Articolo in 2 minuti Suicidarsi per il proprio leader non è prerogativa solo della Corea del Nord, ma anche dell’India.

E’ successo nello Stato sud orientale del Tamil Nadu per Jayalalithaa Jayaram, donna Primo Ministro di questo stato a seguito della condanna a 4 anni per abuso di ufficio inflittale lo scorso 27 settembre.

L’enorme influenza del leader dell’AIADMK, partito locale che alle ultime elezione ha conquistato il 60% dei consensi, è divenuto evidente in seguito alla notizia della sua condanna, che ha portato 75 persone a togliersi la vita per protesta contro tale decisione.

Ora Jayalalithaa è fuori su cauzione, le proteste sono scemate e non c’è più motivo per togliersi la vita.


Per approfondire – Per andare a lavoro, attraverso con il risciò Harrington Road, arteria che taglia in due Chetpet, uno dei quartieri più tranquilli di Chennai, capitale dello Stato sud orientale indiano del Tamil Nadu.

Da una parte fast-food, ristoranti e centri commerciali per i figli dell’élite, dall’altra parte la Chennai che sono solito vedere, dove i ristoranti sono sostituiti da chioschi che servono chai (il tè indiano) e succo di canna da zucchero e gli uomini vestono il lungi, indumento tradizionale.

Tutte le mattine la mia attenzione viene catturata da una sfilza di murales raffiguranti Jayalalithaa, Primo Ministro del Tamil Nadu per tre mandati e leader dell’AIADMK, partito locale che dal 2002 governa questo Stato.

Placida, rassicurante, poi determinata e risoluta, così sono raffigurati i mille volti di Jayalalithaa sui muri di Chennai.

Nulla di nuovo, a Chennai è molto comune ricorrere ai murales nelle campagne elettorali.

Intere strade sono un continuo alternarsi di slogan politici in tamil, la lingua locale, di foto di facce risolute e di numeri di telefono per chi fosse intenzionato a unirsi a qualche partito.

Murales e gigantografie inneggianti a Jayalalithaa sono aumentate in particolare dopo il 27 settembre, quando il Primo Ministro è stata condannata a 4 anni di carcere in seguito a “disproportionate asset and misused office”, abuso di ufficio e per aver accumulato beni oltre le proprie reali possibilità finanziarie.

Jayalalithaa era un’attrice che al crepuscolo della sua carriera decise di intraprendere quella politica, uno scenario che anche in India si ripete spesso.

Oggi è accusata di avere abusato del proprio ruolo di Primo Ministro del Tamil Nadu dal 1991-1996, durante il suo primo mandato. Secondo la Corte Speciale di Bangalore avrebbe accumulato proprietà del valore complessivo di 66.6 Crores (circa otto milioni di euro), tra una casa di campagna e un bungalow a Chennai, gioielli, una collezione di auto di lusso e circa dieci mila saree (l’abito tradizionale indossato dalle donne indiane).

Un patrimonio sproporzionato rispetto a quanto l’ex Primo Ministro dichiarava al fisco. Un concetto quello di “disproportionate asset” che in India viene utilizzato anche per dare il via a inchieste per corruzione nei confronti di dipendenti pubblici.

Nulla di nuovo anche per noi italiani abituati ai frequenti casi di corruzione. Certo, qui le cifre colpiscono, ma non riesco ancora a essere impressionato.

Ciò che invece lascia incredulo uno spettatore occidentale come me sono gli avvenimenti in seguito alla condanna a quattro anni del Primo Ministro, lo scorso 27 settembre.

Da quella data a oggi, Chennai non è stata solamente teatro di proteste e di scioperi della fame, ma anche di suicidi, in nome di Jayalalithaa.

Nelle due settimane successive alla condanna sono stati registrati 75 suicidi da parte di sostenitori dell’ex Primo Ministro. Secondo The Hindu, giornale principale del Sud dell’India, parte di questi si sono dati fuoco, mentre altri si sarebbero avvelenati in nome del suo rilascio.

Immolarsi per la libertà di un leader politico è difficile da capire per noi. Se in Occidente siamo testimoni di una progressiva crisi degli ideali politici, nel sud dell’India la politica va oltre la sua normale veste e assume una forma trascendentale, quasi mistica.

Qui Jayalalithaa è qualcosa di più di un mero rappresentante politico: il solo fatto di essere chiamata dai suoi sostenitori “Amma”, “mamma” in tamil, dimostra lo stretto legame tra l’ex Primo Ministro e il proprio elettorato.

Il rapporto che si è consolidato nel corso degli anni e durante i suoi tre mandati è diventato un legame simbiotico: infatti, quando identifichi il tuo Primo Ministro con tua madre il suicidio diventa quasi giustificabile.

Una tale influenza di Jayalalithaa sull’opinione pubblica ha fatto sì che il caso fosse trasferito dalla Corte di Chennai a quella di Bangalore, nel vicino Stato del Karnataka, per evitare che proprio questa influenza potesse cambiare l’esito delle indagini.

Nonostante la condanna, fino a pochi giorni fa era ancora possibile trovare le sue foto negli uffici pubblici di Chennai. Non è facile infatti cancellare dalla memoria la protagonista della scena politica locale da oltre venticinque anni in così poco tempo.

Le proteste nel Tamil Nadu si sono esaurite dopo il 17 ottobre, quando a Jayalalithaa è stata concessa la libertà su cauzione e la sospensione della condanna per due mesi.

Forse la scelta del suicidio da parte dei suoi sostenitori è stata dettata da troppa fretta.

Ieri ad Harrignton Road due dei murales sono stati rimossi e Jayalalithaa è stata sostituita alla presidenza da un altro membro del suo partito. Un nuovo volto per i muri di Chennai, un nuovo leader per cui immolarsi.


Foto tratta da TheHindu.com