiana di Alessandra Consolaro.

Jacinta Kerketta è una poetessa, giornalista freelance e attivista per i diritti ādivāsī, le popolazioni tribali in India. Originaria di un villaggio sito a cavallo tra Jharkhand e Orissa, una delle aree più densamente popolate da comunità ādivāsī nonché una delle regioni più ricche di foreste e vegetazione, Jacinta spicca nel panorama letterario internazionale come una voce forte e significativa che denuncia non solo il cieco sfruttamento della terra e delle risorse naturali ma anche le gravi ingiurie che perdurano storicamente sulle comunità locali e minoritarie.

Per saperne di più sulle comunità adivasi, leggi Gli Adivasi, aborigeni dell’ India.

I suoi componimenti sono cuciti con la cura di chi ha vissuto quelle violenze e di chi ha udito i sussulti della propria terra ridotta a sangue e singhiozzi, lacerata dalle profonde ferite inferte dalle leggi di mercato e dall’ipocrisia dei “soccorritori” il cui motto è “per salvare la terra bisogna pure che qualcuno sia sacrificato”. Un quadro imbastito dei colori della morte e del dolore ma pur sempre trasudante della tinta di speranza e dell’odore intenso dei fiori e della terra.

Ed è proprio questa l’unicità e l’originalità di questa poetessa, che si esprime e ci esprime un sentimento intimo e condiviso tra le comunità ādivāsī.

Con grande abilità riesce ad orchestrare una denuncia limpida e giornalistica attraverso una narrazione energica e carica d’amore per la propria terra. Il tutto avvolto da un manto di sarcasmo e di critica contro l’ipocrisia di chi sfrutta la stessa causa degli ādivāsī per scopi personali. Una fiaba sognante interrotta dalle grida strazianti di esseri umani ridotti a merce utile per propagande politico-economiche.  

“I loro cadaveri sapranno raccontare al mondo

la storia di un manipolo di famelici

che trangugiano milioni di voti e di banconote

e vivono solo per vincere elezioni,

mentre, agonizzando al buio, Sugnā muore di fame”.

                                 [Un maḍuā spuntato sulla tomba]

Eppure, Jacinta non si limita ad accusare sterilmente gli assassini e gli usurpatori della terra. Se da un lato le sue parole sono spine, dall’altra sono anche petali di rose.

Anche questa è la forza di Jacinta, che si erge al di sopra del pietoso velo della violenza e sceglie di umiliare, con la grazia e la forza degna di una grande regina, quelli che sono i veri schiavi della causa ādivāsī, ossia coloro che perpetuano la mercificazione dell’umanità.

Puoi acquistare qui la traduzione italiana della raccolta di poesie di Jacinta Kerketta.

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Consiglio questa lettura a quanti nutrano il desiderio di ascoltare la voce genuina e fresca di una giovane attivista che si batte per i propri diritti, per i diritti della propria gente e della propria terra. Una voce interna alle comunità ādivāsī che ci ricorda quanto sarebbe semplice se ci ricordassimo di essere tutti umani e, in quanto tali, di parlare la stessa ādmī kī bhāṣā, la lingua umana: “Perché l’umanità non riesce a capire propria la lingua umana …?”