Articolo in 2 minuti – Minu era una bambina di soli 11 anni quando la sua famiglia, persuasa da uno zio, la mandò a lavorare a Mumbai.

Partì carica di speranza da un povero villaggio nel nord dell’India, con la promessa di un lavoro ben remunerato come cameriera per una ricca famiglia della città.

Invece, viene venduta dallo zio e finisce a Kamathipura, il più antico e grande quartiere a luci rosse dell’Asia, dove, costretta alla prostituzione, patisce la fame e subisce ripetute violenze.

A Kamathipura il business del sesso miete ogni anno migliaia di vittime innocenti. E’ un vero e proprio inferno, dove le donne vengono sfruttate, le vergini messe all’asta come animali e il 75% di queste schiave risultano avere l’HIV.

Fondata oltre 150 anni fa durante il dominio coloniale come una delle “zone di comfort” di Mumbai per i soldati britannici, Kamathipura rimane oggi pressoché invariata, con i suoi 14 vicoli infernali.

 


 

Per approfondire – La storia di Minu è triste, straziante a sentirla direttamente da lei.

Purtroppo, non si discosta molto dalle altre storie di disperazione e povertà. Quello che le accomuna è sovente l’inganno e le false speranze, da parte degli aguzzini che troppo spesso si celano dietro le vesti di parenti e ancor peggio di genitori.

Ceduti per poche rupie, le giovani schiave del sesso finiscono nell’inferno della prostituzione. Costrette a vivere anche in dieci in una piccola stanza, spesso lavorano di giorno come donne delle pulizie, e dal tardo pomeriggio fino alle prime ore del giorno successivo, come prostitute.

Conosco Minu un mattino di due anni fa a Grant Road, un’antica via di Mumbai famosa per i numerosi uffici, non molto distante da Kamathipura. Tutte le mattine arrivava di buon ora per fare le pulizie nell’ufficio dove mi recavo per lavoro. Tutti conoscevano la sua storia e, forse più per compassione che per reale necessità, lasciavano che questo piccolo essere trascorresse alcune ore a pulire e a scambiare due parole.

Minu mi racconta la sua storia con semplicità e rassegnazione, un giorno che le offrii la colazione.

“Sono nata in un villaggio del Bihar [stato del nord dell’India, uno dei più poveri n.d.r.]. In famiglia non avevamo nulla, e così accettai l’offerta di uno zio di andare a lavorare a Mumbai come cameriera. Quando arrivammo in città mio zio mi portò a Kamathipura dove mi consegnò a Santosh, non mi disse più nulla e da allora non lo rividi più. Successivamente mi venne detto che ero diventata ‘proprietà’ di Santosh.

Sono stata picchiata, rinchiusa in una stanza senza mangiare e bere, perché non volevo fare quello che mi veniva chiesto. Poi ho capito che non avevo altra scelta. Sono cinque anni che incontro clienti”.

Mi colpì la sua naturalezza nel raccontarmi una cosa tanto orribile, allora le domandai se avesse mai pensato di scappare.

“Madame, la mia vita è qui, non posso tornare a casa, non mi accetterebbero, vivo con altre sei donne, in un’ unica stanza e ormai sono loro la mia famiglia. Ho qualche cliente che mi vuole bene e qualche volta mi porta la cena, e paga per tutta la notte. Se vado via da Kamathipura non ho più nessuno”.

Lo stesso pomeriggio presi un taxi, per recarmi nell’inferno di Kamathipura.

Il più grande quartiere a luci rosse dell’Asia – il più antico di Mumbai – è un labirinto di circa 14 squallidi vicoli, maleodoranti e angusti, su cui si affacciano luccicanti grattacieli, simbolo della recente prosperità economica dell’India, quasi a voler nascondere l’inferno dei bordelli.

A Kamathipura, il tempo sembra essersi fermato.

Esistono ancora le donne in “gabbia”, come animali, schiave del sesso, nulla sembra essere mutato. La stessa tristezza, gli stessi occhi che hanno visto troppo. Gran parte continuano a lavorare e vivere negli stessi bordelli fatiscenti, costruiti dagli inglesi.

Un luogo dannato, dimenticato da tutti, ma paradossalmente così vivo e ancora carico di dolore.

Con una manciata di rupie tutto è in vendita in Kamathipura, dalle veterane, ai transgender, fino alle prostitute bambine.

Nell’inferno dove le vergini sono messe all’asta al miglior offerente, il 75% delle donne risulta avere l’HIV.

La piaga dilaga, insieme alle altre malattie sessualmente trasmissibili, ma nonostante ciò, i clienti che pretendono rapporti non protetti sono la maggioranza.

E così, queste ragazze, vittime della tratta, rimangono imprigionate per sempre nel meccanismo. Schiave di oggi, ma testimoni del passato, tutto si ferma a Kamathipura, il luogo senza ritorno.

Non possono tornare dalle loro famiglie in quanto non verrebbero più accettate per il loro vissuto – nonostante spesso sia stata la famiglia stessa a spingerle nel baratro – e così, non stupisce, sentire dire “Kamathipura è la mia famiglia“.

Per saperne di più in merito alla prostituzione in India, leggi: Corpi in vendita: la segreta economia della prostituzione in India.


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